La famiglia… Anche molti di noi l’hanno conosciuta esattamente così, come la ricorda in questo racconto di vita l’anziana protagonista. E del resto, in parte non trascurabile essa è ancora rimasta così, per fortuna, fonte difficilmente sostituibile di solidarietà e di valori.
*****
Nella pentola grande il ragù sobbolle con la solennità che s’addice alle grandi occasioni. Il forno, in basso, è pronto a spalancarsi per accogliere con ardore la teglia per l’arrosto. Nel padellino più piccolo abbrustolisco il pangrattato per i carciofi ripieni. Gli ingredienti li ho sempre saputi: capperi, aglio, prezzemolo tritato, olio e pane grattugiato ben tostato. Con quest’impasto si farciscono i carciofi, mutilati delle foglie più esterne (più dure) e della sommità spinosa. Una volta riempiti, i carciofi vanno allineati in teglia con qualche goccia d’acqua e d’olio, quindi messi sul fornello a fiamma bassa per farne cuocere il fondo. Poi, appena prima che l’acqua si asciughi del tutto, chiedono una passata in forno ben caldo, per gratinare.
Colgo un movimento: è un nipotino che si affaccia a sbirciare dalla porta della cucina e gli scocco un’occhiataccia che significa Va’ a giocare da un’altra parte! e lui sparisce, in ossequio alla legge non scritta della casa, che recita: Bimbi belli, fuori dai fornelli. Il detestare i curiosi tra i piedi mentre cucino l’ho ereditato, insieme alle ricette, da mio padre Francesco, detto Ciccio. Lo chef di famiglia, nelle grandi occasioni, era lui. I suoi cavalli di battaglia erano le specialità siciliane (essendo palermitano doc, per giunta Siciliano di cognome): ma in verità era bravo in tutto ciò che portava in tavola. Questi carciofi ripieni, ad esempio…non sono mai riuscita a renderli buoni come li preparava lui. Quando li portava a tavola, ricordo, si vantava che non se ne sarebbe buttata via nemmeno una foglia. Ed era vero.
Probabilmente il suo segreto era la lunga preparazione. Soffrendo d’insonnia, era in piedi già dalle quattro del mattino: non di rado accendeva i fornelli a quell’ora, e gli odori dei manicaretti si spandevano dalla cucina fino alle nostre camere da letto (parlo del tempo in cui si viveva tutti insieme). Nel dormiveglia, ricordo, mi piaceva tentar di indovinare su cosa stava lavorando. Naturalmente, alzarsi per spiare era escluso: sarebbe stato sleale! Dagli anni della giovinezza (in cui, come testimoniano gli amici di allora, egli aveva il carattere dell’Etna) alla maturità e oltre (con tutti gli acciacchi, di cui peraltro assai poco si preoccupava) la sua passione era sempre stata l’arte culinaria. Sperimentava, creava, componeva. Un gourmet autodidatta in anticipo sui tempi (l’odierno boom di rubriche di cucina sui giornali, e di “reality” televisivi sui cuochi, allora sarebbe stato davvero impensabile).
Come me, quando indossava il suo grembiulone non voleva nessuno tra i piedi: salvo poi lasciare, al termine delle grandi manovre in cucina, un esercito disfatto di pentole e tegami sul campo di battaglia. Puntualmente mia madre Leda, di fronte alla carneficina di stoviglie sporche si metteva le mani ai capelli e arruolava come truppa ausiliaria la prima figlia che beccava a portata di mano, cioè la sottoscritta Rosa, o Gianna. Lucia aveva invece affinato una mirabile tecnica di fuga veloce: spergiurava un sicuro “lasciate tutto lì che poi ci penso io” e si dileguava ben sapendo che al ritorno avrebbe trovato tutto sistemato.
Di mio padre ricordo anche le micidiali massime, ormai passate alla storia di famiglia. Se a casa piombavano all’improvviso ospiti inattesi, lui si fregava le mani, sicuro di sé, e dichiarava: “Niente paura: datemi mezz’ora e sfamo un reggimento” (per poi riuscirvi, occorre riconoscerlo). O ancora: nelle rare occasioni in cui si andava al ristorante, se giudicava lo chef o i camerieri non all’altezza delle sue aspettative (peraltro piuttosto alte) li redarguiva senza mezzi termini esclamando: “ Questi cialtroni devono andare a vendere tappi!”.
