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Raccontiamoci

PRIVILEGIATA

Ogni qualvolta ci troviamo a discorrere sul comportamento particolarmente spavaldo e presuntuoso di taluni minorenni, agli amici sono solito ripetere: “Non prestare ascolto attento e previdente alle parole di un figlio adolescente è come dare una pugnalata anche al proprio cuore. Alcuni di questi amici rispondono: “Tu sei però ancora piuttosto giovane per dare consigli ai genitori: devi metterti in testa che con i figli, da quando esiste il mondo, per ottenere il dovuto rispetto bisogna comportarsi in maniera talvolta anche dura. Se ti vedono alzare lo sguardo su di loro devono anche temere…”.
Non sono d’accordo con questa troppo semplice loro posizione e replico: “Se parlo come parlo lo faccio a ragion veduta: d’altronde lo dimostrano anche fatti di cronaca di questi giorni. E poi, cari amici, gli esperti c’insegnano che il sapere anticipare le necessità e difficoltà dei ragazzi ci offre l’enorme possibilità di dare loro una mano per fargliele superare meglio e più in fretta; e ciò, credetemi, li spinge a farci considerare con più stima e rispetto”.
Al momento di salutarci termino, a volte, dicendo anche: “Ricordatevi che limitarsi a biasimarli, o peggio rinnegarli, metterli alla porta, non è il giusto modo di fare: comportarsi con i figli senza essere capaci di guidarli, in primo luogo con l’esempio e poi usando le parole giuste, è azione che va contro la natura e la vocazione genitoriale”.
Tornando a rimuginare su simili ragionamenti mi riaffiorano talvolta alla mente episodi capitati in passato, anche nel paese della mia infanzia. Del resto, alcuni casi simili accadono ancora oggi, in un mondo che pure si muove velocemente verso nuovi pensieri e nuovi traguardi. Non riesco ad accettare il fatto che con avveniristiche navicelle spaziali mandiamo coraggiosi astronauti a esplorare spazi siderali e nello stesso tempo sulla faccia di questa nostra terra vi sono tuttora, qua e là, esseri tanto riprovevoli da disconoscere persino i propri generati.
La malcapitata del caso che voglio qui ricordare, e che posso testimoniare perché appartiene ad ambienti da me conosciuti nella mia vita giovanile, si chiamava Stefania e faceva parte del gruppetto dei cinque o sei fortunati adolescenti che erano riusciti a persuadere i genitori ad acconsentire loro di portare avanti gli studi. Era l’unica donna del gruppo e nonostante i suoi parenti fossero additati come fra i più burberi e incomprensivi del paese, con la sua caponaggine li aveva costretti a cedere; e fino allora li stava ripagando con brillanti risultati.
All’inizio del terzo anno però la signorina aveva conosciuto Alessandro e se n’era pazzamente innamorata, anche perchè, da quasi subito, lo aveva considerato come il suo uomo ideale. Il giovane frequentava la sua stessa scuola e stava preparandosi per dare l’esame di Stato. Il guaio grosso per Stefania capitò nel momento più dolce della sua giovane esistenza, proprio quando stava per finire l’anno. E certamente, finchè vivrà, Stefania non dimenticherà più quel dodici aprile; difatti Alessandro la convinse a seguirlo a casa propria e lei, prefigurandosene lo scopo, ancorchè gli avesse opposto un po’ di resistenza si arrese ben presto e lo seguì. Stracolma d’ansia, cedendo all’animo pulsante, quella mattina Stefania perse la sua verginità: ne fu pienamente consenziente e consapevole anche perché si fidò di Alessandro, il quale la rassicurava dicendole che sapeva bene cosa faceva e che avrebbe usato tutte le cautele per non restare con la testa nella cassetta (voleva dire che non aveva bisogno di utilizzare il contraccettivo giacchè sarebbe stato accorto e prudente quanto occorreva).
Dopo quella volta i due non ebbero più alcun rapporto intimo, ma seguitarono ad amoreggiare limitandosi al solo accarezzamento; purtroppo i tormenti di Stefania iniziarono a metà del mese successivo, quando il ciclo mestruale non si presentò. Lo sgomento l’avvinse e così decise di parlarne al suo fidanzato, il quale, pur non dando troppo peso al ritardo, le consigliò di comprare in farmacia il test di gravidanza e di fare la verifica.
La ragazza accettò e la stessa sera, chiudendosi in bagno, si sottopose al facile esame. Il risultato la raggelò: era incinta. Fu afferrata da un senso di scoramento seguito da una intensa crisi di silenzioso pianto. Nel suo grembo si stava sviluppando un nuovo essere umano: sarebbe diventata madre. Fulmineo nella sua mente si insediò anche il maligno: no, lei non poteva accettare questa gravidanza e, anche volendola, in che modo avrebbe raccontato l’accaduto a suo padre? Non era possibile, e perciò non le rimaneva che l’aborto. La decisione fu immediata e il giorno dopo afferrò il suo Alessandro e gli urlò: “Sei uno stronzo! Io so bene come si fa, stai tranquilla. Io non ho bisogno di preservativo; e poi ti pare che io sono uno che resta con la testa nella cassetta? Stronzo! Ci hai lasciato me, nei guai. Eccolo là il grande esperto di sesso: ora se ne sta muto e con la testa bassa come un caprone. Ora non hai più nulla da dirmi, stronzone che non sei altro?”.
“Stefania, calmati, parla più adagio. Fammi capire di che guaio parli. Quel giorno sono stato attentissimo…”.
“Sei stato attentissimo e mi domandi a che cosa alludo? Stronzone!... Vuoi proprio sapere che cosa hai combinato? Mi hai messa incinta, ecco che cosa hai fatto, ecco…”.
Il ragazzo calò di nuovo il capo e non seppe cosa risponderle. Si sentì in colpa, si sentì anzi l’unico responsabile della situazione e non riuscì a guardarla negli occhi. Stefania si avvicinò a lui e, mentre si asciugava le lacrime sul dorso della mano, con voce decisa aggiunse: “Questo figlio non lo voglio, no! Questo figlio proprio non lo voglio; sarebbe la mia fine. Vado ad abortire, troverò una maniera…”.
Alessandro, riconoscendosi colpevole e non intendendo tirarsi indietro, le confermò che era cotto di lei e, non condividendo la necessità dell’aborto, le dichiarò che era fiero di diventare papà. Restarono a discutere di ciò per tutta la mattinata e alla fine la ragazza, persuasa dal suo fidanzato, tornata a casa confidò a sua madre che aspettava un bambino. La madre però, come apprese la novità, fu colta da svenimento: lei che sempre aveva preso la difesa della figlia si trovava ora di punto in bianco a dover giustificare a suo marito la malefatta, che lui mai avrebbe accettato: entrambe rischiavano di essere massacrate di botte dal burbero e incomprensivo capofamiglia.
Colta dagli spasmi, la meschina madre, non sapendo quel che diceva, dipinse la sua generata in tutte le peggiori maniere: le rivolse una miriade di parole infuocate, minacciandola nientemeno che di andare a buttarsi sotto un treno piuttosto che dire al marito ciò che la sciagurata figlia aveva combinato. No, non poteva in alcun modo fargli sapere che la loro ragazza a soli diciassette anni s’era fatta deflorare da uno sconosciuto rimanendone gravida. Agli strepiti della madre Stefania rimase muta e impassibile, e solo quando quella si calmò tentò di farle capire come quel ragazzo che lei amava non era uno sconosciuto e che si trattava anzi di un giovane bravo, ricco, che l’amava davvero e le aveva promesso di sposarla subito. La donna l’ascoltò con evidenti segni di totale insofferenza e, non accettando ciò che stava sentendo, la mandò via: letteralmente la cacciò di casa.
Stefania si vide ripudiata e, sentendosi colpevole di tale decisione materna condannatrice e senza appello, smarrì la testa, non capì più nulla e senza battere ciglio si allontanò. Ma, anziché lasciare la casa, si recò nel deposito dei mezzi agricoli e lì, afferrata la bottiglia di anticrittogamici che il padre aveva lasciato in un armadio incustodito, ne ingurgitò un’abbondante sorsata.
Si risvegliò dopo tre ore di coma. Quando aprì gli occhi, al suo capezzale non trovò né sua madre né, e tanto meno, suo padre, e neppure alcun suo parente. Nossignore, dei suoi miserabili familiari non v’era neppure l’ombra: per loro Stefania non era più una figlia, una nipote o una lontana parente: di colpo era diventata una sconosciuta da evitare. I suoi occhi però videro Alessandro, il suo Alessandro: e tale visione le parve un miracolo; e accanto, seduta sul lettino a fianco del  guanciale, vi era l’amabile madre di lui, che le accarezzava con uno sconfinato amore i capelli, donandole più di quanto non avesse mai fatto la sua genitrice. Stefania si ristabilì completamente, nessuna grave conseguenza le arrecò l’insano gesto compiuto e del resto, data la forte ansietà per lo stato di salute della creatura che portava dentro di sé, i suoceri non le lesinarono le visite specialistiche di grandi luminari medici.
Dopo il matrimonio, celebrato in forma strettamente privata e senza alcun fasto nè invitati, allo scadere del giusto tempo nacque Michela: era sana e vispa, con tanti capelli e due occhioni che in ogni momento dicevano “grazie mamma, grazie papà”. Dopo il puerperio Stefania riprese a studiare e con l’aiuto dei suoceri completò il ciclo delle Scuole Superiori: dopodichè si dedicò del tutto, con amore e convinzione, al marito e alla fiammella meravigliosa di vita che aveva messo al mondo.
                                                                                            
