Raccontiamoci

UN BAMBINO SPECIALE

La scuola, la formazione: dall’asilo nido all’università. Ha importanza assolutamente fondamentale, e per realizzarla con successo occorre nei formatori, genitori o insegnanti che siano, oltre a un adeguato livello di competenze tecniche, anche un bel cuore, con forti valori di riferimento.


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Quando, all’inizio del nuovo anno scolastico, presentando le due sezioni della prima classe, la direttrice ci comunicò che in “B” ci sarebbe stato un bambino “down”, mi spaventai non poco: in quindici anni di insegnamento non mi era mai capitato un alunno con sindrome di Down; temevo di non essere all’altezza, di trovarmi in qualche modo impreparata ad affrontare questo nuova situazione. Alcune colleghe avevano frequentato dei corsi in proposito, altre avevano letto per conto loro delle pubblicazioni sull’argomento, e quindi un minimo di infarinatura utile ce l’avevano; io invece non ero sicura di farcela da sola, tantopiù che le mie due ore settimanali di musica in quella classe le avrei dovute tenere al pomeriggio, cioè senza il supporto importantissimo dell’assistente di sostegno. Naturalmente per il bambino ci sarebbe stata una programmazione individualizzata particolare, ma questo non bastava a tranquillizzarmi: sarei riuscita a  gestire contemporaneamente questo speciale alunno e il resto del gruppo-classe?

Arrivò il primo giorno di scuola e iniziai il mio ennesimo cammino professionale, come sempre, con tanto entusiasmo e tanta voglia di fare, di creare, di sperimentare, ma anche con dubbi ed incognite da affrontare giorno dopo giorno. Paolino era un bambino minuto, piccolo di statura, col visetto rotondo, i capelli biondini a caschetto, e, sul naso a patatina, un paio di occhialetti alla Harry Potter; noi maestre lo chiamavamo così per distinguerlo dall’altro Paolo, suo compagno di classe, molto più alto e robusto di corporatura, moro e ricciolino; e a Paolino sembrava non dispiacere affatto: se qualcuno lo chiamava semplicemente “Paolo” egli rispondeva ugualmente, però si affrettava a puntualizzare, con quel suo vocino scomposto ma determinato, che lui era “…ino…ino… Paolino!” e che era il caso di chiamarlo con il nome giusto.

Quando era di buonumore e doveva fare qualcosa che gli piaceva, Paolino era un bambino decisamente simpatico, in grado di strapparti un sorriso anche nelle situazioni più impensate, con quel suo faccino di gomma capace di mille e più smorfie, e con le sue improvvise risate contagiose. Quando però era chiamato a compiti che gli risultavano poco graditi, o che comunque per lui erano particolarmente difficili, si chiudeva a riccio in categorici rifiuti e diventava pressochè impossibile cavare un ragno dal buco.

La scuola cercò di offrire a noi insegnanti un valido supporto con continui aggiornamenti, incontri con lo staff che seguiva il bimbo anche fuori dell’orario scolastico, esperti in grado di spiegarci cosa fosse effettivamente la “sindrome di Down” e cosa comportasse a livello intellettivo e pratico nel caso del nostro Paolino; ma devo dire che molte cose le imparai direttamente sul campo, passando le mie giornate lavorative accanto a lui. Le prime volte che portai la Prima B in aula di musica, Paolino ne combinò davvero di tutti i colori, facendo ridere di gusto i compagni ed esasperando la sottoscritta. Una volta si era rifiutato di mettersi in fila con gli altri per cambiare stanza, e così avevo dovuto prelevarlo di peso, tenerlo in braccio e portarlo su come un sacco di patate. Un altro giorno, pur accettando di venire nella mia aula, una volta trovatosi lì aveva iniziato a cantare dei ritornelli a squarciagola, rendendo praticamente impossibile il normale svolgimento della lezione. Altre volte, pur lasciandomi tenere la lezione col resto della classe, si piazzava accovacciato sotto il banco, per poi ogni tanto spuntar fuori all’improvviso, fare “cucù” e scoppiare a ridere nell’ilarità generale. Dopo qualche settimana non potevo che sentirmi “alla frutta”: come avrei fatto ad affrontare un intero anno scolastico in quelle condizioni? Ma, soprattutto, come avrei potuto insegnare qualcosa di utile a quel bambino così speciale al quale, nonostante tutto, cominciavo a voler bene?

Molto lentamente, un passo alla volta, le cose cominciarono a cambiare. Rendere la mia lezione, pur sempre con nuovi contenuti, il più possibile ripetitiva e a schema fisso, diede a Paolino delle sicurezze che lo portarono ad approcciarsi alla materia con più disponibilità e attenzione, e ad avvicinarsi a me con sempre maggior fiducia; questo mi permise di intravedere spazi di sereno in quel perturbato percorso scolastico. Quando andavo a prendere i bambini giù in cortile dopo la ricreazione e per la ripresa pomeridiana delle attività didattiche, lui cominciò a non nascondersi più dietro le piante o negli angoli remoti della veranda per evitare di farsi trovare da me o dagli educatori che cercavano gentilmente di darmi una mano: chiedeva sempre di poter fare altri due tiri col  pallone; ma, una volta concessi e fatti, era lui stesso, senza tante storie, ad andare a recuperare la palla, a riporla nell’armadio dei giochi e a prendermi per mano per salire, come tutti, in fila. Quando mandavo i bambini in bagno prima della lezione, non si metteva più a fare dispetti a tutti, ad aprire le porte ai compagni, a bagnarli con l’acqua del rubinetto o a sputare a destra e a manca: ricordava sempre di lavarsi le mani e lo diceva anche agli altri, con fare da saputello. Nelle ore di musica divenne progressivamente più attento e capace di seguire quanto da me proposto, tanto da rendermi ogni giorno un po’ meno frustrata e poi, al contrario, sempre più entusiasta dei suoi continui progressi. Come mi sentii realizzata il giorno in cui riuscì a ripetere, senza sbagliare nulla, con il battito delle sue manine, una frase ritmica abbastanza complessa che gli avevo appena fatto sentire! Erano piccole conquiste quotidiane, per lui e per me, che mi davano coraggio e mi spronavano ad andare avanti, a dare sempre il massimo per lui e per gli altri, sicura che avrei ottenuto grandi soddisfazioni se solo avessi insistito con caparbietà.