Il meglio di sé, comunque, lo dava in occasione del Natale o delle ricorrenze in cui il nostro clan, ormai sparso per l’Italia, riusciva a riassemblarsi nella vecchia casa di via Centonze. Ricordo l’ampio soggiorno con alle pareti i quadri un po’ pretenziosi della zia Elsa, la sedicente artista di famiglia. E poi le stelline di carta stagnola sui vetri alle finestre, e i fili d’argento pencolanti dal lampadario. Sulla credenza panciuta facevano bella mostra vassoi con dolcetti fatti in casa, torroncini di Polistena (inevitabile dono natalizio di amici calabresi), fichi secchi infornati ripieni di noci (i cassateddi!) e i datteri. Un grande albero svettava in un angolo, opera di mia madre che iniziava ad addobbarlo sin dalla festa dell’Immacolata perché “tutto deve essere pronto per tempo”, come diceva lei. Era un pino sintetico (oggi si direbbe “ecologico”), di un tempo (di quali anni si tratta? Forse i Sessanta…) in cui noi sciagurati ragazzi di via Centonze preferivamo invece procurarci uno sfortunato pino “naturale”. Da metà novembre – ricordo – facevamo lunghe passeggiate ricognitive sui colli circostanti: individuato l’albero si disegnava una mappa per il rintracciamento usando complicati punti di riferimento mentali (non c’erano i navigatori Gps!) e infine si passava al lavoro con ascia e sega (arnesi di cui avevamo una conoscenza – soprattutto noi ragazze – del tutto sommaria) sempre col timore d’imbattersi nella Guardia Forestale o di non riuscire a collocare la “refurtiva” nel portabagagli della nostra Fiat 1100.
L’allestimento della tavola natalizia era opera di noi tre sorelle. Contando più sulla fantasia (tanta) che sulle lire (poche) riuscivamo a creare un ambiente allegro, spiritoso e coloratissimo per il cenone. I bambini inserivano furtivamente (si fa per dire, essendo la cosa scontata) letterine preparate a scuola sotto i piatti di genitori e nonni. I quali, puntualmente, reagivano alla lettura dei commoventi “pensierini” dei nipoti con doverosi lucciconi agli occhi. Non me ne vorrà Robert Wise, ma il ricordo di quei Natali ha per me il titolo del suo film capolavoro: eravamo davvero Tutti insieme appassionatamente, noi tre sorelle coi rispettivi mariti e figli: Gianna tornata per l’occasione da Giarre (paesone poco a nord di Catania), io da Reggio Calabria, Lucia rimasta (punto di riferimento insostituibile) nella natia Messina. I bambini (otto) sgambettavano per la casa dei nonni, felici e consapevoli che in quelle occasioni i divieti erano sospesi e i rimproveri banditi. Mancava solo Ercole, il più giovane, unico maschio dopo tre sorelle, il più lontano di tutti, trasferitosi in quel di Diana Marina (riviera ligure) per gestire un locale, lavoro che non gli lasciava assolutamente la possibilità di “mollare” per le feste e prendere un aereo. Eppure, davanti alla tavola imbandita delle leccornie natalizie sentivamo ugualmente la sua presenza, perché era tale l’atmosfera d’amore e complicità familiare che si levava da quei piatti fumanti, insieme al profumo, che riuscivamo facilmente a vincere con il pensiero la lontananza.
Interrompo un momento il filo di ricordi e chiedo venia ai lettori per un piccolo autocompiacimento: è vero, sulla memoria olfattiva e sul rapporto tra cibo, amore e comunione familiare ha già scritto a sufficienza, e sicuramente meglio di me, Banana Yoshimoto: ma se la Yoshimoto è una narratrice più abile della sottoscritta, la sfido a preparare involtini di pescespada e melanzane-ricetta alla nonno Ciccio; mi spiace per lei, ma non ci sarebbe storia!
Dicevo dei Natali di via Centonze. Ricordo i doni affastellati sotto l’albero e la gioia dei bambini nello scartare i pacchi colorati. In effetti erano regali prosaici, umili, forse insignificanti di fronte agli I-Phone e alle X-box che le pubblicità moderne quasi impongono oggi. Ma rendevano l’atmosfera ugualmente vibrante e magica. Chi diceva “Se guardate tutto ciò che è messo in vendita scoprirete di quante cose potete fare a meno”? Mio padre o Socrate? Ora non ricordo, ma di certo lo pensavano entrambi.
