Eccoci ai Caraibi. La prima sensazione mentre attraversiamo il piazzale dell’aeroporto Las Americas di Santo Domingo è l’intenso profumo di salsedine e di vegetazione tropicale. Finalmente siamo nel paese dove è sempre estate, il paese dei miei sogni. La nostra residenza è ubicata in Enchance Isabelita, una località che dista una decina di chilometri dalla capitale Santo Domingo e venti da Boca Chica.
Mi sorprende il pullmino sgangherato bianco e marrone, una vettura buffa risalente ai nostri anni Cinquanta del secolo scorso. Dal finestrino noto le palme che sembrano correre lungo il mare, alte verso il cielo. Corrono e si susseguono in una visione nuova e tipicamente caraibica.
La prima volta che vediamo la spiaggia restiamo senza parole di fronte a tanta bellezza: dobbiamo stropicciarci gli occhi per renderci conto che è tutto vero, e noi siamo lì come dentro ad un poster d’agenzia. Il primo bagno nel Mar dei Caraibi è un tuffo nella trasparenza cristallina di un enorme acquario (il mio segno zodiacale…) e infatti non a caso Boca Chica è famosa come “la più grande vasca naturale del mondo”, essendo protetta dalla grande barriera corallina.
A bordo di velocissime lance siamo diretti all’isola Saona nel sudest della Repubblica Dominicana, immersi in un paesaggio che non trova parole capaci di descriverne la bellezza. Il vento ci scompiglia i capelli e i pensieri. Il sole accende i colori che abbagliano in modo incredibile. Palme, mare dalle sfumature indescrivibili, trasparenti come una fonte di acqua sorgiva: bianco, azzurro, verde… non saprei dire quale colore primeggia fra tutti. La lancia si ferma e ci viene regalato un tuffo per un brindisi in acqua con il Cuba Libre.
In mezzo alle mangrovie l’acqua del mare è bassissima e incredibilmente bianca. Ci incontriamo fra le radici di queste piante acquatiche che vivono con il loro particolare ecosistema. Avvistiamo una miriade di pesciolini che, per confondere eventuali predatori, nuotano tutti assieme in branco, come a formare l’ombra di un unico grosso pesce per fare più paura agli eventuali aggressori. Ci tuffiamo in mezzo a loro, che immediatamente si scompongono e scappano formando scie scure nell’acqua. A poca distanza giunge il fragore delle onde che dall’oceano aperto si infrangono contro la barriera corallina che ora vediamo più da vicino: ci siamo quasi sopra. La sabbia è composta di madrepore e schegge taglienti di conchiglie ed è addirittura pericoloso camminare: è possibile proseguire solo con apposite scarpette di gomma. L’acqua è alla caviglia perché in questo punto la barriera è a livello della superficie. Ciuffi di alghe trasportati dalla corrente e alcuni ricci sono camuffati fra la vegetazione. Arrivo dove un altro mare inizia. Le onde che sentivo da lontano ora sono davanti a me e sbattono sulla barriera. Resto ferma e contemplo dove mi trovo: alle mie spalle le acque basse e cristalline della baia, e davanti il blu immenso dell’Oceano Atlantico. Un salto di acqua scura, profonda, vertiginosa e insieme affascinante.
Nei silenziosi pomeriggi, nell’ora della siesta, affrontiamo il caldo torrido dei quarantacinque gradi per gironzolare nel borgo semideserto di Boca Chica. Ci sono bazar, negozi, una piccola chiesa. L’ufficio telefonico è dotato di cabine bianche, si telefona comodamente e la linea è perfetta. E’ emozionante sentire qualcuno di casa nel filo, lontano…e all’improvviso la realtà prende voce…Vorrei comunicare al telefono tante sensazioni ma non è facile. Il Correio da Repubblica Dominicana, l’ufficio postale, è una casetta di legno azzurro. Un’impiegata molto calma sta seduta dietro lo sportello (sportello, un parolone…) in attesa che i turisti comprino francobolli per le cartoline. I francobolli però non ci sono perché devono arrivare dalla Capitale e ne arrivano sempre molto pochi.
Voltare le spalle alla costa ed inoltrarsi nella foresta vuol dire provare la freschezza di un bagno nelle verdi acque del lago di Sierra de Agua nei pressi di Bajaguana. Qui c’è una cascata altissima e alcuni indigeni si tuffano nel vuoto dando spettacolo per racimolare alcuni pesos. Abbiamo così modo di visitare le case, o meglio i capanni, della gente del posto. Ci viene offerto un pranzo composto di riso e mais, maiale, platano fritto e patate americane. La vegetazione è fitta e il cielo sembra meno luminoso, qualche nuvola transita finchè scende una pioggia improvvisa, calda, tipicamente tropicale. Torniamo sulla via di casa e durante il percorso notiamo la miseria in cui vivono i dominicani in questa parte del paese, una realtà che contrasta con il mondo dorato della costa. Uomini giovani stanno seduti nei porticati di legno delle umili case, giocano con i bambini, ballano i merengue, guardano i camioncini che transitano con i turisti, ci salutano allegramente.
