“Il ruolo della scuola è importante…”: una frase vera ma anche un poco retorica. “Il ruolo della maestra è importante…”: una frase vera e basta.
Sono le persone, le singole persone nei loro singoli ruoli, quei ruoli che noi finiamo per attribuire alle “istituzioni”, a essere veramente importanti e anzi decisive: insomma, frasi come “i politici rubano”, “i funzionari sono corrotti”, “gli studenti non studiano” (ed anche i loro opposti positivi) sono spessissimo slogans che nascondono la verità effettiva del nostro vivere sociale: è il politico signor Tale che ruba, è il funzionario Tal dei Tali che è corrotto, è lo studente Tizio che non studia...
Anzi, dovremmo fare un ulteriore passo avanti di intelligenza e giustizia dicendo che è il politico signor Tale che ha rubato nella tale occasione, è il funzionario Tal dei Tali che è stato corrotto nella tale occasione, è lo studente Tizio che non ha studiato il tale giorno…
Il parlare con genericità e pressapochismo, oltre che ingiusto, è sterile e alla lunga negativo. E ci fa trascurare il fatto che siamo circondati da concrete persone che fanno male il loro dovere mentre altre lo fanno mediocremente e altre ancora lo fanno bene o addirittura benissimo.
Il caso del ruolo della maestra elementare è particolarmente emblematico di un mestiere, e del relativo settore, che mantengono nella nostra società una funzione di grande importanza oggettiva per il rapporto educativo con ogni singolo bambino e con ogni singola famiglia, ed è giusto in tal senso ricostruire intorno alla figura di ogni singola maestra una attenzione concreta e personalizzata costante, di sostegno quando è brava, di consapevolezza e correzione quando lo è di meno.
La “esperienza di vita” che oggi pubblichiamo ne è uno degli innumerevoli esempi.
*****
Sì, li ricordo tutti: “a uno a uno”, come dice il Pascoli in una sua famosa poesia. Ricordo i loro volti, i gesti, le voci, i rituali, i progressi, i regressi, la merendina preferita, i nomi (che qui cambio appena, per rispetto delle loro persone).
Come mi batteva forte il cuore, quando iniziai per la prima volta a insegnare ai bambini “diversamente abili”! Quella mattina di ottobre non vedevo l’ora che arrivasse il treno, mentre camminavo impaziente su e giù per la pensilina gremita di persone, soprattutto ragazzi intenti a ripassare le lezioni, tra le foglie secche sollevate dal vento e che mulinavano come i pensieri della mia mente. Mi rivedevo studentessa preoccupata per quel compito o quella interrogazione, e pensavo agli esami da sostenere, che nella vita davvero non finiscono mai. “Ce la farò?”, mi domandavo adesso pensando al mio nuovo ruolo di insegnante. Per la poca esperienza posseduta mi sentivo infatti ancora quella ragazza giovane a volte resa insicura da una sconfitta o da un brutto voto a scuola: ma l’entusiasmo e l’amore per l’insegnamento mi davano coraggio, e tanta era la voglia di incominciare.
Scesa dal treno mi avviai con passo spedito verso la sede scolastica a me assegnata. Il profumo del pane si spandeva per la via e mi faceva tornare ai tempi della mia infanzia, quando, prima di andare a scuola, mi fermavo con la mia mamma in un forno a legna per comprare dei panini per la merenda. Quell’aroma, però, mi ricordava pure leggi discriminanti vigenti in quel periodo, leggi addirittura lesive della dignità umana. Esistevano infatti nella scuola elementare sezioni maschili separate da quelle femminili, e più ancora esistevano classi “differenziali”, dove venivano ghettizzati bambini che avevano bisogno di “normalità” e non di esclusione. C’erano in quel tempo anche manicomi, dove le persone internate per problemi psichici venivano private della loro soggettività ed erano sottoposte a disumani trattamenti. Solo a pensare a questi si dovrebbe mostrare quella “pietà” come la intendeva Dostoevskij, e cioè come profondo rispetto per l’essere umano che non può venire offeso.
