Il fascino della montagna

IL FASCINO DELLA MONTAGNA

Sono nato in un paese di mezza montagna della Sardegna e mio padre, contadino e pastore, mi ha fatto apprezzare la montagna con le sue foreste ed i suoi animali, il fascino di paesaggi incredibili, la salubrità di fonti d’acqua millenarie ed intatte, la solidarietà forte e poco ciarliera di chi nella montagna vive, e anche le fatiche che la montagna impone. Da grande ho conosciuto poi le Dolomiti, la superba bellezza delle loro altezze, lo stupore incredibile delle nevi a perdita d’occhio, l’essenzialità senza fronzoli delle comunità che ci vivono. Sono sensazioni forti ma a volte anche sfuggenti: per capirne il fascino nascosto e duraturo possiamo ascoltare chi della montagna ha fatto la sua casa stabile e, insieme, il suo lavoro e la sua passione. Come l’autore della testimonianza che segue.

°°°°°
 
Da metà dicembre fin quasi a tutto gennaio il sole illumina il piazzale, a lato della diga, giusto per pochi minuti intorno a mezzogiorno. E questo grazie al colle che separa le due cime – la centrale e l’orientale – del Pizzo Tiranno; due cime angoscianti di ombre veloci anche nei pomeriggi estivi; e solo se il cielo invernale regala giornate serene: altrimenti, nella valle si susseguono lunghe  ore di ombra o di neve e bufera, o vento da restare tappati in casa a studiare da dietro i vetri il profilo arcuato della diga e saperci al di sotto il lago, gelato come un immenso campo di pattinaggio.

Sarà solo da febbraio che, nell’indugiare ogni giorno qualche minuto in più sul candore sconfinato, la luce animerà improvvise emozioni. Intanto, secondo gli anni e secondo le nevicate, i versanti ripidi avranno “scaricato”, e coi tuoni delle valanghe saranno esplose nuvole di polvere bianca; da altri pendii, meno inclinati, scivoleranno masse compatte nei giorni a venire: ma sarà solitamente verso metà marzo che i guardiani saliti alla diga del Pizzo Tiranno cominceranno a sentire crocchiare meno dura la neve sotto i loro scarponi. Sul piazzale il mezzogiorno accenderà temperature tiepide, il sole raggiungendo la casa riscalderà le stanze di un calore buono; sopra il davanzale ben esposto il ciclamino occhieggerà gemme minute, giù dal tetto i ghiaccioli perderanno dimensione e profondità, nell’aria qualche insetto ancora stordito affannerà i primi voli. Da allora i giorni alla diga scorreranno nuovi, più vivi.
°°°°°
E’ pur vero che nel periodo freddo il bacino viene riempito d’acqua per meno di un terzo della sua portata, ed è pur vero che la centralina segnala e regola tutto: ma l’uomo ci deve essere sempre, non fosse altro che per verificare sul posto eventuali malfunzionamenti degli strumenti. Quest’inverno, caso non così raro durante la stagione, sono stato io il guardiano rimasto bloccato alla diga per più di tre settimane filate; con me era di turno Nestino.

Tutto è cominciato il sabato dell’Epifania, quando, subito dopo pranzo, nel cielo lattiginoso hanno cominciato a ondeggiare i primi fiocchi morbidi. Per il cambio mi sarebbe toccato rientrare in paese il giorno successivo, ma la domenica l’elicottero non ha volato; durante la notte sul piazzale della diga era sceso circa un metro di neve: e non sembrava proprio voler smettere.

Cristalli candidi, ossessivi, dondolavano nell’aria gelatinosa, fitti come un disturbo sugli occhi. Non riconoscevo più il parapetto, distante pochi metri da casa. Un silenzio ovattato avvolgeva la conca del Pizzo Tiranno; dentro i canaloni la coltre bianca gonfiava minacciosa fino a raggiungere spessori notevoli e sembrava bastasse un soffio per staccare valanghe: magari anche solo qualche grado in più di temperatura. Immensa, la quiete rivestiva l’immobilità precaria sulle montagne.

In questa calma carica di tensione, e a volte anche il silenzio è tensione, si aspetta quello che sai che deve succedere. Seduto in cucina davanti a un the caldo – Nestino, se non ci sono lavori, sta in camera sua a leggere – seguivo le previsioni meteo e intanto pensavo al bivacco artigliato alle rocce sopra la morena del ghiacciaio. Forse era già scomparso, sepolto dalla neve. Quattro ragazzi, con sci, piccozza e ramponi, c’erano saliti il giorno dopo capodanno: batteva traccia Marco, aspirante guida alpina, un armadio alto due metri e conosciuto da tutti in valle. Erano scesi prima che nevicasse, sapevano di quella perturbazione spessa. Avevamo bevuto insieme un vinbrulè, poi li avevo salutati fermandomi sul parapetto a seguire le loro serpentine sugli sci.
°°°°°
In casa, alla diga, ci sono sempre scorte anche per una permanenza non prevista; così, quando dopo dieci giorni il caposquadra aveva urlato nella radio che il mio sostituto si era ferito a un piede spaccando legna, io gli avevo risposto che sarei rimasto su senza problemi: lui doveva solo ricordarsi di caricare le bottiglie di genepy – quello giusto – con il primo giro dell’elicottero. La domenica, in ogni caso, nessuno sarebbe potuto salire a causa di un’altra nevicata continuata copiosa fino a metà settimana.
Per Nestino, il mio socio, non era segnato il cambio: spesso lui rimane su anche tre turni di fila: in valle lo chiamano lupo bianco per via dei suoi trascorsi di bracconiere e per i capelli, velati d’argento da quando aveva trent’anni. Sono i suoi ultimi mesi di lavoro, vive solo, l’anno scorso ha perso il fratello in un brutto incidente che non è mai stato chiarito; al bar in piazza qualcuno, sottovoce, fa riferimento a parole forti e a minacce scambiate con la gente alla quale ha venduto la baita, pare costretto dai debiti. Beveva e giocava, il fratello, e la pensione era poca.

°°°°°
Per necessità, dopo le notizie del mezzogiorno e la chiamata del caposquadra, un’occhiata ai sistemi di sicurezza o un giro con binocolo nei rari squarci di visibilità, tutti i giorni si usciva a spalare neve; con Nestino faticavamo quel tanto da permetterci di raggiungere, senza sprofondare fino al ginocchio, il piazzale dove si posa l’elicottero. Ripetevamo questa ginnastica ogni pomeriggio ma la mattina successiva puntualmente la traccia era già scomparsa. Allora toccava cominciare daccapo: infilavo i guanti e uscivo per primo, con la pala, e ben presto sudavo sotto il cappello e la maglia di lana, e il sudore si gelava alla barba. Una volta aperto il passaggio, Nestino mi offriva da fumare. Era uno dei rari momenti, ad eccezione dei pasti, in cui riuscivamo a scambiare quattro parole. Dopo la sigaretta rientravo e mi rilassavo a lungo nella doccia bollente, piacevolissima. Finalmente la terza domenica di gennaio, una giornata molto fredda e limpida, qualcuno salì per darmi il cambio.

