I “racconti di vita” che spesso proponiamo da queste pagine hanno il pregio di essere veri e semplici, come testimonianze fra amici o vicini. In quanto tali costituiscono parte originale e interessante della storia effettiva della società, con un alto valore non solo umano e sociale ma anche di capacità illuminativa e di studio su aspetti, soprattutto di costume, densi di significato e poco trattati dai libri istituzionali di storia o di sociologia. Il piccolo racconto che presentiamo oggi, ad esempio, richiama alcuni piccoli aspetti interessanti di costume circa le modalità del gioco dei ragazzi, i rapporti fra genitori, il ruolo della parrocchia e della piazza come entità di mediazione anche sociale, in una epoca che ormai solo gli anziani effettivamente tali possono raccontarci dal vivo.
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Il nostro svago preferito era il calcio: giocavamo scimmiottando le partire descritte dalle indimenticabili radiocronache di Nicolò Carosio. A quel tempo, era la seconda metà degli anni Quaranta del secolo scorso, non in tutte le case c’era la radio e chi ne era sprovvisto si arrangiava facendosi invitare da qualche vicino di casa o parente che la possedeva. Io approfittavo della benevolenza del fratello del nonno, uno scapolone che non si faceva mancare nulla delle moderne comodità.
Si giocava quasi ogni pomeriggio nella piazzetta di fianco alla chiesa, spazio più che mai adatto perché raramente attraversato da veicoli, essendo quasi interamente circondato da case. Ciò che quasi sempre mancava nelle nostre partite era la disponibilità di un pallone vero, per cui spesso si giocava con una più modesta palla di gomma. L’unico pallone di cuoio lo possedeva Danilo, ma raramente riusciva a portarlo fuori casa a motivo dei veti che gli ponevano due zie, mai soddisfatte della sua diligenza nello studio o del suo rispetto nei loro confronti. La madre di Danilo era molto più comprensiva ma il suo pensiero contava assai poco: le cognate la trattavano alla stregua di una serva, mentre il padre, sempre preso dal lavoro, quasi non si occupava del figlio, pago che fossero le sue sorelle a seguirne l’educazione.
Il fatto di non avere un pallone vero non limitava comunque il nostro entusiasmo e talvolta le nostre partite duravano ben oltre i tempi regolamentari: in pratica si giocava finchè scendeva il buio, oppure finchè perdevamo la palla perché sbadatamente l’avevamo lanciata in un cortile adiacente la piazza. Il cortile in questione era quello della damigella Giulia di Vallastico, un’attempata signorina benestante, ultima propaggine di una famiglia nobile quasi estinta.
Tota (signorina) Giulia, come veniva chiamata da tutti in paese, non faceva mistero di essere disturbata dai nostri giochi; e noi ci vendicavamo chiamandola totun (zitellona). Raramente riuscivamo a recuperare la palla: spesso doveva intervenire un genitore, che prima di ottenerla era costretto a sorbirsi una lezione sull’educazione da impartire ai desbela (monelli) come noi.
Quel giorno stavamo giocando da pochi minuti, quando la palla finì nel cortile famigerato; e poiché era presto e non volevamo attendere la sera per riaverla, decidemmo di fare la conta per designare chi dovesse tentare di riottenerla senza far intervenire i genitori. La sorte volle che il ”fortunato” fossi io, che sinceramente non sapevo proprio da dove cominciare. Stavo avviandomi titubante verso il cancello di tota Giulia, quando, voltandomi indietro, vidi che il viceparroco don Paolino stava uscendo dalla canonica; così decisi di chiedere il suo aiuto. Mi avvicinai fiducioso e quando ero a pochi passi da lui egli capì subito che ero in difficoltà e mi domandò:
L’indomani era domenica e mentre ero in sacrestia per aiutare il prevosto nella vestizione per la “messa grande”, arrivò don Paolino, che mi salutò con un largo sorriso, dicendomi:
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Si giocava quasi ogni pomeriggio nella piazzetta di fianco alla chiesa, spazio più che mai adatto perché raramente attraversato da veicoli, essendo quasi interamente circondato da case. Ciò che quasi sempre mancava nelle nostre partite era la disponibilità di un pallone vero, per cui spesso si giocava con una più modesta palla di gomma. L’unico pallone di cuoio lo possedeva Danilo, ma raramente riusciva a portarlo fuori casa a motivo dei veti che gli ponevano due zie, mai soddisfatte della sua diligenza nello studio o del suo rispetto nei loro confronti. La madre di Danilo era molto più comprensiva ma il suo pensiero contava assai poco: le cognate la trattavano alla stregua di una serva, mentre il padre, sempre preso dal lavoro, quasi non si occupava del figlio, pago che fossero le sue sorelle a seguirne l’educazione.
