Raccontiamoci

PRIVILEGIATA

Ogni qualvolta ci troviamo a discorrere sul comportamento particolarmente spavaldo e presuntuoso di taluni minorenni, agli amici sono solito ripetere: “Non prestare ascolto attento e previdente alle parole di un figlio adolescente è come dare una pugnalata anche al proprio cuore. Alcuni di questi amici rispondono: “Tu sei però ancora piuttosto giovane per dare consigli ai genitori: devi metterti in testa che con i figli, da quando esiste il mondo, per ottenere il dovuto rispetto bisogna comportarsi in maniera talvolta anche dura. Se ti vedono alzare lo sguardo su di loro devono anche temere…”.
Non sono d’accordo con questa troppo semplice loro posizione e replico: “Se parlo come parlo lo faccio a ragion veduta: d’altronde lo dimostrano anche fatti di cronaca di questi giorni. E poi, cari amici, gli esperti c’insegnano che il sapere anticipare le necessità e difficoltà dei ragazzi ci offre l’enorme possibilità di dare loro una mano per fargliele superare meglio e più in fretta; e ciò, credetemi, li spinge a farci considerare con più stima e rispetto”.
Al momento di salutarci termino, a volte, dicendo anche: “Ricordatevi che limitarsi a biasimarli, o peggio rinnegarli, metterli alla porta, non è il giusto modo di fare: comportarsi con i figli senza essere capaci di guidarli, in primo luogo con l’esempio e poi usando le parole giuste, è azione che va contro la natura e la vocazione genitoriale”.
Tornando a rimuginare su simili ragionamenti mi riaffiorano talvolta alla mente episodi capitati in passato, anche nel paese della mia infanzia. Del resto, alcuni casi simili accadono ancora oggi, in un mondo che pure si muove velocemente verso nuovi pensieri e nuovi traguardi. Non riesco ad accettare il fatto che con avveniristiche navicelle spaziali mandiamo coraggiosi astronauti a esplorare spazi siderali e nello stesso tempo sulla faccia di questa nostra terra vi sono tuttora, qua e là, esseri tanto riprovevoli da disconoscere persino i propri generati.
La malcapitata del caso che voglio qui ricordare, e che posso testimoniare perché appartiene ad ambienti da me conosciuti nella mia vita giovanile, si chiamava Stefania e faceva parte del gruppetto dei cinque o sei fortunati adolescenti che erano riusciti a persuadere i genitori ad acconsentire loro di portare avanti gli studi. Era l’unica donna del gruppo e nonostante i suoi parenti fossero additati come fra i più burberi e incomprensivi del paese, con la sua caponaggine li aveva costretti a cedere; e fino allora li stava ripagando con brillanti risultati.
All’inizio del terzo anno però la signorina aveva conosciuto Alessandro e se n’era pazzamente innamorata, anche perchè, da quasi subito, lo aveva considerato come il suo uomo ideale. Il giovane frequentava la sua stessa scuola e stava preparandosi per dare l’esame di Stato. Il guaio grosso per Stefania capitò nel momento più dolce della sua giovane esistenza, proprio quando stava per finire l’anno. E certamente, finchè vivrà, Stefania non dimenticherà più quel dodici aprile; difatti Alessandro la convinse a seguirlo a casa propria e lei, prefigurandosene lo scopo, ancorchè gli avesse opposto un po’ di resistenza si arrese ben presto e lo seguì. Stracolma d’ansia, cedendo all’animo pulsante, quella mattina Stefania perse la sua verginità: ne fu pienamente consenziente e consapevole anche perché si fidò di Alessandro, il quale la rassicurava dicendole che sapeva bene cosa faceva e che avrebbe usato tutte le cautele per non restare con la testa nella cassetta (voleva dire che non aveva bisogno di utilizzare il contraccettivo giacchè sarebbe stato accorto e prudente quanto occorreva).
Dopo quella volta i due non ebbero più alcun rapporto intimo, ma seguitarono ad amoreggiare limitandosi al solo accarezzamento; purtroppo i tormenti di Stefania iniziarono a metà del mese successivo, quando il ciclo mestruale non si presentò. Lo sgomento l’avvinse e così decise di parlarne al suo fidanzato, il quale, pur non dando troppo peso al ritardo, le consigliò di comprare in farmacia il test di gravidanza e di fare la verifica.
La ragazza accettò e la stessa sera, chiudendosi in bagno, si sottopose al facile esame. Il risultato la raggelò: era incinta. Fu afferrata da un senso di scoramento seguito da una intensa crisi di silenzioso pianto. Nel suo grembo si stava sviluppando un nuovo essere umano: sarebbe diventata madre. Fulmineo nella sua mente si insediò anche il maligno: no, lei non poteva accettare questa gravidanza e, anche volendola, in che modo avrebbe raccontato l’accaduto a suo padre? Non era possibile, e perciò non le rimaneva che l’aborto. La decisione fu immediata e il giorno dopo afferrò il suo Alessandro e gli urlò: “Sei uno stronzo! Io so bene come si fa, stai tranquilla. Io non ho bisogno di preservativo; e poi ti pare che io sono uno che resta con la testa nella cassetta? Stronzo! Ci hai lasciato me, nei guai. Eccolo là il grande esperto di sesso: ora se ne sta muto e con la testa bassa come un caprone. Ora non hai più nulla da dirmi, stronzone che non sei altro?”.