°°°°°
Sono anni che faccio il guardiano alla diga – quasi sempre in coppia con Nestino – e so convivere con i silenzi e la solitudine: ma a volte, durante la breve luce invernale, certi pensieri danzano sopra equilibri smarriti. Ho imparato a seguirli con razionalità, li raggiungo e li intontisco in una boccata d’aria gelida o nel privilegio di trascorrere momenti unici fuori dal mondo, e li fisso in appunti sulla mia agenda segreta. Così tratteggio disegni, improvviso canzoni che stonano metriche e rime, abbozzo paesaggi estranei a tutto quel candore, addormento desideri su spiagge coralline. Mi allontano nel sogno, cullato dal sole che filtra tra le palme. Vivo fughe rapide, necessarie, fughe in cui lascio sfumare  giornate eterne di nebbia, di vento e gelate, di confessioni profonde. La solitudine, accettata in una scelta, non è pazzia.

°°°°°
Quando e dove la montagna lo permette, anche in pieno inverno c’è chi la sale calzando gli sci o le racchette da neve. Tuttavia è soprattutto in primavera che gli appassionati puntano al Pizzo Tiranno o ai colli aperti verso nord, terreni e passaggi che Nestino conosce come le sue tasche. I più preparati affrontano un percorso impegnativo che supera una seraccata, passa sotto il bivacco e s’impenna verso il passo di confine con la Svizzera; la scorsa primavera, solo a metà maggio le guide sono scese da lassù con i clienti. All’epoca la neve a copertura uniforme terminava cento metri sopra la diga; dopo, si camminava calpestando terra fin sotto il muraglione, e da lì, quelli abili, sfruttando la copiosa e puntuale colata della valanga nera saltavano e curvavano ancora con gli sci giù per il canale, incrociando al fondo il sentiero che porta in paese.
Per tutta la stagione della neve, però, quando il canale è pericoloso perché dai lati oltre la valanga nera staccano altre slavine, il collegamento da e verso il fondovalle avviene seguendo una via alternativa, che compie un dolce semicerchio. A fine settimana io la scelgo spesso: se ci sono buone condizioni significa una sciata lunga e piacevole. A inizio turno, invece, siccome non voglio perdere quel po’ di allenamento in salita, se il tempo è bello rifiuto il passaggio in elicottero e mi avvio con le pelli di foca sotto gli sci. Ho per me la mattina intera: studio le tracce degli uomini e degli animali, fotografo alberi in controluce e malghe abbandonate, fermo le nuvole che dissolvono sfilacciate. Con amore e gelosia penetro l’intimità della montagna, o almeno così credo. Ed è per questo che quei momenti, unitamente a quelli di altre gite, li voglio rivedere da solo, sfogliando le immagini nel mio egoismo silenzioso; a casa,  in paese, ho tappezzato una parete con ingrandimenti di particolari o di paesaggi in cui io non compaio mai, e non compare mai nulla di mio, a eccezione del primo piano scattato ai miei sci piantati nella neve in cima al Pizzo Tiranno. Sotto tutte le foto ho indicato la data e il luogo, e tutte mi appagano con sensazioni di libertà.

°°°°°
Anche quest’anno, come gli altri da quando lavoro alla diga, il tempo è passato lento fino ai giorni di carnevale. Ora è primavera inoltrata, una primavera splendida, con il termometro costantemente sopra la media stagionale. Ed è nuovamente il mio turno alla diga. I crocus ravvivano i pendii bassi esposti a sud, la strada che arriva al muraglione è quasi tutta senza neve. L’inverno si sta allontanando: guardo indietro e mi sembra impossibile aver superato la sua immensità con la mia presenza adattata. Già s’avvicina maggio e, a seguire, la sempre troppo rapida estate. Certe sere senza vento potrò uscire in maglietta sui camminamenti della diga a riscoprire la luna piena specchiata nel lago, come una pallida chiazza tremolante. Durante il giorno lo scoiattolo verrà di nuovo a saltare invisibile tra i rami del pino in fondo al piazzale e sui prati in fioritura sgargianti si ubriacheranno le api. Sarà bellissimo vivere quella stagione fuggevole. Rifiuto il pensiero che accenna all’autunno, anche se so che tornerà inesorabile con le nuvole basse e le bufere ostinate sopra il ghiacciaio.  

Ora è primavera e la primavera è attesa, è un’esclusiva che m’illude. E’ primavera, la luce e i colori sono primavera. Otto giorni fa, giovedì della settimana santa, per la strada della diga è salita una famigliola: padre, madre e una bambina. Tutti e tre vestivano maglioni colorati e pedule nuove. Davanti a loro correva una cagna, una giovane lupa appena più grande di un cucciolo; l’ho seguita, balzava instancabilmente su e giù, drizzava le orecchie pronta a lanciarsi dietro al fischio d’una marmotta, o annusava eccitata la neve residua sotto i larici. Al sole, nella radura vicina al piazzale, l’uomo ha posato lo zaino e la donna ha disteso una coperta e preparato i panini. Dopo mangiato mi hanno chiesto una fotografia, li ho fissati che ridevano e la bambina inginocchiata abbracciava il cane.

Prima di scendere sono passai a salutarmi; sedevo davanti a casa e controllavo gli attacchi degli sci: l’uomo mi ha confessato di aver goduto ore serene e nelle sue parole ho colto la stessa forza che spinge l’erba fuori dal terreno. Mentre rientravano – e la bambina correva e chiamava la lupa – la donna ringraziava l’uomo per la giornata trascorsa insieme. Spero che conservino altri ricordi felici di questa primavera.

°°°°°
 
Il fine settimana che viene – il tempo è previsto bello – certamente le guide svizzere caleranno dal passo con gli sci insieme ai loro clienti. Peccato che dalla diga in giù toccherà andare a piedi; il canale colmato dalla valanga nera comincia a bucarsi pericolosamente e l’acqua che corre sotto cresce ogni giorno più prepotente. Ma in alto, tra i seracchi, già m’immagino le curve pulite sulla neve assestata, già vedo il sole scintillare riflessi che illuminano vertiginose pareti di ghiaccio, già sento la montagna liberare il suo respiro nel mio respiro. Magari domenica, anziché tornare subito a casa per il turno di riposo, salgo al bivacco e il giorno dopo punto verso il colle. Sono sicuro: troverò la gita tracciata.
                                                                                                                   
                                                                                                                  (Anonimo, PremioPratoRaccontiamoci)
 
°°°°°
MM

Famiglia

I NONNI: UNA PRESENZA PER SEMPRE

Famiglia

I NONNI: UNA PRESENZA PER SEMPRE
 
Ancora una storia di vita: affinchè impariamo sempre meglio a dare alla vita un valore profondo anche nei suoi aspetti più umili e intimi.

°°°°°
 
L’estate era trascorsa e le prime foglie ingiallite cominciavano a cadere dagli alberi, addormentati dal sonno dell’autunno. Da due mesi mia nonna si era adagiata sul letto matrimoniale della sua camera, e coperta da una trapunta attendeva pazientemente che il velo del riposo eterno si posasse sul viso sereno. In alto, sopra la spalliera del letto, il Bambinello in braccio alla Madonna la guardava languidamente, quasi per rassicurarla che presto li avrebbe raggiunti in cielo. Il cancro accompagnato dalla senilità aveva assorbito tutte le sue energie vitali, lasciandola in una quiete apparente mentre interiormente compiva il suo sviluppo. In quel periodo avevo ricevuto una proposta di lavoro importante, da uno studio legale. Laureatomi in giurisprudenza a primavera, ero impaziente di avviare la professione d’avvocato ma sapendo che la nonna stava molto male decisi di prendermi cura di lei. Una nonna è troppo preziosa per essere sostituita con un impiego lavorativo.
Il comò appesantito dai tanti medicinali sembrava una farmacia ambulante, e dove un tempo lei si specchiava vanitosamente pettinandosi i lunghi capelli castani, la polvere si era posata lasciando un sottile strato. La sola traccia, presente nella stanza, della sua giovinezza, era una foto fatta insieme al nonno, prima di sposarsi. Spesso la guardava sospirando, come fosse una finestra che si affacciava sul passato, immortalando la bellezza di una volta, ormai perduta.