Il fatto di non avere un pallone vero non limitava comunque il nostro entusiasmo e talvolta le nostre partite duravano ben oltre i tempi regolamentari: in pratica si giocava finchè scendeva il buio, oppure finchè perdevamo la palla perché sbadatamente l’avevamo lanciata in un cortile adiacente la piazza. Il cortile in questione era quello della damigella Giulia di Vallastico, un’attempata signorina benestante, ultima propaggine di una famiglia nobile quasi estinta.
Tota (signorina) Giulia, come veniva chiamata da tutti in paese, non faceva mistero di essere disturbata dai nostri giochi; e noi ci vendicavamo chiamandola totun (zitellona). Raramente riuscivamo a recuperare la palla: spesso doveva intervenire un genitore, che prima di ottenerla era costretto a sorbirsi una lezione sull’educazione da impartire ai desbela (monelli) come noi.
Quel giorno stavamo giocando da pochi minuti, quando la palla finì nel cortile famigerato; e poiché era presto e non volevamo attendere la sera per riaverla, decidemmo di fare la conta per designare chi dovesse tentare di riottenerla senza far intervenire i genitori. La sorte volle che il ”fortunato” fossi io, che sinceramente non sapevo proprio da dove cominciare. Stavo avviandomi titubante verso il cancello di tota Giulia, quando, voltandomi indietro, vidi che il viceparroco don Paolino stava uscendo dalla canonica; così decisi di chiedere il suo aiuto. Mi avvicinai fiducioso e quando ero a pochi passi da lui egli capì subito che ero in difficoltà e mi domandò:
- Pino, cosa c’è che non va? Hai una faccia…
- C’è che devo chiedere la palla a tota Giulia, è finita nel suo cortile, e non so come fare…
- E già, per disturbare tota Giulia bisogna segnarsi con la mano sinistra….
- Devi fare come t’insegno io, vedrai che tota Giulia ti restituisce la palla….
- Cosa devo fare?” - chiesi fiducioso.
- Basta che prima di suonare il campanello ti fai il segno di croce con la mano sinistra… - rispose lui serio.
- Davvero? - domandai io incredulo.
- Sicuro, stai tranquillo - mi confermò.
- Chi c’è?
- Sono Pino della Maria del mugnaio - balbettai mentre la porticina si apriva.
- Ho capito, vai pure a prendere la palla…
- D’ora in avanti stai più attento…
- Quel preive da tofeja (prete da pignatta) oltre ad essere ignorante insegna anche il male.
L’indomani era domenica e mentre ero in sacrestia per aiutare il prevosto nella vestizione per la “messa grande”, arrivò don Paolino, che mi salutò con un largo sorriso, dicendomi:
- Dopo ti aspetto al catechismo, non mancare….
- Fai più attenzione…
- Buon giorno, reverendo: avrei bisogno di parlarle…
- Dimmi pure, Pino.
- Scommetto che stai ancora pensando al segno di croce con la sinistra.
- Come ha fatto a indovinare? - domandai sorpreso.
- Basta guardarti in faccia, si vede lontano un miglio che c’è qualcosa che ti tormenta; e poiché te l’ho provocato io…
- Mi spieghi meglio - lo interruppi: c’entra forse lo zampino del diavolo?
- Ma cosa vai a pensare? Ti pare possibile che proprio io che sono un servitore di Nostro Signore usi i poteri del demonio?
- Mi hanno sempre insegnato che il segno della croce per Gesù si fa con la mano destra, così visto che ha funzionato con la sinistra… Poi sza Vittorina mi ha detto di non farlo più perché è peccato.
- Ho capito, la solita Vittorina... E’ proprio una buona donna, ma per quel che riguarda la fede non bisogna darle troppa retta, lei vede l’opera del demonio in qualsiasi cosa si discosti un po’ dal suo modo di pensare.
- Allora come si spiega che tota Giulia non ha fatto storie per restituirmi la palla?
- Questa volta hanno concorso due condizioni favorevoli; la più importante è che tu hai fatto la tua richiesta con fiducia; e poi, ma solo in minima parte, che ci fossi anch’io.
- Se non ci fosse stato lei non sarebbe andata così…
- E’ proprio qui che sbagli! Prima di tutto bisogna avere fiducia in sestessi, e fare le cose con convinzione; il segno di croce con la sinistra è stato solo un espediente per darti quella fiducia in te stesso che ti mancava. Per avere successo, nelle piccole come nelle grandi cose, serve infatti determinazione e di conseguenza fiducia, fiducia di essere in grado di ottenere quel che si desidera; ricordatelo e non te ne pentirai. - Poi aggiunse:
- Vai sereno e non pensare più alla sinistra: le mani sono uguali e sono tutte e due dono di Dio.
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