Raccontiamoci

IL PROFUMO DEL PASSATO

La famiglia… Anche molti di noi l’hanno conosciuta esattamente così, come la ricorda in questo racconto di vita l’anziana protagonista. E del resto, in parte non trascurabile essa è ancora rimasta così, per fortuna, fonte difficilmente sostituibile di solidarietà e di valori.

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Nella pentola grande il ragù sobbolle con la solennità che s’addice alle grandi occasioni. Il forno, in basso, è pronto a spalancarsi per accogliere con ardore la teglia per l’arrosto. Nel padellino più piccolo abbrustolisco il pangrattato per i carciofi ripieni. Gli ingredienti li ho sempre saputi: capperi, aglio, prezzemolo tritato, olio e pane grattugiato ben tostato. Con quest’impasto si farciscono i carciofi, mutilati delle foglie più esterne (più dure) e della sommità spinosa. Una volta riempiti, i carciofi vanno allineati in teglia con qualche goccia d’acqua e d’olio, quindi messi sul fornello a fiamma bassa per farne cuocere il fondo. Poi, appena prima che l’acqua si asciughi del tutto, chiedono una passata in forno ben caldo, per gratinare.

Colgo un movimento: è un nipotino che si affaccia a sbirciare dalla porta della cucina e gli scocco un’occhiataccia che significa Va’ a giocare da un’altra parte! e lui sparisce, in ossequio alla legge non scritta della casa, che recita: Bimbi belli, fuori dai fornelli. Il detestare i curiosi tra i piedi mentre cucino l’ho ereditato, insieme alle ricette, da mio padre Francesco, detto Ciccio. Lo chef di famiglia, nelle grandi occasioni, era lui. I suoi cavalli di battaglia erano le specialità siciliane (essendo palermitano doc, per giunta Siciliano di cognome): ma in verità era bravo in tutto ciò che portava in tavola. Questi carciofi ripieni, ad esempio…non sono mai riuscita a renderli buoni come li preparava lui. Quando li portava a tavola, ricordo, si vantava che non se ne sarebbe buttata via nemmeno una foglia. Ed era vero.

Probabilmente il suo segreto era la lunga preparazione. Soffrendo d’insonnia, era in piedi già dalle quattro del mattino: non di rado accendeva i fornelli a quell’ora, e gli odori dei manicaretti si spandevano dalla cucina fino alle nostre camere da letto (parlo del tempo in cui si viveva tutti insieme). Nel dormiveglia, ricordo, mi piaceva tentar di indovinare su cosa stava lavorando. Naturalmente, alzarsi per spiare era escluso: sarebbe stato sleale! Dagli anni della giovinezza (in cui, come testimoniano gli amici di allora, egli aveva il carattere dell’Etna) alla maturità e oltre (con tutti gli acciacchi, di cui peraltro assai poco si preoccupava) la sua passione era sempre stata l’arte culinaria. Sperimentava, creava, componeva. Un gourmet autodidatta in anticipo sui tempi (l’odierno boom di rubriche di cucina sui giornali, e di “reality”  televisivi sui cuochi, allora sarebbe stato davvero impensabile).

Come me, quando indossava il suo grembiulone non voleva nessuno tra i piedi: salvo poi lasciare, al termine delle grandi manovre in cucina, un esercito disfatto di pentole e tegami sul campo di battaglia. Puntualmente mia madre Leda, di fronte alla carneficina di stoviglie sporche si metteva le mani ai capelli e arruolava come truppa ausiliaria la prima figlia che beccava a portata di mano, cioè la sottoscritta  Rosa, o Gianna. Lucia aveva invece affinato una mirabile tecnica di fuga veloce: spergiurava un sicuro “lasciate tutto lì che poi ci penso io” e si dileguava ben sapendo che al ritorno avrebbe trovato tutto sistemato.

Di mio padre ricordo anche le micidiali massime, ormai passate alla storia di famiglia. Se a casa piombavano all’improvviso ospiti inattesi, lui si fregava le mani, sicuro di sé, e dichiarava: “Niente paura: datemi mezz’ora e sfamo un reggimento” (per poi riuscirvi, occorre riconoscerlo). O ancora: nelle rare occasioni in cui si andava al ristorante, se giudicava lo chef o i camerieri non all’altezza delle sue aspettative (peraltro piuttosto alte) li redarguiva senza mezzi termini esclamando: “ Questi cialtroni devono andare a vendere tappi!”.

Il meglio di sé, comunque, lo dava in occasione del Natale o delle ricorrenze in cui il nostro clan, ormai sparso per l’Italia, riusciva a riassemblarsi nella vecchia casa di via Centonze. Ricordo l’ampio soggiorno con alle pareti i quadri un po’ pretenziosi della zia Elsa, la sedicente artista di famiglia. E poi le stelline di carta stagnola sui vetri alle finestre, e i fili d’argento pencolanti dal lampadario. Sulla credenza panciuta facevano bella mostra vassoi con dolcetti fatti in casa, torroncini di Polistena (inevitabile dono natalizio di amici calabresi), fichi secchi infornati ripieni di noci (i cassateddi!) e i datteri. Un grande albero svettava in un angolo, opera di mia madre che iniziava ad addobbarlo sin dalla festa dell’Immacolata perché “tutto deve essere pronto per tempo”, come diceva lei. Era un pino sintetico (oggi si direbbe “ecologico”), di un tempo (di quali anni si tratta? Forse i Sessanta…) in cui noi sciagurati ragazzi di via Centonze preferivamo invece procurarci uno sfortunato pino “naturale”. Da metà novembre – ricordo – facevamo lunghe passeggiate ricognitive sui colli circostanti: individuato l’albero si disegnava una mappa per il rintracciamento usando complicati punti di riferimento mentali (non c’erano i navigatori Gps!) e infine si passava al lavoro con ascia e sega (arnesi di cui avevamo una conoscenza – soprattutto noi ragazze – del tutto sommaria) sempre col timore  d’imbattersi nella Guardia Forestale o di non riuscire a collocare la “refurtiva” nel portabagagli della nostra Fiat 1100.