                                                                                                         (Anonimo, PremioPratoRaccontiamoci)

                                                                                             
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UN BAMBINO SPECIALE

La scuola, la formazione: dall’asilo nido all’università. Ha importanza assolutamente fondamentale, e per realizzarla con successo occorre nei formatori, genitori o insegnanti che siano, oltre a un adeguato livello di competenze tecniche, anche un bel cuore, con forti valori di riferimento.


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Quando, all’inizio del nuovo anno scolastico, presentando le due sezioni della prima classe, la direttrice ci comunicò che in “B” ci sarebbe stato un bambino “down”, mi spaventai non poco: in quindici anni di insegnamento non mi era mai capitato un alunno con sindrome di Down; temevo di non essere all’altezza, di trovarmi in qualche modo impreparata ad affrontare questo nuova situazione. Alcune colleghe avevano frequentato dei corsi in proposito, altre avevano letto per conto loro delle pubblicazioni sull’argomento, e quindi un minimo di infarinatura utile ce l’avevano; io invece non ero sicura di farcela da sola, tantopiù che le mie due ore settimanali di musica in quella classe le avrei dovute tenere al pomeriggio, cioè senza il supporto importantissimo dell’assistente di sostegno. Naturalmente per il bambino ci sarebbe stata una programmazione individualizzata particolare, ma questo non bastava a tranquillizzarmi: sarei riuscita a  gestire contemporaneamente questo speciale alunno e il resto del gruppo-classe?