Il vero regalo era stare insieme: una piacevole confusione, un vocio diffuso, qualche capriccio dei più piccoli, tutto secondo copione. Dalla televisione un coro di voci bianche, canzoni natalizie che anche noi intonavamo con risultati musicalmente più o meno gradevoli, senza curarcene troppo. Avevamo tutti qualcosa da raccontare, specie noi tre sorelle, ridendo di cuore anche per sciocchezze e saltando da un argomento all’altro.
Continuano a fluire in me tanti ricordi… Ecco mia madre tirare fuori un mucchietto di buste con i nostri nomi scritti con la sua inconfondibile grafia. Ci chiama uno per uno dicendo: “Un piccolo pensiero per ciascuno di voi, ma vi raccomando: fatene buon uso e auguri, auguri!”. Questi gesti e queste parole sono impressi nella mia mente, così nitidi anche se sono passati tanti anni, così come le parole di mio padre all’apertura di ogni pacchetto: “Perché spendete soldi per me? Non è il caso: pensate ai vostri figli…”; e ancora, dopo una pausa piena di significati: “Ricordate che il Natale più grande è quello che trovate nel vostro cuore e non sotto un albero pieno di luci colorate”.
Gli anni sono trascorsi, uno dietro l’altro, in un susseguirsi di eventi lieti e tristi come è normale nella vita di ognuno, ma oggi, all’approssimarsi di un altro 25 dicembre, mi prende un groppo alla gola. Ecco, i ricordi sono finiti e il pranzo è pronto. Anche quest’anno. E’ ora di portare in tavola, adesso ci sono i miei figli, nuore e nipoti, che aspettano i miei manicaretti, e poi i regali. Mio padre e mia madre sono volati in cielo, uno dopo l’altra, ormai da tempo. Mi piace però figurarmeli, in questo giorno di festa, seduti a un’altra grande tavolata come quella che io ricordo, magari accanto a Qualcuno che amavano, spezzare il pane e versare il vino insieme agli ospiti. Qualcuno a cui magari far assaggiare i carciofi ripieni di pangrattato abbrustolito e capperi, spiegandogli – come soleva vantarsi mio padre – che… nemmeno il Padreterno sa farne così buoni.
(Anonimo, PremioPratoRaccontiamoci)
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Nella pentola grande il ragù sobbolle con la solennità che s’addice alle grandi occasioni. Il forno, in basso, è pronto a spalancarsi per accogliere con ardore la teglia per l’arrosto. Nel padellino più piccolo abbrustolisco il pangrattato per i carciofi ripieni. Gli ingredienti li ho sempre saputi: capperi, aglio, prezzemolo tritato, olio e pane grattugiato ben tostato. Con quest’impasto si farciscono i carciofi, mutilati delle foglie più esterne (più dure) e della sommità spinosa. Una volta riempiti, i carciofi vanno allineati in teglia con qualche goccia d’acqua e d’olio, quindi messi sul fornello a fiamma bassa per farne cuocere il fondo. Poi, appena prima che l’acqua si asciughi del tutto, chiedono una passata in forno ben caldo, per gratinare.
Colgo un movimento: è un nipotino che si affaccia a sbirciare dalla porta della cucina e gli scocco un’occhiataccia che significa Va’ a giocare da un’altra parte! e lui sparisce, in ossequio alla legge non scritta della casa, che recita: Bimbi belli, fuori dai fornelli. Il detestare i curiosi tra i piedi mentre cucino l’ho ereditato, insieme alle ricette, da mio padre Francesco, detto Ciccio. Lo chef di famiglia, nelle grandi occasioni, era lui. I suoi cavalli di battaglia erano le specialità siciliane (essendo palermitano doc, per giunta Siciliano di cognome): ma in verità era bravo in tutto ciò che portava in tavola. Questi carciofi ripieni, ad esempio…non sono mai riuscita a renderli buoni come li preparava lui. Quando li portava a tavola, ricordo, si vantava che non se ne sarebbe buttata via nemmeno una foglia. Ed era vero.