Il nonno amava moltissimo la fotografia, fin da giovane, e aveva coltivato per l’immagine in bianco e nero un profondo senso artistico. “Nelle foto – diceva – è possibile compiere un miracolo: fermare il tempo, strappando all’oblio i momenti più belli, e non invecchiare mai”. Fotografava tutto ciò che lo affascinava, dalle persone alla natura ogni soggetto era buono per essere immortalato. La sua cantina era un vero laboratorio fotografico, l’ordine e la cura con cui usava il materiale fotosensibile erano assoluti. Ricordo ancora le volte che mi prendeva in braccio e mi spiegava come avveniva il processo di sviluppo del negativo; mio nonno era insomma una vera risorsa, un concentrato di creatività e conoscenze, e grazie a lui ho scelto di andare all’università. “La sapienza – diceva – è la sola cosa in grado di rendere liberi, ma soprattutto consapevoli di chi siamo e cosa vogliamo essere”.

Nonna lo amava anche per questo suo talento, per questa capacità di vedere e percepire la bellezza nelle cose che, viste di sfuggita, ad occhio nudo, spesso non esprimono nulla se non ciò che sono materialmente, ma, se le si osserva con maggiore attenzione, in esse è possibile vedere la vita ed il tutto perfetto. Solo allora si capisce che meraviglia sono il mondo e l’esistenza, con le loro forme.

Una mattina mi avvicinai al letto per misurarle la pressione e le chiesi come si sentiva. Lo sguardo era immobile verso il soffitto, freddo come quello di una statua, e sembrava non aver ascoltato le mie parole.”Nonna, mi hai sentit…”: non feci in tempo a terminare la frase che lei scoppiò a piangere. “Voglio andarmene”, mi disse con voce commossa. In vita sua solo due volte l’avevo vista piangere: il giorno del funerale del nonno, e una sera dopo avere litigato con mia madre al telefono. E’ stata sempre molto orgogliosa e il pianto per lei era autocommiserazione. L’abbracciai trattenendo la forza per paura di stringerla troppo; il dolore l’aveva affranta. Sentivo le ossa fragili del suo corpo delicato e magro, rivestito da un pigiama di cotone, e in quel momento avrei dato la mia vita per salvare la sua. Si asciugò le lacrime con il lenzuolo e mi porse lentamente il braccio. Le inserii lo sfigmanometro elettronico: la pressione sanguigna e le pulsazioni erano regolari. L’aiutai a sollevarsi dal letto e sistemandole i cuscini dietro la schiena le feci appoggiare la testa accuratamente, accarezzandole la fronte. Tra le pieghe delle rughe era ancora possibile scorgere il fascino celato di una donna stupenda. Gli occhi azzurri e luminosi lasciavano trasparire una forza interiore particolare e il suo sguardo penetrava dentro il mio, riuscendo a cogliere ogni mia preoccupazione. Alzando il mento mi disse: “Sei stanco, dovresti riposarti”. Sorridendo le risposi: “Non ti preoccupare, sto bene”. In realtà ero quasi distrutto e assisterla significava dedicarle tutto me stesso non facendole mancare mai nulla.

Un giorno mi chiamò, dicendomi che doveva parlarmi. “Michele, devi andare via!”, esclamò con un’espressione seria. Non puoi rinunciare alla tua vita per me, io sono vecchia e tra breve lascerò questo mondo; ho realizzato le mie scelte, ora devi compiere le tue”. La guardai per un istante, poi uscii senza dire nulla. Mia nonna è stata per me come una seconda madre: fin da bambino sono cresciuto con il timore che i miei genitori divorziassero, in famiglia i litigi erano all’ordine del giorno, e così più di una volta sono fuggito di casa andando a stare da lei. Dopo cena ci sedevamo sul divano, in salotto, e insieme al nonno vedevamo la tv; prima di metterci a letto pregavamo e delle volte, quando non avevo sonno, mi raccontava una favola. Standomi vicino nei momenti difficili m’infondeva quel senso di coraggio necessario per andare avanti: la nonna aveva tutto quello che mancava a mia madre. Con affetto mi ha cresciuto amorevolmente, e accompagnarla nell’ultimo periodo della sua esistenza significava per me contraccambiare l’amore che mi aveva donato. Le nonne sono delle sante, perché compiono un doppio miracolo: prima mettono al mondo i loro figli, poi crescono i nipoti, con maggiore affetto.

L’assistetti per un mese; morì un tardo pomeriggio di novembre, quando gli ultimi raggi del sole stavano svanendo nel crepuscolo della sera e nel giardino la natura ormai spenta si lasciava bagnare dalla pioggia e il suo leggero e dolce suono aveva accompagnato ogni istante della giornata, rendendo ovattate le ore passate insieme. Come di consueto doveva prendere le medicine: aprii la porta della camera, accesi l’abatjour sopra il comodino e delicatamente provai a svegliarla. “Nonna… nonna, svegliati… devi prendere la medicina”. Nessun movimento né risposta seguì la mia incitazione. Alzai il tono della voce: “Nonna, sono Michele…la medicina… ti prego, apri gli occhi…”. Respirava a fatica. Il cuore batteva fiaccamente e le labbra avevano assunto un colorito violaceo. Iniziai a sudare; un nervoso improvviso mi fece tremare le gambe salendo fino alle mani. Provai a rianimarla, ma i miei sforzi furono inutili. Precipitandomi nel corridoio alzai la cornetta del telefono e chiamai il pronto soccorso. Rispose un’operatrice dalla voce squillante e metallica dicendomi: “Si calmi, mi dica dove abita e cosa le è successo”.

Non riuscivo a frenare la mia agitazione, sapevo che era troppo tardi e che stavo compiendo una corsa contro il tempo ma già persa in principio. Balbettando le lasciai l’indirizzo dell’abitazione, riattaccai il telefono e tornai nella camera. Inginocchiandomi accanto al suo letto e stringendole le mani pregai come quando ero bambino, come una povera anima in pena che dopo tanti anni ritorna alle sue origini cristiane, abbandonate dall’indifferenza dell’età adulta. Come un fiume in piena, le lacrime no riuscivano a smettere di inondare le palpebre e, scivolando fino alle labbra, con il loro sapore salato spegnevano l’amaro che avevo in bocca. Il silenzio glaciale che avvolgeva la stanza era rotto dal tichettio costante della sveglia, la sola a ricordarmi che il tempo non si era fermato. Davanti all’impossibilità di agire mi sentivo debole, bloccato in un limbo tra realtà e irrealtà. La vita continuava il suo corso, impassibile, e intanto in lontananza sentivo la sirena dei soccorsi che stavano arrivando. Sarei rimasto immobile al suo fianco, se non fosse stato per loro, e forse mi sarei lasciato morire, avrei condiviso anche quel momento della sua esistenza. Fino all’ultimo sperai che potesse farcela, ma quando il medico le coprì il viso con il lenzuolo e si fece il segno della croce, capii che non l’avrei mai più rivista.