L’allestimento della tavola natalizia era opera di noi tre sorelle. Contando più sulla fantasia (tanta) che sulle lire (poche) riuscivamo a creare un ambiente allegro, spiritoso e coloratissimo per il cenone. I bambini inserivano furtivamente (si fa per dire, essendo la cosa scontata) letterine preparate a scuola sotto i piatti di genitori e nonni. I quali, puntualmente, reagivano alla lettura dei commoventi “pensierini” dei nipoti con doverosi lucciconi agli occhi. Non me ne vorrà Robert Wise, ma il ricordo di quei Natali ha per me il titolo del suo film capolavoro: eravamo davvero Tutti insieme appassionatamente, noi tre sorelle coi rispettivi mariti e figli: Gianna tornata per l’occasione da Giarre (paesone poco a nord di Catania), io da Reggio Calabria, Lucia rimasta (punto di riferimento insostituibile) nella natia Messina. I bambini (otto) sgambettavano per la casa dei nonni, felici e consapevoli che in quelle occasioni i divieti erano sospesi e i rimproveri banditi. Mancava solo Ercole, il più giovane, unico maschio dopo tre sorelle, il più lontano di tutti, trasferitosi in quel di Diana Marina (riviera ligure) per gestire un locale, lavoro che non gli lasciava assolutamente la possibilità di “mollare” per le feste e prendere un aereo.  Eppure, davanti alla tavola imbandita delle leccornie natalizie sentivamo ugualmente la sua presenza, perché era tale l’atmosfera d’amore e complicità familiare che si levava da quei piatti fumanti, insieme al profumo, che riuscivamo facilmente a vincere con il pensiero la lontananza.

Interrompo un momento il filo di ricordi e chiedo venia ai lettori per un piccolo autocompiacimento: è vero, sulla memoria olfattiva e sul rapporto tra cibo, amore e comunione familiare ha già scritto a sufficienza, e sicuramente meglio di me, Banana Yoshimoto: ma se la Yoshimoto è una narratrice più abile della sottoscritta, la sfido a preparare involtini di pescespada e melanzane-ricetta alla nonno Ciccio; mi spiace per lei, ma non ci sarebbe storia!

Dicevo dei Natali di via Centonze. Ricordo i doni affastellati sotto l’albero e la gioia dei bambini nello scartare i pacchi colorati. In effetti erano regali prosaici, umili, forse insignificanti di fronte agli I-Phone e alle X-box che le pubblicità moderne quasi impongono oggi. Ma rendevano l’atmosfera ugualmente vibrante e magica. Chi diceva “Se guardate tutto ciò che è messo in vendita scoprirete di quante cose potete fare a meno”? Mio padre o Socrate? Ora non ricordo, ma di certo lo pensavano entrambi.

Il vero regalo era stare insieme: una piacevole confusione, un vocio diffuso, qualche capriccio dei più piccoli, tutto secondo copione. Dalla televisione un coro di voci bianche, canzoni natalizie che anche noi intonavamo con risultati musicalmente più o meno gradevoli, senza curarcene troppo. Avevamo tutti qualcosa da raccontare, specie noi tre sorelle, ridendo di cuore anche per sciocchezze e saltando da un argomento all’altro.
Continuano a fluire in me tanti ricordi… Ecco mia madre tirare fuori un mucchietto di buste con i nostri nomi scritti con la sua inconfondibile grafia. Ci chiama uno per uno dicendo: “Un piccolo pensiero per ciascuno di voi, ma vi raccomando: fatene buon uso e auguri, auguri!”. Questi gesti e queste parole sono impressi nella mia mente, così nitidi anche se sono passati tanti anni, così come le parole di mio padre all’apertura di ogni pacchetto: “Perché spendete soldi per me? Non è il caso: pensate ai vostri figli…”; e ancora, dopo una pausa piena di significati: “Ricordate che il Natale più grande è quello che trovate nel vostro cuore e non sotto un albero pieno di luci colorate”.

Gli anni sono trascorsi, uno dietro l’altro, in un susseguirsi di eventi lieti e tristi come è normale nella vita di ognuno, ma oggi, all’approssimarsi di un altro 25 dicembre, mi prende un groppo alla gola. Ecco, i ricordi sono finiti e il pranzo è pronto. Anche quest’anno. E’ ora di portare in tavola, adesso ci sono i miei figli, nuore e nipoti, che aspettano i miei manicaretti, e poi i regali. Mio padre e mia madre sono volati in cielo, uno dopo l’altra, ormai da tempo. Mi piace però figurarmeli, in questo giorno di festa, seduti a un’altra grande tavolata come quella che io ricordo, magari accanto a Qualcuno che amavano, spezzare il pane e versare il vino insieme agli ospiti. Qualcuno a cui magari far assaggiare i carciofi ripieni di pangrattato abbrustolito e capperi, spiegandogli – come soleva vantarsi mio padre – che… nemmeno il Padreterno sa farne così buoni.
                                                                                                                             
                                                                                                               (Anonimo, PremioPratoRaccontiamoci)
                                                                                       
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LA LUCE PIU' BELLA ACCESA NELLA VIA

“Il ruolo della scuola è importante…”: una frase vera ma anche un poco retorica. “Il ruolo della maestra è importante…”: una frase vera e basta.
Sono le persone, le singole persone nei loro singoli ruoli, quei ruoli che noi finiamo per attribuire alle “istituzioni”, a essere veramente importanti e anzi decisive: insomma,  frasi come “i politici rubano”, “i funzionari sono corrotti”, “gli studenti non studiano” (ed anche i loro opposti positivi) sono spessissimo slogans che nascondono la verità effettiva del nostro vivere sociale: è il politico signor Tale che ruba, è il funzionario Tal dei Tali che è corrotto, è lo studente Tizio che non studia...