Nel 1978 Franco Basaglia riuscì a far approvare la legge che sanciva in Italia la chiusura dei manicomi e che nel 2003 l’Organizzazione Mondiale della Sanità riconobbe come “uno dei pochi eventi innovativi su scala mondiale”. Anche le “classi differenziali” sono state finalmente abolite; ma c’è ancora chi non apre la mente e il cuore al rispetto e all’accoglienza di chi è “diverso”, chi non si pone davanti alle immense risorse della vita e della persona senza pregiudizi, chi guarda ancora con commiserazione e ipocrisia il prossimo in difficoltà.
I primi giorni del mio impegno scolastico di insegnante comunque non furono facili. La piccola Sara era molto aggressiva con i compagni e con le insegnanti. Non partecipava a nessuna attività ludica e scolastica. Era tutto uno strappare i capelli, un dare morsi, graffi, calci. Pure io tornavo a casa segnata, ma più che altro sconfitta: mi sentivo impotente, e a un certo punto volevo anche smettere. Ma il direttore della scuola aveva fiducia in me e m’incoraggiò a continuare. E non mollai.
Dovevo entrare nel “rifugio” interiore di Sara. All’inizio “bussai” sicura come a una porta conosciuta e il suo fragile mondo si frantumò come il mio orologio, dono e ricordo di mio padre che avevo posato sul banco e che lei scaraventò a terra. Ma le cose preziose diventano niente rispetto alla trasformazione dei fatti e dei comportamenti: e il mio pensiero preminente era di riuscire a entrare nel mondo interiore di questa bambina. Lei continuava però a non sentirmi, mi oltrepassava con lo sguardo. E io “bussai” ancora, ma piano, alla sua porta, e lei mi aprì, senza rabbia, senza paura.
Man mano che le settimane passavano Sara cominciò a socializzare, ed era molto meno aggressiva. Riusciva persino a rappresentare qualcosa graficamente, grazie anche ai compagni di classe, bambini meravigliosi sempre pronti ad aiutarla senza assumere nei suoi confronti atteggiamenti protettivi o pietistici. Si fidava di chi credeva in lei e dava ogni giorno di più, progredendo anche nel linguaggio, in un ambiente dove c’era sintonia, dove venivano scambiati i ruoli delle insegnanti perché gli alunni non vedessero me come la maestra esclusiva di Sara e la mia collega come la maestra del resto della classe.
La bambina si era affezionata molto a me. Appena entravo in aula mi correva incontro abbracciandomi e, siccome aveva una forza notevole per i suoi sette anni, a volte mi buttava a terra. Era un abbraccio salutare, quello: mi dava l’energia di affrontare ogni difficoltà. Ricordo quando andammo a visitare un frantoio: era novembre, faceva freddo ma il cielo era terso e trasparente, e Sara, forse per la contentezza di trovarsi con noi in un posto nuovo, mi abbracciò come al suo solito, buttandomi sul pavimento unto della stanza. Sul treno, di ritorno a casa, l’odore forte delle olive macinate aveva impregnato tutto il vagone ma soprattutto la mia anima, il mio cuore. Vedevo dal finestrino le cime appena innevate delle montagne, i bei camini fumanti, i campi arati. Il paesaggio, il movimento della carrozza sulle rotaie quasi a cullarmi, il cappotto fradicio d’olio e d’amore che mi avvolgeva, mi davano un senso di pace, di gioia: mi dimenticai persino di scendere dal treno.
Passarono presto quei mesi di scuola: arrivò anche giugno, il tempo dei saluti. Abbracciai Sara. Lei mi guardava con quei suoi occhioni sgranati dolcissimi esclamando: “Ancola tu maeta velo?”. Piansi per la strada considerando le piccole cose di quel “cucciolo”. Il sole caldo, i tigli in fiore, i prati punteggiati di papaveri fiammeggianti, le cicale con il loro continuo canto, ce la mettevano tutta per farmi sorridere. I passanti guardavano incuriositi le mie lacrime. Sono spesso i particolari a chiamarle: e io portavo con me i piccoli gesti, le piccole cose di quel “cucciolo” che avevo appena lasciato e che forse non avrei più rivisto.