Il giorno dopo, uscendo dalla casa in cui ero stato per molti giorni, andai in giardino e sedendomi ai piedi della grande quercia appoggiai la testa al tronco. Respirando profondamente chiusi le palpebre addormentandomi in quella pace naturale. Al risveglio ebbi l’impressione che fosse passata un’eternità, nel cielo plumbeo uno spiraglio di sole splendeva lontano e un arcobaleno di colori vivaci nasceva trafiggendo il mantello delle nuvole. Osservandolo mi tornarono in mente tante cose della nonna: per ogni colore un ricordo, un’emozione preziosa. Il rosso porpora del roseto che amava curare con tanta passione, l’arancione del suo grembiule da cucina, il giallo del buonissimo biscotto preparato la domenica per colazione, il verde smeraldo dell’anello regalatole dal nonno per i cinquant’anni di matrimonio, il celeste della sua vestaglia da notte vellutata, il viola del fermaglio tra i suoi capelli, il blu del maglione che ricamò a mano per il mio compleanno, l’azzurro intenso dei suoi occhi ed il rosa delicato e  morbido della sua carnagione.

Non so perché, ma da quel giorno ogni volta che mi capita di osservare l’arcobaleno ripenso a lei e alla sua infinita bontà di nonna. Credo che tutte le nonne ne abbiano una particolare, rara e unica. Come delle madri ci crescono, ci sono vicine, fanno sacrifici per noi, donandoci tanto affetto, poi quando muoiono, dopo tanto amore donato, si accontentano di un semplice fiore lasciato sulla loro tomba. La vita è proprio strana, non c’è quasi mai la giusta proporzione tra il dare e il ricevere, anche se, in cuor mio, sento di averle dato tutto me stesso per aiutarla e per vederla ancora una volta sorridere.

Oggi, dopo un anno dalla sua morte, i miei sentimenti sono rimasti immutati. Delle volte la nostalgia viene a trovarmi, ma è sufficiente che ripensi ai momenti belli trascorsi insieme e subito svanisce. Una persona cara che si spegne è come una stella cadente che smette di brillare in cielo e il desiderio più grande è che possa esserti vicina in ogni momento, mantenendo quel rapporto d’amore che va oltre la vita.
                                                                                                       
                                                                                                                        (Anonimo, Premio Prato Raccontiamoci)
°°°°°
MM

Storie di vita

L'ALBA DI UN SOGNO



Questa memoria della sua vita Cinzia la dedica alle figlie, quelle di cui nel racconto parla diffusamente, e che all'epoca dello svolgimenot dei fatti erano ancora bimbe piccolissime. Ora sono donne. E' una vicenda di cui Cinzia, che mi è amica, mi ha parlato più volte perchè più volte ho con mestesso cercato di immaginare che le coincidenze che la lasciano tuttora stupita e riconoscente siano state frutto di pura casualità: ma io stesso trovo in realtà in esse molta più traccia di possibile presenza di Dio che di banale casualità.
 
°°°°°


Una notte in cui non riesci a dormire… la giornata non è stata delle più simpatiche e prendere sonno, vuoi per la tensione accumulata, vuoi per questa sensazione strana che ho dentro e alla quale non so dare una motivazione, beh… è difficile… il sonno non vuole proprio arrivare.
 
Improvvisamente un forte dolore al seno entra nel cervello; tocco il punto: è proprio sotto il seno, sembra un cordoncino lungo e contorto. E’ proprio nel punto in cui c’è il ferretto del reggiseno e penso sia quello il motivo del dolore. Io non sono molto brava a sopportare il dolore, non lo sono mai stata e poi nella mia vita ne ho avuto già molto: non è stata una strada spianata, la mia vita, anzi quasi sempre in salita. Prendo un sonnifero, tanto le bimbe sono con il padre… Io sono sola e posso permettermi il lusso di dormire anche pesantemente.
 
 Mi alzo: “Gesù, è tardi… farò di nuovo tardi al lavoro”. Il telefono squilla, è mio padre che, come tutte le mattine, mi sveglia, mi passa mia madre; le racconto del dolore e della sensazione strana provata, poi riattacco e corro a vestirmi.
 
Ore 10,00: ufficio; il cellulare squilla: è mia madre. “Cinzia, ho parlato con la mia amica del Policlinico, il professore è in sala operatoria e finisce tra circa un’ora, perché non vai lì? Gli ho parlato al telefono prima che entrasse in sala operatoria e mi ha detto che ti dà un’occhiata subito, se vuoi; sai, sono rimasta un po’ preoccupata dal fatto di vederti così agitata, perché tu non ti curi della tua salute ed è strano vederti tesa”.
 
“D’accordo, mamma, chiedo un permesso e vado”.
 
Ore 12,50, Policlinico: “Buon giorno, come va? Cosa è successo? Vediamo…”. Mentre il professore mi visita, vedo i suoi occhi cambiare espressione, la bocca fare una smorfia di tensione. Cosa succede? Perché quel cambio di espressione?”.
 
“Non ti sfugge niente, eh! Devi andare subito a fare una mammografia, qui non te la farebbero prima di un mese ed anche se la chiedessi con urgenza perderemmo comunque del tempo, quindi devi farla a pagamento, non importa dove ma trova un posto dove te le facciano subito, e domani mattina riportamela qui perché se è come credo (ma spero di sbagliarmi) dobbiamo ricoverarti immediatamente e operarti”.
 

“E’ maligno?” (Che strano pronunciare questa parola… mette paura solo il pronunciarla, ci vuole coraggio anche solo a dirla). “Credo di sì, ma devo averne conferma dalla mammografia e da altri esami, soprattutto da quello istologico, se dovremo operare; ma spero di sbagliarmi”.
 
“Ok, ci vediamo domani mattina”. “Tutto a posto? Ti senti bene? Sei venuta sola?” “Sì, e comunque vada non voglio che nessuno sappia nulla se non sono io ad autorizzarti. Se mamma dovesse chiederti qualcosa dille che sono dei noduli che vanno tolti, ok?”. “D’accordo, ma stai tranquilla, magari mi sono sbagliato”.
 
Una carezza sui capelli…Uno sguardo troppo dolce per una situazione normale… Esco dallo studio, percorro quei lunghi corridoi… Non lo so cosa penso, non riesco a descriverlo, non è una cosa sola, è una cascata di emozioni e di pensieri… il sole fuori… dovrei andare al lavoro, in fondo ho fatto presto, una mammografia: mmmm… dove potrei andare a farla? Da Luciano? Forse da lui: ma mamma scoprirebbe tutto… Sì, ma sarebbe la via più veloce e sicura… Potrei dirle che si tratta di noduli… Sì, ecco, questa è la risposta giusta…No, al lavoro non torno, vado in banca… no, meglio dal mio avvocato, voglio fare un testamento nel quale tutelo le bimbeLe bimbe… devo parlare loro… E che dico loro? Quella psicologa diceva di non mentire loro… E come si fa? Che dico loro? Forse mamma muore? Che strano, mi viene da ridere… se non fosse tragico sarebbe comico: ma non è affatto comico. Ok, ora vado in banca, ritiro, metto i soldi in cassaforte, così se… se… le bimbe non avranno problemi, i primi tempi, anche per il funerale… Poi dovrò preparare anche i miei e parlare con Massimo; e sì, devo parlargliene, è giusto per le bambine, dai, non sono mai crollata; come diceva mio nonno? La grandezza di un uomo non sta nel non cadere ma nel trovare la forza di risollevarsi con dignità.
 