Arrivò il primo giorno di scuola e iniziai il mio ennesimo cammino professionale, come sempre, con tanto entusiasmo e tanta voglia di fare, di creare, di sperimentare, ma anche con dubbi ed incognite da affrontare giorno dopo giorno. Paolino era un bambino minuto, piccolo di statura, col visetto rotondo, i capelli biondini a caschetto, e, sul naso a patatina, un paio di occhialetti alla Harry Potter; noi maestre lo chiamavamo così per distinguerlo dall’altro Paolo, suo compagno di classe, molto più alto e robusto di corporatura, moro e ricciolino; e a Paolino sembrava non dispiacere affatto: se qualcuno lo chiamava semplicemente “Paolo” egli rispondeva ugualmente, però si affrettava a puntualizzare, con quel suo vocino scomposto ma determinato, che lui era “…ino…ino… Paolino!” e che era il caso di chiamarlo con il nome giusto.

Quando era di buonumore e doveva fare qualcosa che gli piaceva, Paolino era un bambino decisamente simpatico, in grado di strapparti un sorriso anche nelle situazioni più impensate, con quel suo faccino di gomma capace di mille e più smorfie, e con le sue improvvise risate contagiose. Quando però era chiamato a compiti che gli risultavano poco graditi, o che comunque per lui erano particolarmente difficili, si chiudeva a riccio in categorici rifiuti e diventava pressochè impossibile cavare un ragno dal buco.

La scuola cercò di offrire a noi insegnanti un valido supporto con continui aggiornamenti, incontri con lo staff che seguiva il bimbo anche fuori dell’orario scolastico, esperti in grado di spiegarci cosa fosse effettivamente la “sindrome di Down” e cosa comportasse a livello intellettivo e pratico nel caso del nostro Paolino; ma devo dire che molte cose le imparai direttamente sul campo, passando le mie giornate lavorative accanto a lui. Le prime volte che portai la Prima B in aula di musica, Paolino ne combinò davvero di tutti i colori, facendo ridere di gusto i compagni ed esasperando la sottoscritta. Una volta si era rifiutato di mettersi in fila con gli altri per cambiare stanza, e così avevo dovuto prelevarlo di peso, tenerlo in braccio e portarlo su come un sacco di patate. Un altro giorno, pur accettando di venire nella mia aula, una volta trovatosi lì aveva iniziato a cantare dei ritornelli a squarciagola, rendendo praticamente impossibile il normale svolgimento della lezione. Altre volte, pur lasciandomi tenere la lezione col resto della classe, si piazzava accovacciato sotto il banco, per poi ogni tanto spuntar fuori all’improvviso, fare “cucù” e scoppiare a ridere nell’ilarità generale. Dopo qualche settimana non potevo che sentirmi “alla frutta”: come avrei fatto ad affrontare un intero anno scolastico in quelle condizioni? Ma, soprattutto, come avrei potuto insegnare qualcosa di utile a quel bambino così speciale al quale, nonostante tutto, cominciavo a voler bene?

Molto lentamente, un passo alla volta, le cose cominciarono a cambiare. Rendere la mia lezione, pur sempre con nuovi contenuti, il più possibile ripetitiva e a schema fisso, diede a Paolino delle sicurezze che lo portarono ad approcciarsi alla materia con più disponibilità e attenzione, e ad avvicinarsi a me con sempre maggior fiducia; questo mi permise di intravedere spazi di sereno in quel perturbato percorso scolastico. Quando andavo a prendere i bambini giù in cortile dopo la ricreazione e per la ripresa pomeridiana delle attività didattiche, lui cominciò a non nascondersi più dietro le piante o negli angoli remoti della veranda per evitare di farsi trovare da me o dagli educatori che cercavano gentilmente di darmi una mano: chiedeva sempre di poter fare altri due tiri col  pallone; ma, una volta concessi e fatti, era lui stesso, senza tante storie, ad andare a recuperare la palla, a riporla nell’armadio dei giochi e a prendermi per mano per salire, come tutti, in fila. Quando mandavo i bambini in bagno prima della lezione, non si metteva più a fare dispetti a tutti, ad aprire le porte ai compagni, a bagnarli con l’acqua del rubinetto o a sputare a destra e a manca: ricordava sempre di lavarsi le mani e lo diceva anche agli altri, con fare da saputello. Nelle ore di musica divenne progressivamente più attento e capace di seguire quanto da me proposto, tanto da rendermi ogni giorno un po’ meno frustrata e poi, al contrario, sempre più entusiasta dei suoi continui progressi. Come mi sentii realizzata il giorno in cui riuscì a ripetere, senza sbagliare nulla, con il battito delle sue manine, una frase ritmica abbastanza complessa che gli avevo appena fatto sentire! Erano piccole conquiste quotidiane, per lui e per me, che mi davano coraggio e mi spronavano ad andare avanti, a dare sempre il massimo per lui e per gli altri, sicura che avrei ottenuto grandi soddisfazioni se solo avessi insistito con caparbietà.