Anzi, dovremmo fare un ulteriore passo avanti di intelligenza e giustizia dicendo che è il politico signor Tale che ha rubato nella tale occasione, è il funzionario Tal dei Tali che è stato corrotto nella tale occasione, è lo studente Tizio  che non ha studiato il tale giorno…

Il parlare con genericità e pressapochismo, oltre che ingiusto, è sterile e alla lunga negativo. E ci fa trascurare il fatto che siamo circondati da concrete persone che fanno male il loro dovere mentre altre lo fanno mediocremente e altre ancora lo fanno bene o addirittura benissimo.
Il caso del ruolo della maestra elementare è particolarmente emblematico di un mestiere, e del relativo settore, che mantengono nella nostra società una funzione di grande importanza oggettiva per il rapporto educativo con ogni singolo bambino e con ogni singola famiglia, ed è giusto in tal senso ricostruire intorno alla figura di ogni singola maestra una attenzione concreta e personalizzata costante, di sostegno quando è brava, di consapevolezza e correzione quando lo è di meno.

La “esperienza di vita” che oggi pubblichiamo ne è uno degli innumerevoli esempi.

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Sì, li ricordo tutti: “a uno a uno”, come dice il Pascoli in una sua famosa poesia. Ricordo i loro volti, i gesti, le voci, i rituali, i progressi, i regressi, la merendina preferita, i nomi (che qui cambio appena, per rispetto delle loro persone).

Come mi batteva forte il cuore, quando iniziai per la prima volta a insegnare ai bambini “diversamente abili”! Quella mattina di ottobre non vedevo l’ora che arrivasse il treno, mentre camminavo impaziente su e giù per la pensilina gremita di persone, soprattutto ragazzi intenti a ripassare le lezioni, tra le foglie secche sollevate dal vento e che mulinavano come i pensieri della mia mente. Mi rivedevo studentessa preoccupata per quel compito o quella interrogazione, e pensavo agli esami da sostenere, che nella vita davvero non finiscono mai. “Ce la farò?”, mi domandavo adesso pensando al mio nuovo ruolo di insegnante. Per la poca esperienza posseduta mi sentivo infatti ancora quella ragazza giovane a volte resa insicura da una sconfitta o da un brutto voto a scuola: ma l’entusiasmo e l’amore per l’insegnamento mi davano coraggio, e tanta era la voglia di incominciare.

Scesa dal treno mi avviai con passo spedito verso la sede scolastica a me assegnata. Il profumo del pane si spandeva per la via e mi faceva tornare ai tempi della mia infanzia, quando, prima di andare a scuola, mi fermavo con la mia mamma in un forno a legna per comprare dei panini per la merenda. Quell’aroma, però, mi ricordava pure leggi discriminanti vigenti in quel periodo, leggi addirittura lesive della dignità umana. Esistevano infatti nella scuola elementare sezioni maschili separate da quelle femminili, e più ancora esistevano classi “differenziali”, dove venivano ghettizzati bambini che avevano bisogno di “normalità” e non di esclusione. C’erano in quel tempo anche manicomi, dove le persone internate per problemi psichici venivano private della loro soggettività ed erano sottoposte a disumani trattamenti. Solo a pensare a questi si dovrebbe mostrare quella “pietà” come la intendeva Dostoevskij, e cioè come profondo rispetto per l’essere umano che non può venire offeso.
Nel 1978 Franco Basaglia riuscì a far approvare la legge che sanciva in Italia la chiusura dei manicomi e che nel 2003 l’Organizzazione Mondiale della Sanità riconobbe come “uno dei pochi eventi innovativi su scala mondiale”. Anche le “classi differenziali” sono state finalmente abolite; ma c’è ancora chi non apre la mente e il cuore al rispetto e all’accoglienza di chi è “diverso”, chi non si pone davanti alle immense risorse della vita e della persona senza pregiudizi, chi guarda ancora con commiserazione e ipocrisia il prossimo in difficoltà.

I primi giorni del mio impegno scolastico di insegnante comunque non furono facili. La piccola Sara era molto aggressiva con i compagni e con le insegnanti. Non partecipava a nessuna attività ludica e scolastica. Era tutto uno strappare i capelli, un dare morsi, graffi, calci. Pure io tornavo a casa segnata, ma più che altro sconfitta: mi sentivo impotente, e a un certo punto volevo anche smettere. Ma il direttore della scuola aveva fiducia in me e m’incoraggiò a continuare. E non mollai. 

Dovevo entrare nel “rifugio” interiore di Sara. All’inizio “bussai” sicura come a una porta conosciuta e il suo fragile mondo si frantumò come il mio orologio, dono e ricordo di mio padre che avevo posato sul banco e che lei scaraventò a terra. Ma le cose preziose diventano niente rispetto alla trasformazione dei fatti e dei comportamenti: e il mio pensiero preminente era di riuscire a entrare nel mondo interiore di questa bambina. Lei continuava però a non sentirmi, mi oltrepassava con lo sguardo. E io “bussai” ancora, ma piano, alla sua porta, e lei mi aprì, senza rabbia, senza paura.

Man mano che le settimane passavano Sara cominciò a socializzare, ed era molto meno aggressiva. Riusciva persino a rappresentare qualcosa graficamente, grazie anche ai compagni di classe, bambini meravigliosi sempre pronti ad aiutarla senza assumere nei suoi confronti atteggiamenti protettivi o pietistici. Si fidava di chi credeva in lei e dava ogni giorno di più, progredendo anche nel linguaggio, in un ambiente dove c’era sintonia, dove venivano scambiati i ruoli delle insegnanti perché gli alunni non vedessero me come la maestra esclusiva di Sara e la mia collega come la maestra del resto della classe.