Il cellulare squilla di nuovo: “Ciao, mamma: come stai? Ok, senti: ho pensato che vorrei fare una mammografia, ti ricordi quella sensazione strana? Il professore dice che potrebbero essere delle semplici cistine, ma, sai, vorrei fare una mammografia: oggi è già il 9 luglio e tra un po’ vanno tutti in ferie; sai, ho sentito Paola e ha insistito perché la facessi subito: mi ha detto che sono una pessima paziente, che non mi vede mai, che mi curo da sola, che prima o poi la farò radiare dall’albo perché non seguo mai le sue direttive… Insomma, lo sai, rompe sempre ma ogni tanto bisogna accontentarla; dai, mamma: così non si rompe”.
“D’accordo, ora ti do il suo numero: fissa l’appuntamento e poi fammelo sapere, che ti accompagno”.   “Ok, ciao: stai tranquilla, non preoccuparti anche per le stupidaggini, io sto bene”.
 
Ore 15,00: centro studi e analisi, sala d’attesa. Ci sono una miriade di quadri… non sono belli… quelli dei miei amici invece sono vere opere d’arte… ufffff, ancora non mi chiama…
“Signora, prego, tocca a lei…”.
Entro e davanti a me c’è un signore un po’ grassoccio, tutto sulle sue; Luciano invece non c’è: meglio, così non riporta immediatamente a casa...
“Si tolga la maglietta e il reggiseno e mi aspetti lì davanti”.
E’ sempre imbarazzante fare questo tipo di visite, e poi io odio farmi visitare… diciamo che ho un’avversione per il camice bianco… Intanto lui continua a dare ordini: “Si metta così… ora ferma… Respiri…”; ufffffff, ma quando finisce?
“Ecco, abbiamo finito: può accomodarsi di là, cinque minuti, le do la risposta e può andare”.
 
Di nuovo qui, in questa sala d’aspetto. Forse se leggo un giornale passa prima; la signora vuole parlare ma io non ne ho voglia, ho la macchina messa male, meglio affacciarmi; ufffff…questo non si sbriga…
“Signora… mi scusi…Il dottore dovrebbe rifare di nuovo la mammografia”… L’infermiera è un po’ imbarazzata.
“Signorina, lasci stare, ci penso io”, interviene il medico. “Signora, si accomodi, mi dispiace ma a volte, sa’… basta un niente…il macchinario poi… insomma mi dispiace ma dobbiamo ripeterla perché non è venuta bene…”.
“Dottore, cosa ha visto? E’ un tumore maligno, vero? Guardi, non servono tutte queste storie: sono qui per questo; il professore che mi ha visitata ha richiesto questo esame perché già se n‘era accorto ma voleva una conferma”.
 
E’ strano… è diventato diverso, sembra un’altra persona, gli occhi abbassati, la voce flebile, indica un punto e mi dice: “Vede, è qui… questo… ma ne parlerà con il Suo medico, è meglio…ma non è nulla, tranquilla… oggi queste cose si risolvono…”, e sforna un sorriso forzato.
Continua a farfugliare imbarazzato: so che è poco gentile da parte mia ma voglio andare via e tronco la conversazione, ho bisogno di aria e di silenzio, o forse… ho solo bisogno di me stessa.
 
Scendendo le scale comincio a ridere. Ma tu guarda se oltre le tasse che pago e lo schifo di stipendio che prendo devo anche andarmi a pagare 120 euro per farmi dire che ho un tumore. Torno a casa. Mi sembra di vedere la vita di un’altra persona, gioco con le mie bimbe, guardiamo la tv… un cartone animato…nelle fiabe c’è sempre un lieto fine… Che bello vederle così serene e sentirle ridere… sono tutta la mia vita e non posso morire: vorrei vederle crescere e… ho troppe cose ancora da fare, Dio non può volere questo…
La mattina seguente il professore, dopo aver visto la mammografia, mi fissa il ricovero per il giorno  dopo e l’operazione per dopo due giorni. E ora devo affrontare il momento peggiore, quello che non avrei mai voluto vivere: vado a prendere le mie figlie a scuola ma in questi giorni mi sembro un automa e continuo a chiedermi perché non piango… Ecco, è questo il momento più difficile ma devo farlo…
“Principessa, Cucciola, la mamma deve parlarvi di una cosa importante: posso avere la vostra attenzione?
Annuiscono, sorridono…come è bello il loro sorriso, c’è l’universo dentro…
“Quante ne abbiamo passate insieme, tantissime, vero amori miei? Ma insieme riusciamo sempre a superare tutto… il potere del Trio… giusto, Cucciola? Mamma è andata a fare una visita e il dottore ha detto che ho un problema… beh, non trovo il modo né le parole esatte o giuste per dirvelo… non credo ci siano, non credo che esistano… Hanno detto che ho un tumore. Domani mi ricoverano in ospedale e tra due giorni mi operano”.
“Mamma, ma tu muori?”.
“Non lo so, Cucciola… io non voglio morire e non so a che punto sia ma due mesi fa quando feci un’ecografia mi dissero che non avevo nulla: quindi forse il male è solo all’inizio perché se anche si sono sbagliati e non l’hanno visto devo dedurre che fosse piccolo, altrimenti non avrebbero potuto non notarlo”.
“Promettimi che non muori… io ho bisogno di te, mamma”.
“Principessa, non posso promettertelo ma posso giurarti che ce la metterò tutta e che farò tutto ciò che è nelle mie possibilità perché non accada, perché anche io ho bisogno di voi”.
“Sara, quando mamma dice che ce la metterà tutta ci riesce sempre”.
L’abbraccio che è seguito credo sia stato quello più intenso della nostra vita dalla loro nascita ad oggi. Non hanno pianto, sembrano più mature di quanto mi aspettassi.
 
La sera prima dell’operazione è stata la peggiore. Non ero mai crollata fino a quel momento, ma quella sera mi succede qualcosa che ha dell’inverosimile. E’ tardi, sono stata per delle ore al cellulare con Luisa, una collega, ma principalmente una vera amica che magari non vedo né sento per molto tempo ma che c’è sempre quando ho bisogno di lei e stranamente mi fa sorridere dandomi un po’ di forza e una parvenza di serenità. Ma quando attacco mi sento di nuovo sola e per la prima volta avverto la paura dentro che mi fa impazzire, comincio a piangere e scendo dal letto. E’ buio ed io sono sola in stanza… forse troppo sola… Metto la tuta ed esco fuori per le vie del Policlinico. Quest’ospedale sembra una città…è enorme… di notte poi sembra ancora più grande ed è deserto… Cammino non so quanto e non so dove, continuo a girare per i viottoli di questa strana “città”… continuo a piangere, vorrei avere qualcuno vicino che mi stringa forte… che asciughi le mie lacrime…che mi sorrida e mi dica che supererò anche questa… qualcuno che mi stringa forte fino a far sparire questa paura… ma non c’è nessuno…
 
Mi ritrovo seduta su un muretto tipo marciapiede, ma forse un po’ più alto. Non credo di aver mai pianto tanto. Continuo a chiedermi: “Perché proprio a me? Se esisti, Dio, perché proprio a me? Cosa ti ho fatto? Perché non smetti mai di prendertela con me? E pensare che continuano a dire che sei buono… Mi chiedo: e se fossi stato cattivo cosa avresti avuto in riserva per me? Che cavolo ti ho fatto? Non basta tutto quello che ho passato? Che le mie figlie hanno passato? No, tu non puoi esistere, non può esistere un Dio che permetta questo, se non altro per le mie bambine…”.
 