E’ una bella e calda sera, l’aria umida profuma di fiori e andiamo a Santo Domingo (qui tutti la chiamano semplicemente La Capitale) per assistere ad uno spettacolo di flamenco dominicano in un locale molto caratteristico, il Museo del Jamon, sulla Piazza Espana. Da Enchange Isabelita partiamo prendendo un taxi dopo averne contrattato il costo. Al ritorno accade qualcosa di incredibile, una scena esilarante: udiamo un rumore inquietante al motore, capiamo che qualcosa sta minacciando l’auto sulla quale viaggiamo, siamo storditi dalle musiche delle bachate ma il taxista prosegue la sua corsa e il suo canto… finchè l’auto rallenta, non va più…Abbiamo perso per strada niente meno che… l’intero albero di trasmissione… Incredibile! Il taxista, per nulla turbato nè stupito, ci sorride, si scusa quasi ballando mentre chiama un collega per farci portare a destinazione.
In questo paese dove i contrasti regnano sovrani, dove il business del turismo americano ed europeo si scontra con la povertà e la semplicità degli abitanti, i giorni trascorrono veloci: è l’ultima sera di queste due fantastiche settimane, vogliamo dare un saluto alla Capitale e torniamo, questa volta con un taxi “sano”, in città. Mi compro un cd contenente belle musiche caraibiche; il cantante noto qui si chiama El Gringo. Queste melodie hanno accompagnato i nostri giorni “bocachichesi”. Percorriamo la Calle El Conde e ci fermiamo per pranzo in un locale particolarissimo, il Cafè de Las Flores. Pappagalli dipinti alle pareti, colori e musica per il nostro ultimo giorno dominicano e sembra di essere ancora a Bajaguana!
Sono le ore 18, il cielo si fa buio e dal finestrino ammiro ancora una volta le palme che “corrono” lungo il mare, alte verso il cielo. Ora mare e cielo sembrano minacciosi. Ricordo questo stesso spettacolo la prima mattina, ma ora c’è malinconia mentre ci si dirige all’aeroporto. Alle 21, ora dominicana, decolliamo per Milano.
Eccoci a Milano, è il 30 agosto 2002. A distanza di alcuni giorni tutto mi sembra straordinariamente bello e incredibilmente lontano; quante belle sensazioni in questo viaggio! Mi lascio trasportare dall’emozione del ricordo che solo la musica sa trasmettere. Riascolto le note dei ritmi solari che El Gringo canta dal suo Cd e allora…magicamente sono ancora su quel pulmino sgangherato anni ’50 e dal finestrino … eccole… le rivedo lontanissime… le palme al vento che “corrono” lungo il mare, alte verso il cielo.
(Anonimo)
*****
Mi sorprende il pullmino sgangherato bianco e marrone, una vettura buffa risalente ai nostri anni Cinquanta del secolo scorso. Dal finestrino noto le palme che sembrano correre lungo il mare, alte verso il cielo. Corrono e si susseguono in una visione nuova e tipicamente caraibica.
La prima volta che vediamo la spiaggia restiamo senza parole di fronte a tanta bellezza: dobbiamo stropicciarci gli occhi per renderci conto che è tutto vero, e noi siamo lì come dentro ad un poster d’agenzia. Il primo bagno nel Mar dei Caraibi è un tuffo nella trasparenza cristallina di un enorme acquario (il mio segno zodiacale…) e infatti non a caso Boca Chica è famosa come “la più grande vasca naturale del mondo”, essendo protetta dalla grande barriera corallina.
A bordo di velocissime lance siamo diretti all’isola Saona nel sudest della Repubblica Dominicana, immersi in un paesaggio che non trova parole capaci di descriverne la bellezza. Il vento ci scompiglia i capelli e i pensieri. Il sole accende i colori che abbagliano in modo incredibile. Palme, mare dalle sfumature indescrivibili, trasparenti come una fonte di acqua sorgiva: bianco, azzurro, verde… non saprei dire quale colore primeggia fra tutti. La lancia si ferma e ci viene regalato un tuffo per un brindisi in acqua con il Cuba Libre.
In mezzo alle mangrovie l’acqua del mare è bassissima e incredibilmente bianca. Ci incontriamo fra le radici di queste piante acquatiche che vivono con il loro particolare ecosistema. Avvistiamo una miriade di pesciolini che, per confondere eventuali predatori, nuotano tutti assieme in branco, come a formare l’ombra di un unico grosso pesce per fare più paura agli eventuali aggressori. Ci tuffiamo in mezzo a loro, che immediatamente si scompongono e scappano formando scie scure nell’acqua. A poca distanza giunge il fragore delle onde che dall’oceano aperto si infrangono contro la barriera corallina che ora vediamo più da vicino: ci siamo quasi sopra. La sabbia è composta di madrepore e schegge taglienti di conchiglie ed è addirittura pericoloso camminare: è possibile proseguire solo con apposite scarpette di gomma. L’acqua è alla caviglia perché in questo punto la barriera è a livello della superficie. Ciuffi di alghe trasportati dalla corrente e alcuni ricci sono camuffati fra la vegetazione. Arrivo dove un altro mare inizia. Le onde che sentivo da lontano ora sono davanti a me e sbattono sulla barriera. Resto ferma e contemplo dove mi trovo: alle mie spalle le acque basse e cristalline della baia, e davanti il blu immenso dell’Oceano Atlantico. Un salto di acqua scura, profonda, vertiginosa e insieme affascinante.