Probabilmente il suo segreto era la lunga preparazione. Soffrendo d’insonnia, era in piedi già dalle quattro del mattino: non di rado accendeva i fornelli a quell’ora, e gli odori dei manicaretti si spandevano dalla cucina fino alle nostre camere da letto (parlo del tempo in cui si viveva tutti insieme). Nel dormiveglia, ricordo, mi piaceva tentar di indovinare su cosa stava lavorando. Naturalmente, alzarsi per spiare era escluso: sarebbe stato sleale! Dagli anni della giovinezza (in cui, come testimoniano gli amici di allora, egli aveva il carattere dell’Etna) alla maturità e oltre (con tutti gli acciacchi, di cui peraltro assai poco si preoccupava) la sua passione era sempre stata l’arte culinaria. Sperimentava, creava, componeva. Un gourmet autodidatta in anticipo sui tempi (l’odierno boom di rubriche di cucina sui giornali, e di “reality” televisivi sui cuochi, allora sarebbe stato davvero impensabile).
Come me, quando indossava il suo grembiulone non voleva nessuno tra i piedi: salvo poi lasciare, al termine delle grandi manovre in cucina, un esercito disfatto di pentole e tegami sul campo di battaglia. Puntualmente mia madre Leda, di fronte alla carneficina di stoviglie sporche si metteva le mani ai capelli e arruolava come truppa ausiliaria la prima figlia che beccava a portata di mano, cioè la sottoscritta Rosa, o Gianna. Lucia aveva invece affinato una mirabile tecnica di fuga veloce: spergiurava un sicuro “lasciate tutto lì che poi ci penso io” e si dileguava ben sapendo che al ritorno avrebbe trovato tutto sistemato.
Di mio padre ricordo anche le micidiali massime, ormai passate alla storia di famiglia. Se a casa piombavano all’improvviso ospiti inattesi, lui si fregava le mani, sicuro di sé, e dichiarava: “Niente paura: datemi mezz’ora e sfamo un reggimento” (per poi riuscirvi, occorre riconoscerlo). O ancora: nelle rare occasioni in cui si andava al ristorante, se giudicava lo chef o i camerieri non all’altezza delle sue aspettative (peraltro piuttosto alte) li redarguiva senza mezzi termini esclamando: “ Questi cialtroni devono andare a vendere tappi!”.
Il meglio di sé, comunque, lo dava in occasione del Natale o delle ricorrenze in cui il nostro clan, ormai sparso per l’Italia, riusciva a riassemblarsi nella vecchia casa di via Centonze. Ricordo l’ampio soggiorno con alle pareti i quadri un po’ pretenziosi della zia Elsa, la sedicente artista di famiglia. E poi le stelline di carta stagnola sui vetri alle finestre, e i fili d’argento pencolanti dal lampadario. Sulla credenza panciuta facevano bella mostra vassoi con dolcetti fatti in casa, torroncini di Polistena (inevitabile dono natalizio di amici calabresi), fichi secchi infornati ripieni di noci (i cassateddi!) e i datteri. Un grande albero svettava in un angolo, opera di mia madre che iniziava ad addobbarlo sin dalla festa dell’Immacolata perché “tutto deve essere pronto per tempo”, come diceva lei. Era un pino sintetico (oggi si direbbe “ecologico”), di un tempo (di quali anni si tratta? Forse i Sessanta…) in cui noi sciagurati ragazzi di via Centonze preferivamo invece procurarci uno sfortunato pino “naturale”. Da metà novembre – ricordo – facevamo lunghe passeggiate ricognitive sui colli circostanti: individuato l’albero si disegnava una mappa per il rintracciamento usando complicati punti di riferimento mentali (non c’erano i navigatori Gps!) e infine si passava al lavoro con ascia e sega (arnesi di cui avevamo una conoscenza – soprattutto noi ragazze – del tutto sommaria) sempre col timore d’imbattersi nella Guardia Forestale o di non riuscire a collocare la “refurtiva” nel portabagagli della nostra Fiat 1100.