Avevo insegnato ai bambini a leggere una partitura musicale tramite i colori, in modo che al verde era abbinato il suono del motore della macchina, “vroom!”, al giallo il clacson dell’auto, “peee”, e al blu la sirena della piscina, “ueee!”. Il giorno dopo, quando avrei voluto spiegare il gioco contrario e cioè fare in modo che fossero loro ad usare sul proprio quaderno i colori giusti per riprodurre i suoni da me proposti con la voce, Paolino, prima ancora che io chiedessi di farlo, tirò fuori dal suo astuccio tre pennarelli: il verde, il giallo e il blu. Rimasi alquanto sorpresa. Mi avvicinai incuriosita e gli chiesi come mai avesse preso una simile decisione; e lui, guardandomi col suo spiazzante sorriso, mi disse, come se fosse la cosa più naturale del mondo: “Maestra, verde è “vroom”, giallo è “peee” e blu è “ueee”…!”. Nessuno ci era arrivato da solo, Paolino sì. Riusciva a ricordare perfettamente i testi di tutte le canzoni, in italiano e in inglese, senza nessun problema, aveva una memoria davvero invidiabile e, nonostante la sua pessima intonazione e le evidenti difficoltà ad articolare bene le parole, non si perdeva mai niente, né un ritornello, né una strofa, né un inciso… Certo, quando si trattava di usare il quaderno faceva una fatica incredibile, quando doveva rispondere a delle domande alzava la mano per dare risposta a quella che magari avevo fatto mezz’ora prima: eppure riusciva a dire delle cose sempre personali ed originali, anche se in ritardo rispetto alla richiesta, e spesso centrate, raramente sconnesse o banali…

La sera del saggio di fine anno se la cavò benissimo in mezzo ai suoi compagni, sia nel canto che nelle coreografie di danza, e anche se la sua goffaggine e la difficoltà evidente a tenere i ritmi e i tempi degli altri non passavano certo inosservate, ci rendemmo conto tutti, dai suoi sempre attenti e disponibili genitori fino alle famiglie dei compagni che inizialmente avevano avuto non pochi dubbi sull’inserimento di Paolino nel contesto del gruppo-classe, e a tutti coloro che, durante l’anno scolastico, avevano in qualche modo avuto a che fare con lui, che quel bambino aveva compiuto davvero notevoli progressi dal suo primo ingresso a scuola, che era cresciuta tanto e che tanto poteva ancora crescere grazie all’impegno comune di tutti.   

L’ultimo giorno di scuola, dopo l’ultima fatidica campanella, mentre aspettavo con le colleghe che i genitori venissero a prendere tutti i bambini, a un certo punto mi sentii tirare la gonna: mi girai con curiosità e circospezione e, abbassando leggermente lo sguardo, incontrai la faccetta rotonda di Paolino, protesa verso di me in attesa di un bacino; poco più indietro la sua mamma, sorridente e attenta. “…Maestra di musica, questo è per te…”, mi disse egli col suo inconfondibile vocino, porgendomi un meraviglioso  mazzo di margherite colorate che aveva tenuto fino a quel momento ben nascosto dietro la schiena. Lo baciai sulla guancia e gli accarezzai la testolina bionda con affetto: ero stanca, stressata, senza più forze, come succede del resto ad ogni fine di anno scolastico, ma quel gesto, quegli occhietti vispi e quel sorriso mi aprirono il cuore.

Ora siamo in vacanza, ma fra qualche giorno ci ritroveremo tutti a scuola, bambini, insegnanti, genitori, e sarà un nuovo inizio. Paolino andrà in Seconda B; certo, sono ancora preoccupata, sono consapevole del fatto che più complessi saranno i concetti da trasmettere e più difficoltà incontreremo tutti nel farglieli apprendere, come so che per lui dovrò cercare sempre nuovi approcci alla materia e inedite strategie. E’ una sfida però che accolgo volentieri, non sono più spaventata come lo scorso anno, forse perché ora conosco Paolino, so come prenderlo dal punto di vista umano, e ho imparato sia ad aspettarlo, rispettando i suoi tempi e i suoi ritmi, sia a spronarlo quando è il caso.

E’ un bambino che indubbiamente sa come farsi amare, è impossibile non volergli bene, e quindi affronteremo insieme le difficoltà che si presenteranno, con tanta pazienza ed un sorriso. Adesso posso dire di essere contenta che Paolino sia entrato un anno fa nella mia vita e nel mio mondo: il cammino con lui è stato indubbiamente difficile, ma anche stimolante, sorprendente, pieno di soddisfazioni… Insomma, ne è valsa la pena!

Ritrovarlo e passare ancora tanto tempo con lui sarà sicuramente, per me e per chi saprà cogliere la sfida e accettare di mettersi in gioco, una preziosa occasione di crescita sia professionale che umana: perché, in fondo, tutti abbiamo qualcosa da imparare, anche da Paolino.
                                                                                                     
                                                                                                                      (Anonimo, PremioPratoRaccontiamoci)
 
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