Nei silenziosi pomeriggi, nell’ora della siesta, affrontiamo il caldo torrido dei quarantacinque gradi per gironzolare nel borgo semideserto di Boca Chica. Ci sono bazar, negozi, una piccola chiesa. L’ufficio telefonico è dotato di cabine bianche, si telefona comodamente e la linea è perfetta. E’ emozionante sentire qualcuno di casa nel filo, lontano…e all’improvviso la realtà prende voce…Vorrei comunicare al telefono tante sensazioni ma non è facile. Il Correio da Repubblica Dominicana, l’ufficio postale, è una casetta di legno azzurro. Un’impiegata molto calma sta seduta dietro lo sportello (sportello, un parolone…) in attesa che i turisti comprino francobolli per le cartoline. I francobolli però non ci sono perché devono arrivare dalla Capitale e ne arrivano sempre molto pochi.
Voltare le spalle alla costa ed inoltrarsi nella foresta vuol dire provare la freschezza di un bagno nelle verdi acque del lago di Sierra de Agua nei pressi di Bajaguana. Qui c’è una cascata altissima e alcuni indigeni si tuffano nel vuoto dando spettacolo per racimolare alcuni pesos. Abbiamo così modo di visitare le case, o meglio i capanni, della gente del posto. Ci viene offerto un pranzo composto di riso e mais, maiale, platano fritto e patate americane. La vegetazione è fitta e il cielo sembra meno luminoso, qualche nuvola transita finchè scende una pioggia improvvisa, calda, tipicamente tropicale. Torniamo sulla via di casa e durante il percorso notiamo la miseria in cui vivono i dominicani in questa parte del paese, una realtà che contrasta con il mondo dorato della costa. Uomini giovani stanno seduti nei porticati di legno delle umili case, giocano con i bambini, ballano i merengue, guardano i camioncini che transitano con i turisti, ci salutano allegramente.
E’ una bella e calda sera, l’aria umida profuma di fiori e andiamo a Santo Domingo (qui tutti la chiamano semplicemente La Capitale) per assistere ad uno spettacolo di flamenco dominicano in un locale molto caratteristico, il Museo del Jamon, sulla Piazza Espana. Da Enchange Isabelita partiamo prendendo un taxi dopo averne contrattato il costo. Al ritorno accade qualcosa di incredibile, una scena esilarante: udiamo un rumore inquietante al motore, capiamo che qualcosa sta minacciando l’auto sulla quale viaggiamo, siamo storditi dalle musiche delle bachate ma il taxista prosegue la sua corsa e il suo canto… finchè l’auto rallenta, non va più…Abbiamo perso per strada niente meno che… l’intero albero di trasmissione… Incredibile! Il taxista, per nulla turbato nè stupito, ci sorride, si scusa quasi ballando mentre chiama un collega per farci portare a destinazione.
In questo paese dove i contrasti regnano sovrani, dove il business del turismo americano ed europeo si scontra con la povertà e la semplicità degli abitanti, i giorni trascorrono veloci: è l’ultima sera di queste due fantastiche settimane, vogliamo dare un saluto alla Capitale e torniamo, questa volta con un taxi “sano”, in città. Mi compro un cd contenente belle musiche caraibiche; il cantante noto qui si chiama El Gringo. Queste melodie hanno accompagnato i nostri giorni “bocachichesi”. Percorriamo la Calle El Conde e ci fermiamo per pranzo in un locale particolarissimo, il Cafè de Las Flores. Pappagalli dipinti alle pareti, colori e musica per il nostro ultimo giorno dominicano e sembra di essere ancora a Bajaguana!
Sono le ore 18, il cielo si fa buio e dal finestrino ammiro ancora una volta le palme che “corrono” lungo il mare, alte verso il cielo. Ora mare e cielo sembrano minacciosi. Ricordo questo stesso spettacolo la prima mattina, ma ora c’è malinconia mentre ci si dirige all’aeroporto. Alle 21, ora dominicana, decolliamo per Milano.
Eccoci a Milano, è il 30 agosto 2002. A distanza di alcuni giorni tutto mi sembra straordinariamente bello e incredibilmente lontano; quante belle sensazioni in questo viaggio! Mi lascio trasportare dall’emozione del ricordo che solo la musica sa trasmettere. Riascolto le note dei ritmi solari che El Gringo canta dal suo Cd e allora…magicamente sono ancora su quel pulmino sgangherato anni ’50 e dal finestrino … eccole… le rivedo lontanissime… le palme al vento che “corrono” lungo il mare, alte verso il cielo.
(Anonimo)
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