Avevo insegnato ai bambini a leggere una partitura musicale tramite i colori, in modo che al verde era abbinato il suono del motore della macchina, “vroom!”, al giallo il clacson dell’auto, “peee”, e al blu la sirena della piscina, “ueee!”. Il giorno dopo, quando avrei voluto spiegare il gioco contrario e cioè fare in modo che fossero loro ad usare sul proprio quaderno i colori giusti per riprodurre i suoni da me proposti con la voce, Paolino, prima ancora che io chiedessi di farlo, tirò fuori dal suo astuccio tre pennarelli: il verde, il giallo e il blu. Rimasi alquanto sorpresa. Mi avvicinai incuriosita e gli chiesi come mai avesse preso una simile decisione; e lui, guardandomi col suo spiazzante sorriso, mi disse, come se fosse la cosa più naturale del mondo: “Maestra, verde è “vroom”, giallo è “peee” e blu è “ueee”…!”. Nessuno ci era arrivato da solo, Paolino sì. Riusciva a ricordare perfettamente i testi di tutte le canzoni, in italiano e in inglese, senza nessun problema, aveva una memoria davvero invidiabile e, nonostante la sua pessima intonazione e le evidenti difficoltà ad articolare bene le parole, non si perdeva mai niente, né un ritornello, né una strofa, né un inciso… Certo, quando si trattava di usare il quaderno faceva una fatica incredibile, quando doveva rispondere a delle domande alzava la mano per dare risposta a quella che magari avevo fatto mezz’ora prima: eppure riusciva a dire delle cose sempre personali ed originali, anche se in ritardo rispetto alla richiesta, e spesso centrate, raramente sconnesse o banali…

La sera del saggio di fine anno se la cavò benissimo in mezzo ai suoi compagni, sia nel canto che nelle coreografie di danza, e anche se la sua goffaggine e la difficoltà evidente a tenere i ritmi e i tempi degli altri non passavano certo inosservate, ci rendemmo conto tutti, dai suoi sempre attenti e disponibili genitori fino alle famiglie dei compagni che inizialmente avevano avuto non pochi dubbi sull’inserimento di Paolino nel contesto del gruppo-classe, e a tutti coloro che, durante l’anno scolastico, avevano in qualche modo avuto a che fare con lui, che quel bambino aveva compiuto davvero notevoli progressi dal suo primo ingresso a scuola, che era cresciuta tanto e che tanto poteva ancora crescere grazie all’impegno comune di tutti.   

L’ultimo giorno di scuola, dopo l’ultima fatidica campanella, mentre aspettavo con le colleghe che i genitori venissero a prendere tutti i bambini, a un certo punto mi sentii tirare la gonna: mi girai con curiosità e circospezione e, abbassando leggermente lo sguardo, incontrai la faccetta rotonda di Paolino, protesa verso di me in attesa di un bacino; poco più indietro la sua mamma, sorridente e attenta. “…Maestra di musica, questo è per te…”, mi disse egli col suo inconfondibile vocino, porgendomi un meraviglioso  mazzo di margherite colorate che aveva tenuto fino a quel momento ben nascosto dietro la schiena. Lo baciai sulla guancia e gli accarezzai la testolina bionda con affetto: ero stanca, stressata, senza più forze, come succede del resto ad ogni fine di anno scolastico, ma quel gesto, quegli occhietti vispi e quel sorriso mi aprirono il cuore.

Ora siamo in vacanza, ma fra qualche giorno ci ritroveremo tutti a scuola, bambini, insegnanti, genitori, e sarà un nuovo inizio. Paolino andrà in Seconda B; certo, sono ancora preoccupata, sono consapevole del fatto che più complessi saranno i concetti da trasmettere e più difficoltà incontreremo tutti nel farglieli apprendere, come so che per lui dovrò cercare sempre nuovi approcci alla materia e inedite strategie. E’ una sfida però che accolgo volentieri, non sono più spaventata come lo scorso anno, forse perché ora conosco Paolino, so come prenderlo dal punto di vista umano, e ho imparato sia ad aspettarlo, rispettando i suoi tempi e i suoi ritmi, sia a spronarlo quando è il caso.

E’ un bambino che indubbiamente sa come farsi amare, è impossibile non volergli bene, e quindi affronteremo insieme le difficoltà che si presenteranno, con tanta pazienza ed un sorriso. Adesso posso dire di essere contenta che Paolino sia entrato un anno fa nella mia vita e nel mio mondo: il cammino con lui è stato indubbiamente difficile, ma anche stimolante, sorprendente, pieno di soddisfazioni… Insomma, ne è valsa la pena!

Ritrovarlo e passare ancora tanto tempo con lui sarà sicuramente, per me e per chi saprà cogliere la sfida e accettare di mettersi in gioco, una preziosa occasione di crescita sia professionale che umana: perché, in fondo, tutti abbiamo qualcosa da imparare, anche da Paolino.
                                                                                                     
                                                                                                                      (Anonimo, PremioPratoRaccontiamoci)
 
                                                                                                   *****
 

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IL PROFUMO DEL PASSATO

La famiglia… Anche molti di noi l’hanno conosciuta esattamente così, come la ricorda in questo racconto di vita l’anziana protagonista. E del resto, in parte non trascurabile essa è ancora rimasta così, per fortuna, fonte difficilmente sostituibile di solidarietà e di valori.

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Nella pentola grande il ragù sobbolle con la solennità che s’addice alle grandi occasioni. Il forno, in basso, è pronto a spalancarsi per accogliere con ardore la teglia per l’arrosto. Nel padellino più piccolo abbrustolisco il pangrattato per i carciofi ripieni. Gli ingredienti li ho sempre saputi: capperi, aglio, prezzemolo tritato, olio e pane grattugiato ben tostato. Con quest’impasto si farciscono i carciofi, mutilati delle foglie più esterne (più dure) e della sommità spinosa. Una volta riempiti, i carciofi vanno allineati in teglia con qualche goccia d’acqua e d’olio, quindi messi sul fornello a fiamma bassa per farne cuocere il fondo. Poi, appena prima che l’acqua si asciughi del tutto, chiedono una passata in forno ben caldo, per gratinare.