Ero infatti precaria, quell’anno, e il seguente mi avrebbero senz’altro destinata altrove: altri bambini, tutti bellissimi da vedere dentro, altri piccoli gesti e cose a suggellare altre storie. Ogni volta avrei dovuto ricominciare daccapo perché ogni bambino era ed è diverso dall’altro anche se ha la stessa patologia. Avrei dovuto trovare la “chiave” giusta per poter entrare nel loro mondo: ma quale e quanta gioia mi avrebbe sempre procurato stare con loro! Questo pensiero mi rendeva più determinata nell’affrontare le situazioni, nel far sentire la mia voce. Se ero un po’ giù di corda, mi confortava pensare a quel loro sguardo dolce e indifeso, a quel “ti voglio bene” spesso pronunciato fra tante difficoltà, al brillare dei loro occhi per essere riusciti a fare qualcosa da soli e, per alcuni di loro, per essere arrivati anche a scrivere, leggere, contare. Riguardavo a casa quei loro bigliettini, scritti sì con molti errori ma pieni di cuoricini e di fiori, disegnati con cura e poi colorati in fretta e furia perché suonava la campanella e dovevano ancora essere messi a mia insaputa nella mia borsa per farmi una sorpresa.
Anche se ero stanca, uscivo sempre da scuola col sorriso sulle labbra. Tranne quella volta: avevamo accompagnato la classe in palestra nell’ora di educazione motoria e Luigi, come del resto gli altri bambini, era impaziente di gettare la palla nel cesto. Ma quando fu il suo turno, il canestro mobile si abbattè a terra. Presi Luigi per un braccio allontanandolo appena in tempo. Rimasi turbata dell’accaduto per diversi giorni, senza però darlo a vedere a nessuno, specialmente ai genitori, che cercavo di rassicurare sempre parlando a lungo con loro. Vestiti di pazienza, d’amore e di speranza, essi camminavano spesso quasi “in punta di piedi” come se avessero paura di disturbare o di togliere il tempo a qualcuno. Ma erano felici nel veder giocare e lavorare con gli altri bambini i loro figli. Cercavano di scorgere in un loro sguardo, in una loro parola, una parvenza di “normalità” nella loro “diversità”.
Ebbene, qualche volta incontro ancora, per le vie del centro città, qualche mio antico alunno, ormai cresciuto. Sui corpi essi iniziano a incarnare il lavoro del tempo: come una breve nevicata che si sia posata su loro trasformandoli un po’, ma lasciando intatto il loro bellissimo “dentro”. Tutti mi riconoscono, mi salutano, mi abbracciano. “Ciao, salutami la mamma, il babbo, tua sorella Maria!”, dico a Marco, ancora chiuso nel suo mutismo, prima di separarmi da lui. Mi fa cenno di sì, col capo. Alza poi quattro dita, poi sei, mettendo insieme le mani come se impugnassero il manubrio di una moto. Capisco il messaggio: “E’ sempre il tuo campione preferito, Valentino, vero Marco?”. Lui annuisce sorridendo radioso. Una volta vidi anche Viola, sull’autobus. “Maestra, Maestra!”. Mi girai. Era seduta in fondo: mi aveva riconosciuto anche di spalle. “Come sta Lorenzo? Cosa fa ora?”: ricordava il nome di mio figlio e notai con gioia come fosse migliorato il suo linguaggio.
Incontro a volte anche Franco, col suo babbo, specialmente nel periodo natalizio. Mi indica tutto contento il trenino che passa scampanellando con tanti bambini per la strada addobbata e scintillante. Lui mi aiuta a intenerirmi e, davanti alle luci intermittenti che raccontano emozioni semplici e buone, guardo di nuovo il mondo con innocenza e magia. Franco è la luce più bella accesa in questa via. Si allontana, lo seguo con lo sguardo finchè non lo vedo scomparire: e rimango sul marciapiede, come quella lontana mattina di ottobre sulla pensilina della stazione; e, come allora, mi batte forte il cuore.