La bambina si era affezionata molto a me. Appena entravo in aula mi correva incontro abbracciandomi e, siccome aveva una forza notevole per i suoi sette anni, a volte mi buttava a terra. Era un abbraccio salutare, quello: mi dava l’energia di affrontare ogni difficoltà. Ricordo quando andammo a visitare un frantoio: era novembre, faceva freddo ma il cielo era terso e trasparente, e Sara, forse per la contentezza di trovarsi con noi in un posto nuovo, mi abbracciò come al suo solito, buttandomi sul pavimento unto della stanza. Sul treno, di ritorno a casa, l’odore forte delle olive macinate aveva impregnato tutto il vagone ma soprattutto la mia anima, il mio cuore. Vedevo dal finestrino le cime appena innevate delle montagne, i bei camini fumanti, i campi arati. Il paesaggio, il movimento della carrozza sulle rotaie quasi a cullarmi, il cappotto fradicio d’olio e d’amore che mi avvolgeva, mi davano un senso di pace, di gioia: mi dimenticai persino di scendere dal treno.

Passarono presto quei mesi di scuola: arrivò anche giugno, il tempo dei saluti. Abbracciai Sara. Lei mi guardava con quei suoi occhioni sgranati dolcissimi esclamando: “Ancola tu maeta velo?. Piansi per la strada considerando le piccole cose di quel “cucciolo”. Il sole caldo, i tigli in fiore, i prati punteggiati di papaveri fiammeggianti, le cicale con il loro continuo canto, ce la mettevano tutta per farmi sorridere. I passanti guardavano incuriositi le mie lacrime. Sono spesso i particolari a chiamarle: e io portavo con me i piccoli gesti, le piccole cose di quel “cucciolo” che avevo appena lasciato e che forse non avrei più rivisto.

Ero infatti precaria, quell’anno, e il seguente mi avrebbero senz’altro destinata altrove: altri bambini, tutti bellissimi da vedere dentro, altri piccoli gesti e cose a suggellare altre storie. Ogni volta avrei dovuto ricominciare daccapo perché ogni bambino era ed è diverso dall’altro anche se ha la stessa patologia. Avrei dovuto trovare la “chiave” giusta per poter entrare nel loro mondo: ma quale e quanta gioia mi avrebbe sempre procurato stare con loro! Questo pensiero mi rendeva più determinata nell’affrontare le situazioni, nel far sentire la mia voce. Se ero un po’ giù di corda, mi confortava pensare a quel loro sguardo dolce e indifeso, a quel “ti voglio bene” spesso pronunciato fra tante difficoltà, al brillare dei loro occhi per essere riusciti a fare qualcosa da soli e, per alcuni di loro, per essere arrivati anche a scrivere, leggere, contare. Riguardavo a casa quei loro bigliettini, scritti sì con molti errori ma pieni di cuoricini e di fiori, disegnati con cura e poi colorati in fretta e furia perché suonava la campanella e dovevano ancora essere messi a mia insaputa nella mia borsa per farmi una sorpresa.

Anche se ero stanca, uscivo sempre da scuola col sorriso sulle labbra. Tranne quella volta: avevamo accompagnato la classe in palestra nell’ora di educazione motoria e Luigi, come del resto gli altri bambini, era impaziente di gettare la palla nel cesto. Ma quando fu il suo turno, il canestro mobile si abbattè  a terra. Presi Luigi per un braccio allontanandolo appena in tempo. Rimasi turbata dell’accaduto per diversi giorni, senza però darlo a vedere a nessuno, specialmente ai genitori, che cercavo di rassicurare sempre parlando a lungo con loro. Vestiti di pazienza, d’amore e di speranza, essi camminavano spesso quasi “in punta di piedi” come se avessero paura di disturbare o di togliere il tempo a qualcuno. Ma erano felici nel veder giocare e lavorare con gli altri bambini i loro figli. Cercavano di scorgere in un loro sguardo, in una loro parola, una parvenza di “normalità” nella loro “diversità”.

Ebbene, qualche volta incontro ancora, per le vie del centro città, qualche mio antico alunno, ormai cresciuto. Sui corpi essi iniziano a incarnare il lavoro del tempo: come una breve nevicata che si sia posata su loro trasformandoli un po’, ma lasciando intatto il loro bellissimo “dentro”. Tutti mi riconoscono, mi salutano, mi abbracciano. “Ciao, salutami la mamma, il babbo, tua sorella Maria!”, dico a Marco, ancora chiuso nel suo mutismo, prima di separarmi da lui. Mi fa cenno di sì, col capo. Alza poi quattro dita, poi sei, mettendo insieme le mani come se impugnassero il manubrio di una moto. Capisco il messaggio: “E’ sempre il tuo campione preferito, Valentino, vero Marco?”. Lui annuisce sorridendo radioso. Una volta vidi anche Viola, sull’autobus. “Maestra, Maestra!”. Mi girai. Era seduta in fondo: mi aveva riconosciuto anche di spalle. “Come sta Lorenzo? Cosa fa ora?”: ricordava il nome di mio figlio e notai con gioia come fosse migliorato il suo linguaggio.
Incontro a volte anche Franco, col suo babbo, specialmente nel periodo natalizio. Mi indica tutto contento il trenino che passa scampanellando con tanti bambini per la strada addobbata e scintillante. Lui mi aiuta a intenerirmi e, davanti alle luci intermittenti che raccontano emozioni semplici e buone, guardo di nuovo il mondo con innocenza e magia. Franco è la luce più bella accesa in questa via. Si allontana, lo seguo con lo sguardo finchè non lo vedo scomparire: e rimango sul marciapiede, come quella lontana mattina di ottobre sulla pensilina della stazione; e, come allora, mi batte forte il cuore.
                                                                                                
                                                                                                                          (Anonimo, PratoRaccontiamoci)
                                                                                                     
                                                                                                   *****

 

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LE PALME DEI CARAIBI

  Eccoci ai Caraibi. La prima sensazione mentre attraversiamo il piazzale dell’aeroporto Las Americas di Santo Domingo è l’intenso profumo di salsedine e di vegetazione tropicale. Finalmente siamo nel paese dove è sempre estate, il paese dei miei sogni. La nostra residenza è ubicata in Enchance Isabelita, una località che dista una decina di chilometri dalla capitale Santo Domingo e venti da Boca Chica.