“Sei sicura che non esista?”.
“E tu chi sei? Di cosa parli?”
“Mi riferivo alle tue domande…”.
“E tu come fai a saperlo? Non stavo parlando… Ero assorta tra i miei pensieri tanto che non ti ho sentito neanche arrivare… Pensavo di essere sola….
“Lo so”. Il vecchio sorride: “ Me ne sono accorto…eri troppo assorta nei tuoi pensieri, e poi con tutte quelle lacrime come facevi a vedermi?”.
Mi asciuga le lacrime… che buon profumo che ha…
“Sai, so cosa stavi pensando perché pensavi a voce alta”.
“Non me ne sono accorta… mi spiace”.
“Beh, capita quando si è disperati e… capita anche di prendersela con Dio, ma lui lo sa che è perché siamo disperati e non se la prende…ora asciuga gli occhi, dammi la mano e stai tranquilla, è solo un brutto sogno…Lo supererai e sarai ancora più forte di prima. Ci vorrà del tempo, molto tempo, dovrai superare molte prove, ma ce la farai. Sei una bella persona, non è ancora il tuo momento…”.
“E come fai a saperlo?”.
“Sono un vecchio – sorride – e con la vecchiaia arriva la saggezza, tuo nonno deve avertelo detto, ne son sicuro…”.
“Io ho paura, mi sento sola, ho talmente tanta paura…”.
“Non sei sola, a volte siamo ciechi e non vediamo tutta la gente che ci vuole bene e che è lì con noi. Chiudi gli occhi e senti quanto amore hai intorno…Dammi la mano, voglio darti una cosa… Questa medaglietta tienila sempre con te, non lasciarla mai, mi raccomando”.
Abbasso la testa, mi sembra tanto pesante e sono tanto stanca.
Riapro gli occhi e… non c’è più, quel vecchietto non c’è più…Io cerco ma è tutto deserto, qui, e io comincio anche ad avere freddo. Apro la mano e guardo la medaglietta che mi ha lasciato… Se non fosse per questa penserei di aver sognato. Che strano, è la medaglietta argentata di Madre Teresa d Calcutta… Cosa vuol dire tutto questo? Chi era quel signore? Mi addormento con questo pensiero, con la medaglietta stretta in mano e con un po’ più di serenità.
 
La mattina mi sveglio ed ho ancora quella medaglietta, ma non ne parlo con nessuno: mi prenderebbero per pazza. Mi preparo, vado in bagno, mi pettino, mi guardo allo specchio…i capelli non mi piacciono e poi vorrei truccarmi, sono così bianca, mi vedo bruttissima… Prendo il profumo automaticamente, poi lo guardo, rido e penso dentro di me: “Ma che profumo… che trucco vuoi mettere?”. Sto bluffando con me stessa, faccio la donna forte, dura, e… vorrei piangere. Esco dal bagno; che strano: ho l’impressione di sentire il profumo di mio padre ma mi guardo intorno e non c’è… Io e lui siamo troppo simili… non verrà mai qui, ne morirebbe, non accetterebbe mai di vedere andar via la sua bambina e non sapere che destino avrà. Siamo troppo simili in questo: tanto forti nell’aiutare gli altri ma se accade qualcosa ai nostri figli la disperazione ci distrugge e subentra il nascondere la testa sotto la sabbia, lo sperare che così scompaia tutto… E’ assurdo, lo so, ma io in questo momento, pur avendo bisogno di lui, lo capisco e so con certezza che lui è qui…non so dove si sia nascosto ma so con certezza che sta piangendo e mi sta osservando, disperato per la sua bimba…
 
L’operazione va bene anche se era uno dei peggiori tumori al seno, un carcinoma infiltrante: ma era all’inizio e i linfonodi erano a posto e poi “non era esploso”, così mi ha detto un medico. Credo che neanche il professore sperasse tanto. Mi hanno detto che, finita l’operazione, mentre gli altri sanitari mi preparavano per riportarmi in stanza, lui si è tolto il camice e la mascherina ed è andato ad aspettarmi nella mia stanza; e in molti mi hanno raccontato che aveva le lacrime agli occhi. Un medico di tanta esperienza e di tanta professionalità e bravura che si commuove ancora… E’ bello scoprire che esistono ancora persone così. Ha lottato con me contro tutti e quando ho detto che non volevo la chemio mi ha appoggiata e mi ha prescritto solo la radioterapia contro il parere di tutti, e poi ha seguitato ad appoggiarmi anche quando non ho voluto la terapia del Novaldex e ho accettato solo l’Enantone. Lui non si ferma alla diagnosi medica ma va oltre… per dare una cura non sottovaluta l’aspetto psicologico ma fa un quadro completo della persona che ha davanti… Io per lui non ero un carcinoma infiltrante numero x, ma ero un essere umano, con molte paure e una soglia di sopportazione al dolore sia fisico che psicologico ormai provata e ridotta al minimo, e su questa base, oltre che sul carcinoma, lui ha deciso la terapia. Questo è un vero medico, uno che valuta sia i danni psicologici che quelli fisici, e le conseguenze di ogni terapia data sia a livello fisico che psicologico; lui aveva capito che su di me gli effetti della chemio e del Novaldex sarebbero stati più negativi che positivi. Sono stata fortunata ad averlo incontrato: ho una stima incondizionata di quell’uomo e non sono la sola. E mio padre? Mio padre mi dissero che comparve mentre la barella sulla quale mi riportavano in stanza usciva dalla sala operatoria; dicono che l’abbia fermata con il volto tumefatto dal pianto, che mi abbia riempito di baci… in silenzio, e che poi sia andato via di corsa. Il mio povero papà, quanto deve aver sofferto!
 
Per assurdo il primo periodo dopo l’operazione è stato il più bello dell’ultima parte della mia vita. Le mie giornate, ricordo, si svolgevano così: mi svegliavo, svegliavo le bimbe, facevamo colazione, arrivava mio padre, portava la piccola a scuola mentre la grande l’accompagnavo io con la macchina lasciandola davanti al cancello.
Alle 9,00 ero all’ospedale San Giovanni per la radioterapia: mai visto un reparto tanto bello, sia pur nella desolazione del luogo; chi ci lavora infatti è di una solarità unica. Un giorno mi chiamò il medico responsabile del reparto (tra l’altro giovane e carino) per il colloquio settimanale di rito, e mi disse: “Allora come si trova qui, signora? Come si sente? Ha qualche cosa di cui vorrebbe parlarmi?”.
Non so perché, ma gli risposi ridendo: “Beh, sì, devo dire che il servizio è scadente…perché non c’è musica e…la mattina ci vorrebbe del caffè… un cornetto… dei dolcetti…”.
“Ha ragione, ma non si preoccupi: provvederemo”.
Pensai: “Stavolta l’ho combinata grossa… Mi sa che si è arrabbiato, ho esagerato, ma non mi andava di parlare sempre di malattie e tumori e di come mi sento quando esco dalla radioterapia e vedo gli altri pazienti che hanno sempre qualcuno che li aspetta e io sempre sola e quella ragazza che quando esce ha il suo uomo che l’aspetta e l’abbraccia forte e la bacia; non ho mai invidiato nessuno, eppure l’ho invidiata… Quanto mi mancava in quei momenti un uomo che mi stringesse forte e che mi desse la forza di continuare a lottare… Ma… perché continuo a pensarci? Che gliene frega alla gente di quello che provo? Anzi se ti sentono lamentarti o dire sempre di star male si straniscono pure e ti evitano come avessi la lebbra… Meglio sorridere”.
 