(Anonimo, PratoRaccontiamoci)
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Sono le persone, le singole persone nei loro singoli ruoli, quei ruoli che noi finiamo per attribuire alle “istituzioni”, a essere veramente importanti e anzi decisive: insomma, frasi come “i politici rubano”, “i funzionari sono corrotti”, “gli studenti non studiano” (ed anche i loro opposti positivi) sono spessissimo slogans che nascondono la verità effettiva del nostro vivere sociale: è il politico signor Tale che ruba, è il funzionario Tal dei Tali che è corrotto, è lo studente Tizio che non studia...
Anzi, dovremmo fare un ulteriore passo avanti di intelligenza e giustizia dicendo che è il politico signor Tale che ha rubato nella tale occasione, è il funzionario Tal dei Tali che è stato corrotto nella tale occasione, è lo studente Tizio che non ha studiato il tale giorno…
Il parlare con genericità e pressapochismo, oltre che ingiusto, è sterile e alla lunga negativo. E ci fa trascurare il fatto che siamo circondati da concrete persone che fanno male il loro dovere mentre altre lo fanno mediocremente e altre ancora lo fanno bene o addirittura benissimo.
Il caso del ruolo della maestra elementare è particolarmente emblematico di un mestiere, e del relativo settore, che mantengono nella nostra società una funzione di grande importanza oggettiva per il rapporto educativo con ogni singolo bambino e con ogni singola famiglia, ed è giusto in tal senso ricostruire intorno alla figura di ogni singola maestra una attenzione concreta e personalizzata costante, di sostegno quando è brava, di consapevolezza e correzione quando lo è di meno.
La “esperienza di vita” che oggi pubblichiamo ne è uno degli innumerevoli esempi.
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Come mi batteva forte il cuore, quando iniziai per la prima volta a insegnare ai bambini “diversamente abili”! Quella mattina di ottobre non vedevo l’ora che arrivasse il treno, mentre camminavo impaziente su e giù per la pensilina gremita di persone, soprattutto ragazzi intenti a ripassare le lezioni, tra le foglie secche sollevate dal vento e che mulinavano come i pensieri della mia mente. Mi rivedevo studentessa preoccupata per quel compito o quella interrogazione, e pensavo agli esami da sostenere, che nella vita davvero non finiscono mai. “Ce la farò?”, mi domandavo adesso pensando al mio nuovo ruolo di insegnante. Per la poca esperienza posseduta mi sentivo infatti ancora quella ragazza giovane a volte resa insicura da una sconfitta o da un brutto voto a scuola: ma l’entusiasmo e l’amore per l’insegnamento mi davano coraggio, e tanta era la voglia di incominciare.
Scesa dal treno mi avviai con passo spedito verso la sede scolastica a me assegnata. Il profumo del pane si spandeva per la via e mi faceva tornare ai tempi della mia infanzia, quando, prima di andare a scuola, mi fermavo con la mia mamma in un forno a legna per comprare dei panini per la merenda. Quell’aroma, però, mi ricordava pure leggi discriminanti vigenti in quel periodo, leggi addirittura lesive della dignità umana. Esistevano infatti nella scuola elementare sezioni maschili separate da quelle femminili, e più ancora esistevano classi “differenziali”, dove venivano ghettizzati bambini che avevano bisogno di “normalità” e non di esclusione. C’erano in quel tempo anche manicomi, dove le persone internate per problemi psichici venivano private della loro soggettività ed erano sottoposte a disumani trattamenti. Solo a pensare a questi si dovrebbe mostrare quella “pietà” come la intendeva Dostoevskij, e cioè come profondo rispetto per l’essere umano che non può venire offeso.