Mi sorprende il pullmino sgangherato bianco e marrone, una vettura buffa risalente ai nostri anni Cinquanta del secolo scorso. Dal finestrino noto le palme che sembrano correre lungo il mare, alte verso il cielo. Corrono e si susseguono in una visione nuova e tipicamente caraibica.

La prima volta che vediamo la spiaggia restiamo senza parole di fronte a tanta bellezza: dobbiamo stropicciarci gli occhi per renderci conto che è tutto vero, e noi siamo lì come dentro ad un poster d’agenzia. Il primo bagno nel Mar dei Caraibi è un tuffo nella trasparenza cristallina di un enorme acquario (il mio segno zodiacale…) e infatti non a caso Boca Chica è famosa come la più grande vasca naturale del mondo”, essendo protetta dalla grande barriera corallina.

A bordo di velocissime lance siamo diretti all’isola Saona nel sudest della Repubblica Dominicana, immersi in un paesaggio che non trova parole capaci di descriverne la bellezza. Il vento ci scompiglia  i capelli e i pensieri. Il sole accende i colori che abbagliano in modo incredibile. Palme, mare dalle sfumature indescrivibili, trasparenti come una fonte di acqua sorgiva: bianco, azzurro, verde… non saprei dire quale colore primeggia fra tutti. La lancia si ferma e ci viene regalato un tuffo per un brindisi in acqua con il Cuba Libre.

In mezzo alle mangrovie l’acqua del mare è bassissima e incredibilmente bianca. Ci incontriamo fra le radici di queste piante acquatiche che vivono con il loro particolare ecosistema. Avvistiamo una miriade di pesciolini che, per confondere eventuali predatori, nuotano tutti assieme in branco, come a formare l’ombra di un unico grosso pesce per fare più paura agli eventuali aggressori. Ci tuffiamo in mezzo a loro, che immediatamente si scompongono  e scappano formando scie scure nell’acqua. A poca distanza giunge il fragore delle onde che dall’oceano aperto si infrangono contro la barriera corallina che ora vediamo più da vicino: ci siamo quasi sopra. La sabbia è composta di madrepore e schegge taglienti di conchiglie ed è addirittura pericoloso camminare: è possibile proseguire solo con apposite scarpette di gomma. L’acqua è alla caviglia perché in questo punto la barriera è a livello della superficie. Ciuffi di alghe trasportati dalla corrente e alcuni ricci sono camuffati fra la vegetazione. Arrivo dove un altro mare inizia. Le onde che sentivo da lontano ora sono davanti a me e sbattono sulla barriera. Resto ferma e contemplo dove mi trovo: alle mie spalle le acque basse e cristalline della baia, e davanti il blu immenso dell’Oceano Atlantico. Un salto di acqua scura, profonda, vertiginosa e insieme affascinante.

Nei silenziosi pomeriggi, nell’ora della siesta, affrontiamo il caldo torrido dei quarantacinque gradi per gironzolare nel borgo semideserto di Boca Chica. Ci sono bazar, negozi, una piccola chiesa. L’ufficio telefonico è dotato di cabine bianche, si telefona comodamente e la linea è perfetta. E’ emozionante sentire qualcuno di casa nel filo, lontano…e all’improvviso la realtà prende voce…Vorrei comunicare al telefono tante sensazioni ma non è facile. Il Correio da Repubblica Dominicana, l’ufficio postale, è una casetta di legno azzurro. Un’impiegata molto calma sta seduta dietro lo sportello (sportello, un parolone…) in attesa che i turisti comprino francobolli per le cartoline. I francobolli però non ci sono perché devono arrivare dalla Capitale e ne arrivano sempre molto pochi.

Voltare le spalle alla costa ed inoltrarsi nella foresta vuol dire provare la freschezza di un bagno nelle verdi acque del lago di Sierra de Agua nei pressi di Bajaguana. Qui c’è una cascata altissima e alcuni indigeni si tuffano nel vuoto dando spettacolo per racimolare alcuni pesos. Abbiamo così modo di visitare le case, o meglio i capanni, della gente del posto. Ci viene offerto un pranzo composto di riso e mais, maiale, platano fritto e patate americane. La vegetazione è fitta e il cielo sembra meno luminoso, qualche nuvola transita finchè scende una pioggia improvvisa, calda, tipicamente tropicale. Torniamo sulla via di casa e durante il percorso notiamo la miseria in cui vivono i dominicani in questa parte del paese, una realtà che contrasta con il mondo dorato della costa. Uomini giovani stanno seduti nei porticati di legno delle umili case, giocano con i bambini, ballano i merengue, guardano i camioncini che transitano con i turisti, ci salutano allegramente.
E’ una bella e calda sera, l’aria umida profuma di fiori e andiamo a Santo Domingo (qui tutti la chiamano semplicemente La Capitale) per assistere ad uno spettacolo di flamenco dominicano in un locale molto caratteristico, il Museo del Jamon, sulla Piazza Espana. Da Enchange Isabelita partiamo prendendo un taxi dopo averne contrattato il costo. Al ritorno accade qualcosa di incredibile, una scena esilarante: udiamo un rumore inquietante al motore, capiamo che qualcosa sta minacciando l’auto sulla quale viaggiamo, siamo storditi dalle musiche delle bachate ma il taxista prosegue la sua corsa e il suo canto… finchè l’auto rallenta, non va più…Abbiamo perso per strada niente meno che… l’intero albero di trasmissione… Incredibile! Il taxista, per nulla turbato nè stupito, ci sorride, si scusa quasi ballando mentre chiama un collega per farci portare a destinazione.