L’allestimento della tavola natalizia era opera di noi tre sorelle. Contando più sulla fantasia (tanta) che sulle lire (poche) riuscivamo a creare un ambiente allegro, spiritoso e coloratissimo per il cenone. I bambini inserivano furtivamente (si fa per dire, essendo la cosa scontata) letterine preparate a scuola sotto i piatti di genitori e nonni. I quali, puntualmente, reagivano alla lettura dei commoventi “pensierini” dei nipoti con doverosi lucciconi agli occhi. Non me ne vorrà Robert Wise, ma il ricordo di quei Natali ha per me il titolo del suo film capolavoro: eravamo davvero Tutti insieme appassionatamente, noi tre sorelle coi rispettivi mariti e figli: Gianna tornata per l’occasione da Giarre (paesone poco a nord di Catania), io da Reggio Calabria, Lucia rimasta (punto di riferimento insostituibile) nella natia Messina. I bambini (otto) sgambettavano per la casa dei nonni, felici e consapevoli che in quelle occasioni i divieti erano sospesi e i rimproveri banditi. Mancava solo Ercole, il più giovane, unico maschio dopo tre sorelle, il più lontano di tutti, trasferitosi in quel di Diana Marina (riviera ligure) per gestire un locale, lavoro che non gli lasciava assolutamente la possibilità di “mollare” per le feste e prendere un aereo. Eppure, davanti alla tavola imbandita delle leccornie natalizie sentivamo ugualmente la sua presenza, perché era tale l’atmosfera d’amore e complicità familiare che si levava da quei piatti fumanti, insieme al profumo, che riuscivamo facilmente a vincere con il pensiero la lontananza.
Interrompo un momento il filo di ricordi e chiedo venia ai lettori per un piccolo autocompiacimento: è vero, sulla memoria olfattiva e sul rapporto tra cibo, amore e comunione familiare ha già scritto a sufficienza, e sicuramente meglio di me, Banana Yoshimoto: ma se la Yoshimoto è una narratrice più abile della sottoscritta, la sfido a preparare involtini di pescespada e melanzane-ricetta alla nonno Ciccio; mi spiace per lei, ma non ci sarebbe storia!
Dicevo dei Natali di via Centonze. Ricordo i doni affastellati sotto l’albero e la gioia dei bambini nello scartare i pacchi colorati. In effetti erano regali prosaici, umili, forse insignificanti di fronte agli I-Phone e alle X-box che le pubblicità moderne quasi impongono oggi. Ma rendevano l’atmosfera ugualmente vibrante e magica. Chi diceva “Se guardate tutto ciò che è messo in vendita scoprirete di quante cose potete fare a meno”? Mio padre o Socrate? Ora non ricordo, ma di certo lo pensavano entrambi.
Il vero regalo era stare insieme: una piacevole confusione, un vocio diffuso, qualche capriccio dei più piccoli, tutto secondo copione. Dalla televisione un coro di voci bianche, canzoni natalizie che anche noi intonavamo con risultati musicalmente più o meno gradevoli, senza curarcene troppo. Avevamo tutti qualcosa da raccontare, specie noi tre sorelle, ridendo di cuore anche per sciocchezze e saltando da un argomento all’altro.
Continuano a fluire in me tanti ricordi… Ecco mia madre tirare fuori un mucchietto di buste con i nostri nomi scritti con la sua inconfondibile grafia. Ci chiama uno per uno dicendo: “Un piccolo pensiero per ciascuno di voi, ma vi raccomando: fatene buon uso e auguri, auguri!”. Questi gesti e queste parole sono impressi nella mia mente, così nitidi anche se sono passati tanti anni, così come le parole di mio padre all’apertura di ogni pacchetto: “Perché spendete soldi per me? Non è il caso: pensate ai vostri figli…”; e ancora, dopo una pausa piena di significati: “Ricordate che il Natale più grande è quello che trovate nel vostro cuore e non sotto un albero pieno di luci colorate”.
Gli anni sono trascorsi, uno dietro l’altro, in un susseguirsi di eventi lieti e tristi come è normale nella vita di ognuno, ma oggi, all’approssimarsi di un altro 25 dicembre, mi prende un groppo alla gola. Ecco, i ricordi sono finiti e il pranzo è pronto. Anche quest’anno. E’ ora di portare in tavola, adesso ci sono i miei figli, nuore e nipoti, che aspettano i miei manicaretti, e poi i regali. Mio padre e mia madre sono volati in cielo, uno dopo l’altra, ormai da tempo. Mi piace però figurarmeli, in questo giorno di festa, seduti a un’altra grande tavolata come quella che io ricordo, magari accanto a Qualcuno che amavano, spezzare il pane e versare il vino insieme agli ospiti. Qualcuno a cui magari far assaggiare i carciofi ripieni di pangrattato abbrustolito e capperi, spiegandogli – come soleva vantarsi mio padre – che… nemmeno il Padreterno sa farne così buoni.
(Anonimo, PremioPratoRaccontiamoci)
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