Il giorno dopo, quando arrivai cominciai a ridere e giocare come facevamo sempre con le altre pazienti in sala d’attesa (che a volte era il corridoio); a volte ballavamo anche…mimando della musica, ma… quel giorno… sorpresa delle sorprese…tutti gli infermieri e i radiologi, quando toccò a me, mi guardarono e cominciarono a ridere, mi fecero entrare e… c’era la musica!...E mentre mi sdraiavo per prepararmi entrò lui, Raffaele, e disse: “Allora il caffè glielo avete dato? (Ehi, c’era anche il caffè!). Per i cornetti, signora, ci deve scusare ma oggi non abbiamo fatto in tempo”. Abbiamo riso tanto… Era davvero meraviglioso, so che sicuramente non mi credete o comunque non riuscirete a capire totalmente l’importanza ed il significato che aveva avuto quello che loro avevano fatto sia per me che per gli altri pazienti perché… nella disgrazia, trovare persone così… è davvero un dono di Dio…
 
Beh, ora continuo nella descrizione delle mie giornate, sperando che vogliate scusare il mio divagare ogni tanto in dettagli che tuttora mi rallegrano ricordandomi che esistono al mondo persone meravigliose delle quali non si parla mai e che non hanno mai ricevuto e mai riceveranno un grazie dalla nostra società.
 
Finita la terapia partivo per Rieti dove dovevo organizzare una manifestazione per il mio capo. Lì ero affiancata da una persona eccezionale, con la quale siamo poi diventati anche amici; c’è molto rispetto tra noi, ma non mi ha mai commiserata pur coccolandomi. E poi c’era un ragazzo, Alessandro, che mi faceva da assistente perché era di lì e quindi conosceva il luogo, me lo avevano affiancato dal comune e dal comando dei carabinieri. Era un ragazzo giovane ma molto maturo. E’ stato il periodo più duro ma anche uno dei più belli della mia vita. Non ho mai riso tanto… Con loro e con la mia amica Angela ho imparato anche a ridere di me stessa. C’era complicità, stima, rispetto…
 
Tuttora con quelle persone è rimasto un legame di amicizia e complicità molto intenso, poi Angela ha condiviso purtroppo con me anche la malattia. Alessandro invece, anche per la sua età, l’ho sempre considerato il mio cucciolo, lui si diverte con me ed è un po’ come “Cimabue” o “Pierino la peste” ma questo gli deriva dalla sua giovinezza, gli dico sempre che tutte queste donne lo porteranno alla rovina perché è sempre pieno di ragazze che gli girano intorno anche quando sta lavorando con me. Ma in realtà… quello che non gli ho mai detto è… che è in gamba, riesce a portare a termine ogni incarico che gli si dà, sa sempre trovare la strada giusta. Insomma, passavo tutta la giornata a lavorare a Rieti e poi la sera (tranne rare volte in cui avevo cene di lavoro lì) tornavo a casa dalle mie bimbe ed ogni sera era una festa. Un Pigiama Party (con tanto di libro di incantesimi e sortilegi) e infine a letto per essere poi pronti per il nuovo giorno. A pensarci ho ancora nostalgia di quel periodo, sembra assurdo ma è così.
 
Passa il tempo tra alti e bassi come per tutte le persone di questa terra. Un paio d’anni fa, durante uno dei controlli trimestrali ai quali mi sottopongono, si accorgono di qualcosa che non va ai polmoni: pensano siano partite delle metastasi… Di corsa vado a fare la tac. Ed anche qui mi accade qualcosa di strano… inverosimile… Sto seduta nella sala di aspetto di una clinica, a testa bassa, e continuano a passarmi per la mente duemila pensieri che, vi sembrerà strano, non ricordo o forse li ho cancellati… Ad un certo punto sento una voce, una donna giovane, scialba, che con la mano mi solleva il mento e mi dice:
  • Preoccupata?
  • Chi non lo sarebbe? Sai, tempo fa ho avuto un tumore e per fartela corta ora devo fare una tac ai polmoni per vedere se è partita una metastasi e… beh, chi non avrebbe paura?
  • No, tranquilla… non devi aver paura… non hai nulla… non è ancora venuto il momento per te… Ma se non ti offendi e permetti, io vorrei regalarti queste quattro medagliette, tienile con te e prega, non smettere mai di pregare… devi credere e pregare… devi aver fede in Dio”. Che strano, sono medagliette di Madre Teresa… Madre Teresa compare sempre nei momenti peggiori della mia vita… Sai, mamma ha tanto lavorato con lei per i bimbi, preparava triangoli per cambiarli, Madre Teresa glieli portava. Sai, è la seconda volta che mi regalano delle sue medagliette, mi successe la notte prima dell’operazione e fu una cosa strana… Ora tu ma… perché quattro, e perché tre argentate e una dorata?
Sorrideva: “Lo so, madre Teresa prega sempre per noi, tienile sempre tutte e quattro con te. Ti serviranno nei momenti peggiori per superarli”.
  • Ah, grazie, bell’augurio! Non basta tutto quello che ho passato finora? Quanto devo ancora subire e quanta forza ancora mi rimane? E se non riuscissi a essere così forte? Se crollassi?
Una voce al microfono: “Il numero 25 per la tac può entrare”.
  • E’ il mio numero: vado, grazie di tutto. Lei deve ancora aspettare molto?!
“Il tempo necessario”, sorride.
Entro e la tac non rileva nulla di maligno né preoccupante. Esco contenta e cerco quella donna per dividere la mia gioia con quella sconosciuta che aveva cercato di rasserenarmi, ma non c’era più e nessuno ha saputo dirmi nulla, anzi nessuno l’ha notata.
 
Io non credo di aver incontrato due angeli ma sono certa che quelle due persone esistano realmente e che madre Teresa, alla quale mia madre si raccomandava spesso per noi confidandole le sue preoccupazioni anche tramite le sue consorelle di Roma, credo abbia fatto in modo che quelle due persone fossero lì al momento giusto e con quelle medagliette per darmi forza attraverso un segno tangibile, materiale; d’altra parte lei quando le dicevano che era una santa sorrideva e ripeteva sempre di essere uno strumento nelle mani di Dio…Chissà… forse i santi sono semplicemente questo, e nel mio caso anche per ricordarmi quanto sia bella ed importante la vita e quanto fossi stata fortunata a scoprire in tempo il carcinoma, ad avere due figlie meravigliose e pochi ma buoni amici che mi vogliono un mondo di bene.
 