In questo paese dove i contrasti regnano sovrani, dove il business del turismo americano ed europeo si scontra con la povertà e la semplicità degli abitanti, i giorni trascorrono veloci: è l’ultima sera di queste due fantastiche settimane, vogliamo dare un saluto alla Capitale e torniamo, questa volta con un taxi “sano”, in città. Mi compro un cd contenente belle musiche caraibiche; il cantante noto qui si chiama El Gringo. Queste melodie hanno accompagnato i nostri giorni “bocachichesi”. Percorriamo la Calle El Conde e ci fermiamo per pranzo in un locale particolarissimo, il Cafè de Las Flores. Pappagalli dipinti alle pareti, colori e musica per il nostro ultimo giorno dominicano e sembra di essere ancora a Bajaguana!
Sono le ore 18, il cielo si fa buio e dal finestrino ammiro ancora una volta le palme che “corrono” lungo il mare, alte verso il cielo. Ora mare e cielo sembrano minacciosi. Ricordo questo stesso spettacolo la prima mattina, ma ora c’è malinconia mentre ci si dirige all’aeroporto. Alle 21, ora dominicana, decolliamo per Milano.

Eccoci a Milano, è il 30 agosto 2002. A distanza di alcuni giorni tutto mi sembra straordinariamente bello e incredibilmente lontano; quante belle sensazioni in questo viaggio! Mi lascio trasportare dall’emozione del ricordo che solo la musica sa trasmettere. Riascolto le note dei ritmi solari che El Gringo canta dal suo Cd e allora…magicamente sono ancora su quel pulmino sgangherato anni ’50 e dal finestrino … eccole… le rivedo lontanissime… le palme al vento che “corrono” lungo il mare, alte verso il cielo.
                                                                                                                                  
                                                                                                                                      (Anonimo)
                                                                                                           
                                                                                                      *****

 

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RICORDANDO SISINIO

E’ la prima volta che mi capita di vedere il nome Sisinio (in Sardegna è “Sisinnio”, con la doppia enne) fuori della mia isola. In questo racconto infatti l’ambiente è l’Italia del Nord. Il clima umano nel quale questo racconto ci porta è invece, semplicemente, quello della comune vicenda dei rapporti fra persone, in famiglia o nel lavoro o altrove. Anche in questo caso, come spesso capita, il dramma si intreccia inestricabilmente  con la profondità degli affetti.
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Era una mattina molto fredda, il 3 febbraio 1959, tempo di candelora, e, uscendo dalla porta di casa per andare al lavoro in negozio, trovai mio padre e suo fratello che stavano chiacchierando dopo essere tornati dalla prima messa del mattino. Eravamo vicini di casa, con mio zio, e lo salutai dandogli il buongiorno; lui mi risposte in modo gentile dicendomi: “Ciao popa” (ragazzina) e pensai tra me e me che mi aveva salutato proprio in modo carino, come uno zio affettuoso.

Verso sera andai poi a casa di mia zia, la quale mi disse che il marito, cioè lo zio che avevo salutato al mattino, era andato in montagna per controllare i tetti delle cascine visto che in quei giorni c’era stato molto vento e voleva accertarsi che tutto fosse in ordine: ma era già tardi e non aveva ancora fatto ritorno. La zia era preoccupata e aggiunse che avevano mandato suo figlio Romedio insieme a mio fratello Sisinio e ad un altro amico, Lino, per cercarlo.

I tre ragazzi, tutti diciottenni, si erano incamminati e ci vollero due ore per arrivare alla prima cascina. Constatarono che lo zio era passato di lì dato che c’erano ancora le braci sul camino: dalla prima cascina proseguirono quindi verso la seconda. Per arrivarci bisognava attraversare un fitto bosco con un sentiero stretto lungo circa un chilometro.

Era quasi notte e per proseguire dovevano attraversare anche un canalone ghiacciato; mio fratello Sisinio fu il primo a provare a passare: ma non ci riuscì perché scivolò sul ghiaccio. Gli altri due amici lo videro cadere terrorizzati, e iniziarono a chiamarlo: “Sisinio, Sisinio!”: ma lui non rispose. I due amici spaventati decisero allora di tornare di corsa in paese per chiedere aiuto.

I soccorritori partirono immediatamente, muniti di lampade a carburo, per cercare innanzitutto mio fratello nel fondo del canalone e quindi proseguire per cercare mio zio. Il primo soccorritore che arrivò sul posto iniziò improvvisamente a gridare dicendo che vedeva nel fondo due persone come morte. Sisinio, cadendo nel canale, fece ritrovare infatti anche il corpo dello zio, ormai privo di vita dopo aver battuto la testa: erano scivolati entrambi nello stesso punto.

Mio fratello aveva una profonda ferita alla testa e respirava, ma non era cosciente. I soccorritori lo caricarono su una barella di fortuna, ricavata dalla porta di una cascina, e in spalla lo portarono fino alla strada, dove arrivarono  le macchine con il dottore. Arrivammo anche io e mia sorella. Era uno strazio vedere così mio fratello: ci sembrava morto, con la bava alla bocca, e d’istinto lo chiamai: “Sisinio, Sisinio!”;  egli dovette sentire la mia voce perché mi rispose con un “ooooohh” gemente e a quel punto il dottore disse queste parole: “Vive, vive, ce la farà”; lo misero immediatamente sulla macchina, che di corsa lo accompagnò in ospedale.

Subì un intervento alla testa e lo medicarono anche per una profonda ferita ad un fianco; ci fu molta apprensione sia da parte nostra sia da parte dei medici, e rimase in coma per una settimana. Risvegliatosi ci chiese immediatamente di informarlo sulle condizioni di salute dello zio, e purtroppo dovemmo dargli la triste notizia della sua morte.

Circa un mese dopo tornò a casa dall’ospedale, con la testa ancora fasciata. Passarono alcuni ulteriori giorni e il 19 marzo volle andare in un paese vicino, dove ai tempi di cui stiamo parlando si potevano vedere già le prime televisioni nei bar: andava infatti per seguire la gara ciclistica Milano-Sanremo. Questo sport è stato la passione che lo ha accompagnato per tutta la vita: fu il primo a portare una bicicletta da corsa a Bersone, il nostro paese, e quando poteva andava anche all’estero per seguire le gare di bici in compagnia di amici, talvolta anche con Don Bicicletta, un suo amico prete chiamato così proprio per la sua passione  per la bici.