Colgo un movimento: è un nipotino che si affaccia a sbirciare dalla porta della cucina e gli scocco un’occhiataccia che significa Va’ a giocare da un’altra parte! e lui sparisce, in ossequio alla legge non scritta della casa, che recita: Bimbi belli, fuori dai fornelli. Il detestare i curiosi tra i piedi mentre cucino l’ho ereditato, insieme alle ricette, da mio padre Francesco, detto Ciccio. Lo chef di famiglia, nelle grandi occasioni, era lui. I suoi cavalli di battaglia erano le specialità siciliane (essendo palermitano doc, per giunta Siciliano di cognome): ma in verità era bravo in tutto ciò che portava in tavola. Questi carciofi ripieni, ad esempio…non sono mai riuscita a renderli buoni come li preparava lui. Quando li portava a tavola, ricordo, si vantava che non se ne sarebbe buttata via nemmeno una foglia. Ed era vero.

Probabilmente il suo segreto era la lunga preparazione. Soffrendo d’insonnia, era in piedi già dalle quattro del mattino: non di rado accendeva i fornelli a quell’ora, e gli odori dei manicaretti si spandevano dalla cucina fino alle nostre camere da letto (parlo del tempo in cui si viveva tutti insieme). Nel dormiveglia, ricordo, mi piaceva tentar di indovinare su cosa stava lavorando. Naturalmente, alzarsi per spiare era escluso: sarebbe stato sleale! Dagli anni della giovinezza (in cui, come testimoniano gli amici di allora, egli aveva il carattere dell’Etna) alla maturità e oltre (con tutti gli acciacchi, di cui peraltro assai poco si preoccupava) la sua passione era sempre stata l’arte culinaria. Sperimentava, creava, componeva. Un gourmet autodidatta in anticipo sui tempi (l’odierno boom di rubriche di cucina sui giornali, e di “reality”  televisivi sui cuochi, allora sarebbe stato davvero impensabile).

Come me, quando indossava il suo grembiulone non voleva nessuno tra i piedi: salvo poi lasciare, al termine delle grandi manovre in cucina, un esercito disfatto di pentole e tegami sul campo di battaglia. Puntualmente mia madre Leda, di fronte alla carneficina di stoviglie sporche si metteva le mani ai capelli e arruolava come truppa ausiliaria la prima figlia che beccava a portata di mano, cioè la sottoscritta  Rosa, o Gianna. Lucia aveva invece affinato una mirabile tecnica di fuga veloce: spergiurava un sicuro “lasciate tutto lì che poi ci penso io” e si dileguava ben sapendo che al ritorno avrebbe trovato tutto sistemato.

Di mio padre ricordo anche le micidiali massime, ormai passate alla storia di famiglia. Se a casa piombavano all’improvviso ospiti inattesi, lui si fregava le mani, sicuro di sé, e dichiarava: “Niente paura: datemi mezz’ora e sfamo un reggimento” (per poi riuscirvi, occorre riconoscerlo). O ancora: nelle rare occasioni in cui si andava al ristorante, se giudicava lo chef o i camerieri non all’altezza delle sue aspettative (peraltro piuttosto alte) li redarguiva senza mezzi termini esclamando: “ Questi cialtroni devono andare a vendere tappi!”.

Il meglio di sé, comunque, lo dava in occasione del Natale o delle ricorrenze in cui il nostro clan, ormai sparso per l’Italia, riusciva a riassemblarsi nella vecchia casa di via Centonze. Ricordo l’ampio soggiorno con alle pareti i quadri un po’ pretenziosi della zia Elsa, la sedicente artista di famiglia. E poi le stelline di carta stagnola sui vetri alle finestre, e i fili d’argento pencolanti dal lampadario. Sulla credenza panciuta facevano bella mostra vassoi con dolcetti fatti in casa, torroncini di Polistena (inevitabile dono natalizio di amici calabresi), fichi secchi infornati ripieni di noci (i cassateddi!) e i datteri. Un grande albero svettava in un angolo, opera di mia madre che iniziava ad addobbarlo sin dalla festa dell’Immacolata perché “tutto deve essere pronto per tempo”, come diceva lei. Era un pino sintetico (oggi si direbbe “ecologico”), di un tempo (di quali anni si tratta? Forse i Sessanta…) in cui noi sciagurati ragazzi di via Centonze preferivamo invece procurarci uno sfortunato pino “naturale”. Da metà novembre – ricordo – facevamo lunghe passeggiate ricognitive sui colli circostanti: individuato l’albero si disegnava una mappa per il rintracciamento usando complicati punti di riferimento mentali (non c’erano i navigatori Gps!) e infine si passava al lavoro con ascia e sega (arnesi di cui avevamo una conoscenza – soprattutto noi ragazze – del tutto sommaria) sempre col timore  d’imbattersi nella Guardia Forestale o di non riuscire a collocare la “refurtiva” nel portabagagli della nostra Fiat 1100.