Ricordo spesso le parole dei miei nonni, con i quali sono cresciuta e che mi ripetevano sempre che bisogna dare e aiutare gli altri e solo per il piacere di farlo e non aspettarsi mai nulla indietro se non un semplice sorriso… semplice ma che riscalda il cuore ed è il dono più bello. Mio padre ogni suo compleanno ripeteva: “Vuoi farmi un regalo meraviglioso? Regalami un tuo sorriso: è il dono più bello che tu possa farmi”.
Io conservo ancora quelle medaglie; in realtà una l’ho data a mio nipote che ha avuto un problema di cuore pur essendo giovanissimo e sentivo di doverlo fare, ed un’altra ad una vicina di casa per il figlio in coma per un incidente e al quale avevano dato quasi inesistenti speranze, e che invece ora sta bene e nessuno si spiega il motivo della sua guarigione così veloce e totale mentre i presupposti erano tutt’altri; anche a lei sentivo di doverla dare… Ora continuo a chiedermi: le altre per quali motivi mi sono state concesse? Quali altre prove dovrò superare?...
Ma intanto ho imparato a vivere giorno per giorno e a non accontentarmi di sopravvivere ma a godere di ogni emozione, di ogni attimo di serenità e felicità che mi sia concessa; e non smetterò mai di credere che un giorno anche per me arriverà… l’alba di un sogno. Dopo la notte arriva sempre il giorno…
                                                                                                                                     
                                                                                                                                      (Cinzia Cammarere)
                                                                                               
°°°°°
                                                                                                MM

 
 

Storie di vita

STORIE DI VITA

Vite forti. Piene di una sapienza umile ma compiuta. Esistevano: io ne ho conosciute. Probabilmente ne esistono anche oggi. Da cercare forse in ambienti sociali meno sofisticati, adulterati e viziati di quelli prevalenti nella nostra società attuale. Anche quella che vi raccontiamo oggi è vera.
 
°°°°°
 
Mi aveva insegnato ad amare la montagna, a dire le preghiere, a credere nei santi del paradiso, ad apprezzare certi profili delle cose, a comunicare con le persone, a saper chiacchierare; mi aveva insegnato che non siamo soli, neppure in uno stralcio lontano e dimenticato di mondo.
 
Era magrissima, non tanto alta di statura; una persona sottile, dal ventre concavo e dalle gambe muscolose come chi aveva davvero fatto tanta strada; aveva un naso un po’ aquilino, leggermente pronunciato e i suoi occhi castani, attenti e vivaci, sapevano guardare lontano.
 
Conosceva un’infinità di rimedi naturali o particolari, veramente singolari e inusitati, contro i mali fisici, di qualunque natura essi fossero, contro le malattie delle galline, la moria dei conigli, la scarsa lievitazione del pane, il freddo acuto ai piedi o le scottature alle mani. Sapeva fare benissimo un’infinità di cose e, anche se non eccelleva – devo dire – nell’arte della cucina, non ho più incontrato nessuno, nel percorso della vita, che sapesse sfornare un pane delizioso e fragrante come il suo. Lo conservava nella madia, anche per settimane… E manteneva intatto il suo inconfondibile sapore, a volte lo preparava anche nella versione dolce: lo mangiavamo ancora caldo, pizzicandolo con le dita e ce lo passavamo di mano in mano finchè, in un tempo incredibilmente breve, non era terminato.
 
Amava moltissimo le castagne, i funghi, la polenta, il pane, forse perchè sono doni diretti della terra che non hanno bisogno di grandi elaborazioni per essere gustati, forse perché erano stati parte integrante della sua vita e delle sue origini. Mi parlava sempre dei posti dove aveva vissuto e mi colpiva il fatto che di tutti i personaggi, protagonisti delle innumerevoli vicende che ricordava, citava ogni volta il nome, tanto che potrei dire anch’io, ora, di averli incontrati davvero sulla strada della mia vita. Aveva trascorso la sua esistenza in un paese di alta collina, che amava definire montagna, posto su un elevato pendio da cui si può ammirare la bellezza della valle, aveva avuto otto figli allevati a polenta, latte, verdura, rosari e preghiere. Aveva visto e vissuto due guerre, sospirato e pregato per un fratello alpino e un figlio partigiano; il primo caduto senza un saluto su altri monti, sconosciuti e lontani, il secondo allegramente ritornato all’ovile dopo che una raffica nemica di mitra gli aveva sbriciolato d’un colpo le suole delle scarpe lasciando miracolosamente intatti i piedi, oltre naturalmente al resto del copro, giovane fiorente e robusto, nonostante la dose giornaliera mai abbondante di pane, polenta e verdura. Da quel giorno la dose di un ingrediente soltanto era raddoppiata alla parca mensa familiare: quella dei rosari e delle preghiere.
 
La sua devozione e la sua fede erano rimaste incrollabili, anche davanti ad altri momenti di grande dolore; diceva che era stato suo padre ad insegnargliela, e a dargliene dimostrazione dopo che aveva venduto la mucca ed offerto tutti i proventi a beneficio della chiesa e dei poveri, quando gli era giunta la notizia della morte, in battaglia, del figlio. E per tutta la vita aveva conservato un oggetto da cui non si staccava mai: era un librettino di piccolo formato dalla copertina di finta pelle nera che definiva “il libro della messa”, scritto a caratteri rossi e neri, parecchio consunto in certe parti per la frequenza e l’assiduità della lettura, della quale avrebbe potuto fare benissimo a meno perché sono convinta ne conoscesse a memoria il contenuto, anche delle parti in lingua latina.
 
Anche successivamente, quando non viveva più nelle ristrettezze del passato, aveva mantenuto una sana repulsione per lo spreco o la spesa inutile; non buttava mai alcunché potesse, nella sua logica, essere riutilizzato, anzi riponeva gli oggetti in disuso in posti ben nascosti, in modo da poterli poi recuperare al momento adeguato. Una volta scucendo una camicia ormai rovinatissima aveva conservato i bottoni, riponendoli con cura nel suo cestino da lavoro; essendone rimasto uno alla fine dell’opera, lo aveva inserito in un bicchierino piccolo di liquore nella credenza a vetri: giunto subito dopo un ospite inatteso e volendo offrirgli qualcosa da bere, afferrò il bicchierino e lo riempì di grappa…Sulla sua superficie galleggiava allegramente il bottoncino colorato. L’ospite, come nulla fosse, bevve il contenuto lasciando sul fondo il corpo estraneo che, con una risata, una volta lavato il bicchiere fu collocato al suo posto, questa volta quello adeguato, il cestino da lavoro.
 
Così aveva mantenuto per tutta la vita un suo equilibrio interiore ed una serenità vera dell’anima, anche molti anni dopo quando, nelle sere d’inverno, attorniata da uno stuolo di nipoti, saliva piano le scale per raggiungere la camera da letto e, per rispondere scherzosamente alle risate e ai giochi rumorosi dei bambini, gridava dall’alto del pianerottolo con tono gioioso: “Seccamelica!”. Nessuno conosceva il senso della parola strana, ma pareva una formula magica, una specie di portafortuna, e dal buio del sottoscale tornava un’eco divertita, tra cori di risate, con questo misterioso “Seccamelica!”.
                                                                                                                                     
                                                                                                         (Maria Francesca Giovelli)
 
°°°°°
MM

Storie di vita

STORIE DI VITA

Tutti gli articoli