Sisinio è stato sempre un battagliero, ha fatto tanti lavori, l’operaio, il muratore, e anche l’impresario. Al suo fianco c’è sempre stata la moglie Marilisa, con la quale  ha formato una bellissima famiglia e dalla quale ha avuto quattro figli. Ad un certo punto della sua vita decise di costruire nel nostro piccolo paese un albergo con bar, ristorante, pizzeria, chiamato “S. Sebastian”: una struttura degna di un grande centro turistico, che egli gestiva con l’aiuto della moglie e dei figli. Purtroppo nel dicembre 2004 un ictus cerebrale lo colpì: venne operato di nuovo alla testa e poi intubato; non riprese più coscienza fino a quando, in una giornata di gennaio del 2005, ci lasciò, raggiungendo la moglie, morta tre anni prima.
Un vecchio proverbio dice: “Quando la gabbia è fatta l’uccello scappa”. E così anche lui se ne è volato via lasciando in eredità la sua opera principale, il S. Sebastian. Di lui ci resta soprattutto il ricordo di un uomo buono e gentile, che ci faceva sorridere con i suoi aneddoti, con le sue battute, e le filastrocche che insegnava alle sue nipotine. Ciao, zio Sisinio! Con affetto, Lucia.
                                                                                                                             
                                                                                                   (Anonima)


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Raccontiamoci

IL FASCINO DEL SACRO E DELLA CONOSCENZA

Dalla torre del campanile della Badia erano appena battute le ore quattro di uno dei tanti caldi pomeriggi d’estate. Suor Maria, poco più di un metro e mezzo di altezza, dalla sua cattedra del laboratorio di ricamo rompeva il silenzio su una cinquantina di bambine ricamatrici concentrate sui loro telai, tese per timore che la burbera suora chiamasse una di loro per controllarle il lavoro e, puntualmente, trovasse qualche difetto per disfarlo. Io, una delle sue preferite forse perché nipote della cara zia Anna, stavo lì dalla mattina e le suore mi davano anche la colazione poiché mia mamma, lavorando dieci ore al giorno alla roccatrice, dove talvolta mi portava, non aveva il tempo di prepararmela.
Mi piaceva trascorrere le giornate “fra le monache”, come mi sottolineava spesso una mia amica ogni volta che non le piaceva qualche mio comportamento poco altruista: “E meno male, cara Monica, che sei cresciuta fra le monache…”. Questa frase mi metteva a disagio, ma quand’ero in quegli “ambienti di chiesa” stavo in pace e mi sentivo bene. 

Mia zia Anna, che abitava con noi e si nutriva anche di stampa cattolica, Bibbia ed esercizi spirituali, decise a un certo punto di entrare nel convento di Santa Caterina dei Ricci, a Prato. Un giorno (io avevo solo sei anni e con la zia dividevo una camera adorna di rosari, crocifissi e santini) lei riunì tutta la nostra famiglia e comunicò la sua scelta ascetica: “Voglio fare la suora di clausura”. Ricordo ancora le reazioni di mia mamma e dell’altra mia zia, che si ritrovarono sole, con la nonna Emilia seminferma da accudire e con un duro lavoro da mandare avanti per dieci ore al giorno. Comunque la scelta della zia Anna venne rispettata, da buona famiglia cattolica praticante quale eravamo. E ogni tanto andavamo a trovarla in convento.

La grande accoglienza delle monache, il mio visino angelico con il vestito da prima comunione che venne appeso in refettorio, il profumo e il fresco delle grandi stanze del convento, l’arredamento austero, i canti delle suore, il colore del rosolio, fecero del monastero uno dei luoghi preferiti della mia infanzia. Il mio nome, Monica, datomi da mio padre, ex seminarista, in onore della madre di Sant’Agostino, divenne un altro buon appiglio alla mia presunta vocazione monastica.

La zia Anna, dal canto suo, tornò ben presto a casa su consiglio dei medici, i quali non ritenevano salutare per lei, figura sempre allegra, esuberante e piena di energie e di appetito, la vita rigida di clausura. Tornò a lavorare alla roccatrice con mia mamma, ma il suo fervore di praticante instancabile aumentò: io la seguivo nelle sue missioni di diffusione della stampa cattolica, nella recita del rosario, nell’andare a trovare i malati, e tutti ammiravano il mio lasciarmi travolgere da questi interessi.

A questa educazione, che il mio animo accolse volentieri anche perché mi metteva su un piedistallo rispetto alle cugine e alle amiche, si mescolava però un’inquietudine di fondo che mi sono portata dietro, con molto orgoglio, per tutta la vita. Le famose domande esistenziali, la tendenza alla riflessione, la sensazione di stare scomoda in tante situazioni, mi hanno accompagnato fin dalle elementari, quando scappavo dalla classe perché non mi piaceva il maestro, oppure scrivevo poesie che neanche i grandi riuscivano a interpretare e le ritrovavo pubblicate a volte sui giornalini della scuola, e soffrivo ad ogni allontanamento da casa soprattutto verso la colonia marina di Calambrone, dove ogni agosto mi mandavano per venti giorni.