L’allestimento della tavola natalizia era opera di noi tre sorelle. Contando più sulla fantasia (tanta) che sulle lire (poche) riuscivamo a creare un ambiente allegro, spiritoso e coloratissimo per il cenone. I bambini inserivano furtivamente (si fa per dire, essendo la cosa scontata) letterine preparate a scuola sotto i piatti di genitori e nonni. I quali, puntualmente, reagivano alla lettura dei commoventi “pensierini” dei nipoti con doverosi lucciconi agli occhi. Non me ne vorrà Robert Wise, ma il ricordo di quei Natali ha per me il titolo del suo film capolavoro: eravamo davvero Tutti insieme appassionatamente, noi tre sorelle coi rispettivi mariti e figli: Gianna tornata per l’occasione da Giarre (paesone poco a nord di Catania), io da Reggio Calabria, Lucia rimasta (punto di riferimento insostituibile) nella natia Messina. I bambini (otto) sgambettavano per la casa dei nonni, felici e consapevoli che in quelle occasioni i divieti erano sospesi e i rimproveri banditi. Mancava solo Ercole, il più giovane, unico maschio dopo tre sorelle, il più lontano di tutti, trasferitosi in quel di Diana Marina (riviera ligure) per gestire un locale, lavoro che non gli lasciava assolutamente la possibilità di “mollare” per le feste e prendere un aereo.  Eppure, davanti alla tavola imbandita delle leccornie natalizie sentivamo ugualmente la sua presenza, perché era tale l’atmosfera d’amore e complicità familiare che si levava da quei piatti fumanti, insieme al profumo, che riuscivamo facilmente a vincere con il pensiero la lontananza.

Interrompo un momento il filo di ricordi e chiedo venia ai lettori per un piccolo autocompiacimento: è vero, sulla memoria olfattiva e sul rapporto tra cibo, amore e comunione familiare ha già scritto a sufficienza, e sicuramente meglio di me, Banana Yoshimoto: ma se la Yoshimoto è una narratrice più abile della sottoscritta, la sfido a preparare involtini di pescespada e melanzane-ricetta alla nonno Ciccio; mi spiace per lei, ma non ci sarebbe storia!

Dicevo dei Natali di via Centonze. Ricordo i doni affastellati sotto l’albero e la gioia dei bambini nello scartare i pacchi colorati. In effetti erano regali prosaici, umili, forse insignificanti di fronte agli I-Phone e alle X-box che le pubblicità moderne quasi impongono oggi. Ma rendevano l’atmosfera ugualmente vibrante e magica. Chi diceva “Se guardate tutto ciò che è messo in vendita scoprirete di quante cose potete fare a meno”? Mio padre o Socrate? Ora non ricordo, ma di certo lo pensavano entrambi.

Il vero regalo era stare insieme: una piacevole confusione, un vocio diffuso, qualche capriccio dei più piccoli, tutto secondo copione. Dalla televisione un coro di voci bianche, canzoni natalizie che anche noi intonavamo con risultati musicalmente più o meno gradevoli, senza curarcene troppo. Avevamo tutti qualcosa da raccontare, specie noi tre sorelle, ridendo di cuore anche per sciocchezze e saltando da un argomento all’altro.
Continuano a fluire in me tanti ricordi… Ecco mia madre tirare fuori un mucchietto di buste con i nostri nomi scritti con la sua inconfondibile grafia. Ci chiama uno per uno dicendo: “Un piccolo pensiero per ciascuno di voi, ma vi raccomando: fatene buon uso e auguri, auguri!”. Questi gesti e queste parole sono impressi nella mia mente, così nitidi anche se sono passati tanti anni, così come le parole di mio padre all’apertura di ogni pacchetto: “Perché spendete soldi per me? Non è il caso: pensate ai vostri figli…”; e ancora, dopo una pausa piena di significati: “Ricordate che il Natale più grande è quello che trovate nel vostro cuore e non sotto un albero pieno di luci colorate”.

Gli anni sono trascorsi, uno dietro l’altro, in un susseguirsi di eventi lieti e tristi come è normale nella vita di ognuno, ma oggi, all’approssimarsi di un altro 25 dicembre, mi prende un groppo alla gola. Ecco, i ricordi sono finiti e il pranzo è pronto. Anche quest’anno. E’ ora di portare in tavola, adesso ci sono i miei figli, nuore e nipoti, che aspettano i miei manicaretti, e poi i regali. Mio padre e mia madre sono volati in cielo, uno dopo l’altra, ormai da tempo. Mi piace però figurarmeli, in questo giorno di festa, seduti a un’altra grande tavolata come quella che io ricordo, magari accanto a Qualcuno che amavano, spezzare il pane e versare il vino insieme agli ospiti. Qualcuno a cui magari far assaggiare i carciofi ripieni di pangrattato abbrustolito e capperi, spiegandogli – come soleva vantarsi mio padre – che… nemmeno il Padreterno sa farne così buoni.
                                                                                                                             
                                                                                                               (Anonimo, PremioPratoRaccontiamoci)
                                                                                       
                                                                                                 *****
 

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LA LUCE PIU' BELLA ACCESA NELLA VIA

“Il ruolo della scuola è importante…”: una frase vera ma anche un poco retorica. “Il ruolo della maestra è importante…”: una frase vera e basta.
Sono le persone, le singole persone nei loro singoli ruoli, quei ruoli che noi finiamo per attribuire alle “istituzioni”, a essere veramente importanti e anzi decisive: insomma,  frasi come “i politici rubano”, “i funzionari sono corrotti”, “gli studenti non studiano” (ed anche i loro opposti positivi) sono spessissimo slogans che nascondono la verità effettiva del nostro vivere sociale: è il politico signor Tale che ruba, è il funzionario Tal dei Tali che è corrotto, è lo studente Tizio che non studia...