Nel 1978 Franco Basaglia riuscì a far approvare la legge che sanciva in Italia la chiusura dei manicomi e che nel 2003 l’Organizzazione Mondiale della Sanità riconobbe come “uno dei pochi eventi innovativi su scala mondiale”. Anche le “classi differenziali” sono state finalmente abolite; ma c’è ancora chi non apre la mente e il cuore al rispetto e all’accoglienza di chi è “diverso”, chi non si pone davanti alle immense risorse della vita e della persona senza pregiudizi, chi guarda ancora con commiserazione e ipocrisia il prossimo in difficoltà.
I primi giorni del mio impegno scolastico di insegnante comunque non furono facili. La piccola Sara era molto aggressiva con i compagni e con le insegnanti. Non partecipava a nessuna attività ludica e scolastica. Era tutto uno strappare i capelli, un dare morsi, graffi, calci. Pure io tornavo a casa segnata, ma più che altro sconfitta: mi sentivo impotente, e a un certo punto volevo anche smettere. Ma il direttore della scuola aveva fiducia in me e m’incoraggiò a continuare. E non mollai.
Dovevo entrare nel “rifugio” interiore di Sara. All’inizio “bussai” sicura come a una porta conosciuta e il suo fragile mondo si frantumò come il mio orologio, dono e ricordo di mio padre che avevo posato sul banco e che lei scaraventò a terra. Ma le cose preziose diventano niente rispetto alla trasformazione dei fatti e dei comportamenti: e il mio pensiero preminente era di riuscire a entrare nel mondo interiore di questa bambina. Lei continuava però a non sentirmi, mi oltrepassava con lo sguardo. E io “bussai” ancora, ma piano, alla sua porta, e lei mi aprì, senza rabbia, senza paura.
Man mano che le settimane passavano Sara cominciò a socializzare, ed era molto meno aggressiva. Riusciva persino a rappresentare qualcosa graficamente, grazie anche ai compagni di classe, bambini meravigliosi sempre pronti ad aiutarla senza assumere nei suoi confronti atteggiamenti protettivi o pietistici. Si fidava di chi credeva in lei e dava ogni giorno di più, progredendo anche nel linguaggio, in un ambiente dove c’era sintonia, dove venivano scambiati i ruoli delle insegnanti perché gli alunni non vedessero me come la maestra esclusiva di Sara e la mia collega come la maestra del resto della classe.
La bambina si era affezionata molto a me. Appena entravo in aula mi correva incontro abbracciandomi e, siccome aveva una forza notevole per i suoi sette anni, a volte mi buttava a terra. Era un abbraccio salutare, quello: mi dava l’energia di affrontare ogni difficoltà. Ricordo quando andammo a visitare un frantoio: era novembre, faceva freddo ma il cielo era terso e trasparente, e Sara, forse per la contentezza di trovarsi con noi in un posto nuovo, mi abbracciò come al suo solito, buttandomi sul pavimento unto della stanza. Sul treno, di ritorno a casa, l’odore forte delle olive macinate aveva impregnato tutto il vagone ma soprattutto la mia anima, il mio cuore. Vedevo dal finestrino le cime appena innevate delle montagne, i bei camini fumanti, i campi arati. Il paesaggio, il movimento della carrozza sulle rotaie quasi a cullarmi, il cappotto fradicio d’olio e d’amore che mi avvolgeva, mi davano un senso di pace, di gioia: mi dimenticai persino di scendere dal treno.
Passarono presto quei mesi di scuola: arrivò anche giugno, il tempo dei saluti. Abbracciai Sara. Lei mi guardava con quei suoi occhioni sgranati dolcissimi esclamando: “Ancola tu maeta velo?”. Piansi per la strada considerando le piccole cose di quel “cucciolo”. Il sole caldo, i tigli in fiore, i prati punteggiati di papaveri fiammeggianti, le cicale con il loro continuo canto, ce la mettevano tutta per farmi sorridere. I passanti guardavano incuriositi le mie lacrime. Sono spesso i particolari a chiamarle: e io portavo con me i piccoli gesti, le piccole cose di quel “cucciolo” che avevo appena lasciato e che forse non avrei più rivisto.