Per quattro anni sono andata in quella colonia senza mai fare il bagno: mi vergognavo a spogliarmi sulla spiaggia davanti a tutti gli altri bambini, odiavo il numero che mia zia aveva cucito su mutandine e camiciole, odiavo le divise troppo grandi per me, le camerate, le docce, le zanzare che la notte combattevamo con gli zampironi a spirale, i pomodori e i piselli, la polvere che alzavamo per andare sulla spiaggia, le file per due…Praticamente tutto della colonia mi metteva in uno stato di ansia che ancora oggi provo quando resto al mare per più di qualche giorno. Ma anche nella colonia tutti mi volevano bene e diventai fra l’altro protagonista nella recita della “Carica dei 101”: diventai la Peggy di Calambrone.
Presto scoprii che anche la montagna era un’altra mia passione, come lo erano la corsa e lo studio. Dobbiaco mi ospitò per un “Campo Cresima” a soli nove anni e lì, nonostante la lontananza da casa, mi trovai in un altro ambiente dove ero coccolata e apprezzata. Dobbiaco divenne l’intermezzo di vacanza estiva fra una classe magistrale e l’altra, un periodo in cui mi dedicavo più al corpo che alla mente, e in particolare alle gare podistiche che volevo vincere a tutti i costi. In montagna riscoprivo quel senso di libertà che durante l’anno mi mancava, lo riscoprivo correndo in quelle stradine la mattina presto, quando il sole non aveva ancora diradato la nebbia dei campi e io inzuppavo di guazza scarpe e calzini. Poi mi piaceva tornare a casa o in albergo quando ancora nessuno si era alzato, e sentire il profumo delle brioches e del caffelatte.
Nell’estate del 1981, a soli 16 anni, vinsi la corsa notturna di Dobbiaco. Fu un grande successo e mi fecero festa sia gli italiani sia gli austriaci, Ma, arrivato settembre, lo studio riprendeva a tempo pieno e la scuola dove mi trovavo sembrava fatta su misura per conciliare la mia predisposizione all’introversione. A San Nicolò ritrovavo i sapori del convento conciliati all’attività scolastica, un connubio che accentuò le mie inclinazioni al pensare e ad una vita concentrata. Le suore, nonostante la mia personalità ombrosa e scostante, mi volevano un gran bene. Di amiche invece ne avevo poche, anche perché mi piacevano quelle scapestrate…

Ancora oggi quando passo davanti alla piazzetta di San Nicolò non posso fare a meno di sedermi su una panchina davanti al piccolo cancello, guardare i tigli e pensare a quante volte sono entrata attraverso quel portone, a come sono stati forti e densi quei quattro anni là dentro. Talvolta sono anche entrata dentro il convento e ho ripercorso l’imponente scalinata che porta alle aule, dove lo stesso profumo di antico e di eterno pervade gli immensi corridoi dal pavimento un po’ avvallato ma lucidissimo, le stesse porte, con lo stesso silenzio in cui mi trovavo quando rimanevo a studiare da sola nell’aula di scienze. Nella stanza c’erano allora barattoli con vipere sotto spirito, uno scheletro umano, delle vetrine, e l’enorme cattedra con piano di marmo bianco, freddo come lo sguardo di suor Angela davanti alle versioni di latino.

Dall’apice di sicurezza nelle mie capacità intellettuali passai poi al completo smarrimento nella vita pratica, intervallato da qualche esame universitario in cui potevo riacquistare un po’ di fiducia in me stessa: ma il mondo del lavoro, e in particolare l’insegnamento a scuola, mi facevano ripiombare nell’insicurezza, nell’incapacità di gestire tutte le situazioni. Ero in bilico fra il mio buonismo e il non accettare la mancanza di rispetto da parte dei miei alunni. Vedere dall’altra parte della cattedra mi faceva stare a disagio, invidiavo quelli seduti al banco che potevano permettersi di scegliere se seguire la lezione o fantasticare ancora nei loro universi paralleli: a me era permesso solo fare lezione e stare attenta a che i bambini non si facessero del male.

Ormai insegno[G1]  da venti anni e scopro quanto sia privilegiata nel poter osservare l’evoluzione dell’essere umano, e specialmente le reazioni spesso inaspettate che hanno i bambini ai nostri inputs….Per quanto le elementari mi abbiano costretto a rimanere con i piedi per terra, manco ancora di capacità organizzative: eppure so che la vita senza un orario o un programma da rispettare mi è più pesante. In estate, tempo di vacanza, arrivo spesso alla sera con un senso di vuoto che invece non ho quando vado a lavorare: allora mi butto nella lettura, nello scrivere qualcosa, nello studio di qualche filosofia che mi affascina e mi riporta ai tempi migliori.  Ritorno alle mie origini e mi ritrovo ad ammirare la vita di sant’Agostino, cercando di immaginare chi fosse veramente quella santa Monica che ha inciso tanto nella vita di un grande uomo. Non è difficile capire il successo che ha riscosso in me l’autore delle “Confessioni”: dietro alla mia facciata di combattente stava anche la Monica dei forti sentimenti e delle passioni che cercava di trovare un equilibrio.

Sono arrivata al matrimonio a trentadue anni. Volevo far viaggiare su due binari paralleli le mie passioni e l’idea di una famiglia. Presto ho capito che non ce la potevo fare e a darmi l’allarme sono stati i miei attacchi di panico. Sono arrivata così alla separazione, della quale ancora soffro. Ma, soprattutto dopo la morte di mia madre, mi sono sentita investita di una forza che mi ha fatto tornare la protagonista della mia vita. Mia madre era stata spesso la spalla su cui preferivo piangere ma, inconsapevolmente, le avevo rinfacciato di avermi dato la vita, quella vita che adesso mi ritengo invece fortunata di portare avanti, e che vorrei dedicare più agli altri che a me stessa. Arrivata infatti al mezzo secolo di vita mi sono accorta che nel panorama della esistenza più matura si mettono a fuoco cose che precedentemente apparivano di minor rilievo.
Sacrificare l’amore e la dedizione completa ai figli e agli altri nella rincorsa alla propria realizzazione è stato un errore, ma sono riuscita a riacquistare il senso della vita che tutti cerchiamo, e che per alcuni passa attraverso trame intricate che spesso la ragione non può capire del tutto. Allora mi risiedo e, dalla collina del mio mezzo secolo di vita, ammiro l’orizzonte più terso e oltre le nuvole voglio sperare che domani sia un giorno migliore di oggi.
                                                                                                                                                         (Anonima)
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