Anzi, dovremmo fare un ulteriore passo avanti di intelligenza e giustizia dicendo che è il politico signor Tale che ha rubato nella tale occasione, è il funzionario Tal dei Tali che è stato corrotto nella tale occasione, è lo studente Tizio  che non ha studiato il tale giorno…

Il parlare con genericità e pressapochismo, oltre che ingiusto, è sterile e alla lunga negativo. E ci fa trascurare il fatto che siamo circondati da concrete persone che fanno male il loro dovere mentre altre lo fanno mediocremente e altre ancora lo fanno bene o addirittura benissimo.
Il caso del ruolo della maestra elementare è particolarmente emblematico di un mestiere, e del relativo settore, che mantengono nella nostra società una funzione di grande importanza oggettiva per il rapporto educativo con ogni singolo bambino e con ogni singola famiglia, ed è giusto in tal senso ricostruire intorno alla figura di ogni singola maestra una attenzione concreta e personalizzata costante, di sostegno quando è brava, di consapevolezza e correzione quando lo è di meno.

La “esperienza di vita” che oggi pubblichiamo ne è uno degli innumerevoli esempi.

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Sì, li ricordo tutti: “a uno a uno”, come dice il Pascoli in una sua famosa poesia. Ricordo i loro volti, i gesti, le voci, i rituali, i progressi, i regressi, la merendina preferita, i nomi (che qui cambio appena, per rispetto delle loro persone).

Come mi batteva forte il cuore, quando iniziai per la prima volta a insegnare ai bambini “diversamente abili”! Quella mattina di ottobre non vedevo l’ora che arrivasse il treno, mentre camminavo impaziente su e giù per la pensilina gremita di persone, soprattutto ragazzi intenti a ripassare le lezioni, tra le foglie secche sollevate dal vento e che mulinavano come i pensieri della mia mente. Mi rivedevo studentessa preoccupata per quel compito o quella interrogazione, e pensavo agli esami da sostenere, che nella vita davvero non finiscono mai. “Ce la farò?”, mi domandavo adesso pensando al mio nuovo ruolo di insegnante. Per la poca esperienza posseduta mi sentivo infatti ancora quella ragazza giovane a volte resa insicura da una sconfitta o da un brutto voto a scuola: ma l’entusiasmo e l’amore per l’insegnamento mi davano coraggio, e tanta era la voglia di incominciare.

Scesa dal treno mi avviai con passo spedito verso la sede scolastica a me assegnata. Il profumo del pane si spandeva per la via e mi faceva tornare ai tempi della mia infanzia, quando, prima di andare a scuola, mi fermavo con la mia mamma in un forno a legna per comprare dei panini per la merenda. Quell’aroma, però, mi ricordava pure leggi discriminanti vigenti in quel periodo, leggi addirittura lesive della dignità umana. Esistevano infatti nella scuola elementare sezioni maschili separate da quelle femminili, e più ancora esistevano classi “differenziali”, dove venivano ghettizzati bambini che avevano bisogno di “normalità” e non di esclusione. C’erano in quel tempo anche manicomi, dove le persone internate per problemi psichici venivano private della loro soggettività ed erano sottoposte a disumani trattamenti. Solo a pensare a questi si dovrebbe mostrare quella “pietà” come la intendeva Dostoevskij, e cioè come profondo rispetto per l’essere umano che non può venire offeso.
Nel 1978 Franco Basaglia riuscì a far approvare la legge che sanciva in Italia la chiusura dei manicomi e che nel 2003 l’Organizzazione Mondiale della Sanità riconobbe come “uno dei pochi eventi innovativi su scala mondiale”. Anche le “classi differenziali” sono state finalmente abolite; ma c’è ancora chi non apre la mente e il cuore al rispetto e all’accoglienza di chi è “diverso”, chi non si pone davanti alle immense risorse della vita e della persona senza pregiudizi, chi guarda ancora con commiserazione e ipocrisia il prossimo in difficoltà.

I primi giorni del mio impegno scolastico di insegnante comunque non furono facili. La piccola Sara era molto aggressiva con i compagni e con le insegnanti. Non partecipava a nessuna attività ludica e scolastica. Era tutto uno strappare i capelli, un dare morsi, graffi, calci. Pure io tornavo a casa segnata, ma più che altro sconfitta: mi sentivo impotente, e a un certo punto volevo anche smettere. Ma il direttore della scuola aveva fiducia in me e m’incoraggiò a continuare. E non mollai. 

Dovevo entrare nel “rifugio” interiore di Sara. All’inizio “bussai” sicura come a una porta conosciuta e il suo fragile mondo si frantumò come il mio orologio, dono e ricordo di mio padre che avevo posato sul banco e che lei scaraventò a terra. Ma le cose preziose diventano niente rispetto alla trasformazione dei fatti e dei comportamenti: e il mio pensiero preminente era di riuscire a entrare nel mondo interiore di questa bambina. Lei continuava però a non sentirmi, mi oltrepassava con lo sguardo. E io “bussai” ancora, ma piano, alla sua porta, e lei mi aprì, senza rabbia, senza paura.

Man mano che le settimane passavano Sara cominciò a socializzare, ed era molto meno aggressiva. Riusciva persino a rappresentare qualcosa graficamente, grazie anche ai compagni di classe, bambini meravigliosi sempre pronti ad aiutarla senza assumere nei suoi confronti atteggiamenti protettivi o pietistici. Si fidava di chi credeva in lei e dava ogni giorno di più, progredendo anche nel linguaggio, in un ambiente dove c’era sintonia, dove venivano scambiati i ruoli delle insegnanti perché gli alunni non vedessero me come la maestra esclusiva di Sara e la mia collega come la maestra del resto della classe.