Ero infatti precaria, quell’anno, e il seguente mi avrebbero senz’altro destinata altrove: altri bambini, tutti bellissimi da vedere dentro, altri piccoli gesti e cose a suggellare altre storie. Ogni volta avrei dovuto ricominciare daccapo perché ogni bambino era ed è diverso dall’altro anche se ha la stessa patologia. Avrei dovuto trovare la “chiave” giusta per poter entrare nel loro mondo: ma quale e quanta gioia mi avrebbe sempre procurato stare con loro! Questo pensiero mi rendeva più determinata nell’affrontare le situazioni, nel far sentire la mia voce. Se ero un po’ giù di corda, mi confortava pensare a quel loro sguardo dolce e indifeso, a quel “ti voglio bene” spesso pronunciato fra tante difficoltà, al brillare dei loro occhi per essere riusciti a fare qualcosa da soli e, per alcuni di loro, per essere arrivati anche a scrivere, leggere, contare. Riguardavo a casa quei loro bigliettini, scritti sì con molti errori ma pieni di cuoricini e di fiori, disegnati con cura e poi colorati in fretta e furia perché suonava la campanella e dovevano ancora essere messi a mia insaputa nella mia borsa per farmi una sorpresa.
Anche se ero stanca, uscivo sempre da scuola col sorriso sulle labbra. Tranne quella volta: avevamo accompagnato la classe in palestra nell’ora di educazione motoria e Luigi, come del resto gli altri bambini, era impaziente di gettare la palla nel cesto. Ma quando fu il suo turno, il canestro mobile si abbattè a terra. Presi Luigi per un braccio allontanandolo appena in tempo. Rimasi turbata dell’accaduto per diversi giorni, senza però darlo a vedere a nessuno, specialmente ai genitori, che cercavo di rassicurare sempre parlando a lungo con loro. Vestiti di pazienza, d’amore e di speranza, essi camminavano spesso quasi “in punta di piedi” come se avessero paura di disturbare o di togliere il tempo a qualcuno. Ma erano felici nel veder giocare e lavorare con gli altri bambini i loro figli. Cercavano di scorgere in un loro sguardo, in una loro parola, una parvenza di “normalità” nella loro “diversità”.
Ebbene, qualche volta incontro ancora, per le vie del centro città, qualche mio antico alunno, ormai cresciuto. Sui corpi essi iniziano a incarnare il lavoro del tempo: come una breve nevicata che si sia posata su loro trasformandoli un po’, ma lasciando intatto il loro bellissimo “dentro”. Tutti mi riconoscono, mi salutano, mi abbracciano. “Ciao, salutami la mamma, il babbo, tua sorella Maria!”, dico a Marco, ancora chiuso nel suo mutismo, prima di separarmi da lui. Mi fa cenno di sì, col capo. Alza poi quattro dita, poi sei, mettendo insieme le mani come se impugnassero il manubrio di una moto. Capisco il messaggio: “E’ sempre il tuo campione preferito, Valentino, vero Marco?”. Lui annuisce sorridendo radioso. Una volta vidi anche Viola, sull’autobus. “Maestra, Maestra!”. Mi girai. Era seduta in fondo: mi aveva riconosciuto anche di spalle. “Come sta Lorenzo? Cosa fa ora?”: ricordava il nome di mio figlio e notai con gioia come fosse migliorato il suo linguaggio.
Incontro a volte anche Franco, col suo babbo, specialmente nel periodo natalizio. Mi indica tutto contento il trenino che passa scampanellando con tanti bambini per la strada addobbata e scintillante. Lui mi aiuta a intenerirmi e, davanti alle luci intermittenti che raccontano emozioni semplici e buone, guardo di nuovo il mondo con innocenza e magia. Franco è la luce più bella accesa in questa via. Si allontana, lo seguo con lo sguardo finchè non lo vedo scomparire: e rimango sul marciapiede, come quella lontana mattina di ottobre sulla pensilina della stazione; e, come allora, mi batte forte il cuore.
(Anonimo, PratoRaccontiamoci)
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