“Stefania, calmati, parla più adagio. Fammi capire di che guaio parli. Quel giorno sono stato attentissimo…”.
“Sei stato attentissimo e mi domandi a che cosa alludo? Stronzone!... Vuoi proprio sapere che cosa hai combinato? Mi hai messa incinta, ecco che cosa hai fatto, ecco…”.
Il ragazzo calò di nuovo il capo e non seppe cosa risponderle. Si sentì in colpa, si sentì anzi l’unico responsabile della situazione e non riuscì a guardarla negli occhi. Stefania si avvicinò a lui e, mentre si asciugava le lacrime sul dorso della mano, con voce decisa aggiunse: “Questo figlio non lo voglio, no! Questo figlio proprio non lo voglio; sarebbe la mia fine. Vado ad abortire, troverò una maniera…”.
Alessandro, riconoscendosi colpevole e non intendendo tirarsi indietro, le confermò che era cotto di lei e, non condividendo la necessità dell’aborto, le dichiarò che era fiero di diventare papà. Restarono a discutere di ciò per tutta la mattinata e alla fine la ragazza, persuasa dal suo fidanzato, tornata a casa confidò a sua madre che aspettava un bambino. La madre però, come apprese la novità, fu colta da svenimento: lei che sempre aveva preso la difesa della figlia si trovava ora di punto in bianco a dover giustificare a suo marito la malefatta, che lui mai avrebbe accettato: entrambe rischiavano di essere massacrate di botte dal burbero e incomprensivo capofamiglia.
Colta dagli spasmi, la meschina madre, non sapendo quel che diceva, dipinse la sua generata in tutte le peggiori maniere: le rivolse una miriade di parole infuocate, minacciandola nientemeno che di andare a buttarsi sotto un treno piuttosto che dire al marito ciò che la sciagurata figlia aveva combinato. No, non poteva in alcun modo fargli sapere che la loro ragazza a soli diciassette anni s’era fatta deflorare da uno sconosciuto rimanendone gravida. Agli strepiti della madre Stefania rimase muta e impassibile, e solo quando quella si calmò tentò di farle capire come quel ragazzo che lei amava non era uno sconosciuto e che si trattava anzi di un giovane bravo, ricco, che l’amava davvero e le aveva promesso di sposarla subito. La donna l’ascoltò con evidenti segni di totale insofferenza e, non accettando ciò che stava sentendo, la mandò via: letteralmente la cacciò di casa.
Stefania si vide ripudiata e, sentendosi colpevole di tale decisione materna condannatrice e senza appello, smarrì la testa, non capì più nulla e senza battere ciglio si allontanò. Ma, anziché lasciare la casa, si recò nel deposito dei mezzi agricoli e lì, afferrata la bottiglia di anticrittogamici che il padre aveva lasciato in un armadio incustodito, ne ingurgitò un’abbondante sorsata.
Si risvegliò dopo tre ore di coma. Quando aprì gli occhi, al suo capezzale non trovò né sua madre né, e tanto meno, suo padre, e neppure alcun suo parente. Nossignore, dei suoi miserabili familiari non v’era neppure l’ombra: per loro Stefania non era più una figlia, una nipote o una lontana parente: di colpo era diventata una sconosciuta da evitare. I suoi occhi però videro Alessandro, il suo Alessandro: e tale visione le parve un miracolo; e accanto, seduta sul lettino a fianco del  guanciale, vi era l’amabile madre di lui, che le accarezzava con uno sconfinato amore i capelli, donandole più di quanto non avesse mai fatto la sua genitrice. Stefania si ristabilì completamente, nessuna grave conseguenza le arrecò l’insano gesto compiuto e del resto, data la forte ansietà per lo stato di salute della creatura che portava dentro di sé, i suoceri non le lesinarono le visite specialistiche di grandi luminari medici.
Dopo il matrimonio, celebrato in forma strettamente privata e senza alcun fasto nè invitati, allo scadere del giusto tempo nacque Michela: era sana e vispa, con tanti capelli e due occhioni che in ogni momento dicevano “grazie mamma, grazie papà”. Dopo il puerperio Stefania riprese a studiare e con l’aiuto dei suoceri completò il ciclo delle Scuole Superiori: dopodichè si dedicò del tutto, con amore e convinzione, al marito e alla fiammella meravigliosa di vita che aveva messo al mondo.
                                                                                            
                                                                                                         (Anonimo, PremioPratoRaccontiamoci)

                                                                                             
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