La bambina si era affezionata molto a me. Appena entravo in aula mi correva incontro abbracciandomi e, siccome aveva una forza notevole per i suoi sette anni, a volte mi buttava a terra. Era un abbraccio salutare, quello: mi dava l’energia di affrontare ogni difficoltà. Ricordo quando andammo a visitare un frantoio: era novembre, faceva freddo ma il cielo era terso e trasparente, e Sara, forse per la contentezza di trovarsi con noi in un posto nuovo, mi abbracciò come al suo solito, buttandomi sul pavimento unto della stanza. Sul treno, di ritorno a casa, l’odore forte delle olive macinate aveva impregnato tutto il vagone ma soprattutto la mia anima, il mio cuore. Vedevo dal finestrino le cime appena innevate delle montagne, i bei camini fumanti, i campi arati. Il paesaggio, il movimento della carrozza sulle rotaie quasi a cullarmi, il cappotto fradicio d’olio e d’amore che mi avvolgeva, mi davano un senso di pace, di gioia: mi dimenticai persino di scendere dal treno.

Passarono presto quei mesi di scuola: arrivò anche giugno, il tempo dei saluti. Abbracciai Sara. Lei mi guardava con quei suoi occhioni sgranati dolcissimi esclamando: “Ancola tu maeta velo?. Piansi per la strada considerando le piccole cose di quel “cucciolo”. Il sole caldo, i tigli in fiore, i prati punteggiati di papaveri fiammeggianti, le cicale con il loro continuo canto, ce la mettevano tutta per farmi sorridere. I passanti guardavano incuriositi le mie lacrime. Sono spesso i particolari a chiamarle: e io portavo con me i piccoli gesti, le piccole cose di quel “cucciolo” che avevo appena lasciato e che forse non avrei più rivisto.

Ero infatti precaria, quell’anno, e il seguente mi avrebbero senz’altro destinata altrove: altri bambini, tutti bellissimi da vedere dentro, altri piccoli gesti e cose a suggellare altre storie. Ogni volta avrei dovuto ricominciare daccapo perché ogni bambino era ed è diverso dall’altro anche se ha la stessa patologia. Avrei dovuto trovare la “chiave” giusta per poter entrare nel loro mondo: ma quale e quanta gioia mi avrebbe sempre procurato stare con loro! Questo pensiero mi rendeva più determinata nell’affrontare le situazioni, nel far sentire la mia voce. Se ero un po’ giù di corda, mi confortava pensare a quel loro sguardo dolce e indifeso, a quel “ti voglio bene” spesso pronunciato fra tante difficoltà, al brillare dei loro occhi per essere riusciti a fare qualcosa da soli e, per alcuni di loro, per essere arrivati anche a scrivere, leggere, contare. Riguardavo a casa quei loro bigliettini, scritti sì con molti errori ma pieni di cuoricini e di fiori, disegnati con cura e poi colorati in fretta e furia perché suonava la campanella e dovevano ancora essere messi a mia insaputa nella mia borsa per farmi una sorpresa.

Anche se ero stanca, uscivo sempre da scuola col sorriso sulle labbra. Tranne quella volta: avevamo accompagnato la classe in palestra nell’ora di educazione motoria e Luigi, come del resto gli altri bambini, era impaziente di gettare la palla nel cesto. Ma quando fu il suo turno, il canestro mobile si abbattè  a terra. Presi Luigi per un braccio allontanandolo appena in tempo. Rimasi turbata dell’accaduto per diversi giorni, senza però darlo a vedere a nessuno, specialmente ai genitori, che cercavo di rassicurare sempre parlando a lungo con loro. Vestiti di pazienza, d’amore e di speranza, essi camminavano spesso quasi “in punta di piedi” come se avessero paura di disturbare o di togliere il tempo a qualcuno. Ma erano felici nel veder giocare e lavorare con gli altri bambini i loro figli. Cercavano di scorgere in un loro sguardo, in una loro parola, una parvenza di “normalità” nella loro “diversità”.

Ebbene, qualche volta incontro ancora, per le vie del centro città, qualche mio antico alunno, ormai cresciuto. Sui corpi essi iniziano a incarnare il lavoro del tempo: come una breve nevicata che si sia posata su loro trasformandoli un po’, ma lasciando intatto il loro bellissimo “dentro”. Tutti mi riconoscono, mi salutano, mi abbracciano. “Ciao, salutami la mamma, il babbo, tua sorella Maria!”, dico a Marco, ancora chiuso nel suo mutismo, prima di separarmi da lui. Mi fa cenno di sì, col capo. Alza poi quattro dita, poi sei, mettendo insieme le mani come se impugnassero il manubrio di una moto. Capisco il messaggio: “E’ sempre il tuo campione preferito, Valentino, vero Marco?”. Lui annuisce sorridendo radioso. Una volta vidi anche Viola, sull’autobus. “Maestra, Maestra!”. Mi girai. Era seduta in fondo: mi aveva riconosciuto anche di spalle. “Come sta Lorenzo? Cosa fa ora?”: ricordava il nome di mio figlio e notai con gioia come fosse migliorato il suo linguaggio.
Incontro a volte anche Franco, col suo babbo, specialmente nel periodo natalizio. Mi indica tutto contento il trenino che passa scampanellando con tanti bambini per la strada addobbata e scintillante. Lui mi aiuta a intenerirmi e, davanti alle luci intermittenti che raccontano emozioni semplici e buone, guardo di nuovo il mondo con innocenza e magia. Franco è la luce più bella accesa in questa via. Si allontana, lo seguo con lo sguardo finchè non lo vedo scomparire: e rimango sul marciapiede, come quella lontana mattina di ottobre sulla pensilina della stazione; e, come allora, mi batte forte il cuore.
                                                                                                
                                                                                                                          (Anonimo, PratoRaccontiamoci)
                                                                                                     
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