Democrazia Comunitaria

NASCE FORMAITALIA: SENZA CONFINI "PER TUTTO L'UOMO E PER TUTTI GLI UOMINI"

Il 7 dicembre scorso si è tenuto a Roma, in collaborazione con la Fondazione Internazionale per l’Aiuto all’Anziano, un incontro culturale e formativo sul tema “La politica in Italia: ieri e oggi a confronto per capire le prospettive possibili”.

Dal 22 al 26 gennaio appena trascorsi si è tenuta in Basilicata, in collaborazione con un Istituto Scolastico Superiore, una settimana di formazione e orientamento sul tema Motivazione e autorealizzazione nella scuola”.

Due eventi con i quali si è avviata concretamente e stabilmente l’attività di Formaitalia, la nostra piccola libera “università permanente per la formazione totale”.

Ai due temi citati se ne aggiungeranno via via altri, che verranno puntualmente comunicati; e insieme agli incontri verranno inaugurati anche, per chi sia interessato, veri e propri corsi organici di studio e formazione, della durata cioè di più incontri (fino anche a un anno) ciascuno su una tematica omogenea da affrontare come vera e propria materia di livello universitario.

Incontri e corsi potranno essere svolti sia per singoli partecipanti che lo richiedano sia per gruppi.
E verranno tenuti in qualunque sede esigano di volta in volta le circostanze o le preferenze dei richiedenti: un’aula scolastica o anche semplicemente un bar, un oratorio parrocchiale o anche semplicemente un giardino pubblico, o una sede di associazione professionale disponibile...

Lo studio-formazione, che avrà comunque sempre il connotato dell’alta qualità e organicità di contenuti, non prevede sostanzialmente costi per i partecipanti: viene chiesto semplicemente un simbolico euro a incontro, come valore morale di adesione e consapevolezza e per rispondere a qualche eventuale minima esigenza operativa, come potrebbero essere materiali da fotocopiare o simili.

La docenza vedrà spesso impegnato il sottoscritto ma coinvolgerà via via anche esperti e testimoni in diverse discipline e con diversi approcci, secondo i casi. E i temi verranno via via concertati secondo il criterio dello “scorrimento continuo” in una strategia condivisa e nel quadro di riferimento metodologico e valoriale che molti amici mi hanno sentito definire spesso come “modello monasteriale”.

Nella sostanza si tratta appunto di “formazione alta” ma… proprio perché alta non avrà nulla da spartire, anzi aborrisce esplicitamente, alti titoli e alti linguaggi, alte sponsorizzazioni e alti atteggiamenti accademici… e simili vuotaggini.

E’ formazione alta proprio perché… non va in alto bensì, al contrario, in profondità: costruisce nel profondo delle coscienze per far crescere, integrati, valori e competenze. Per questo anche il risultato sarà “alto”, ma solo nel senso più vero e pregnante.

Il pensiero di questa iniziativa viene in realtà da lontano, come viene da lontano il concetto di “formazione integrale” che lo anima: che ha appartenuto alla vicenda di vita e di crescita mia e di molte altre persone; e il cui merito non va a noi, pur avendoci anche noi messo la indispensabile nostra convinzione e buona volontà: ma va a quei formatori ed a quelle scuole di formazione che avevano (l’imperfetto è malinconico ma inevitabile, in quanto rare sono oggi simili realtà) come riferimento della loro azione proprio il concetto di integralità, cioè la idea che la persona è una creatura appunto integrale, composta di corpo, anima e spirito, e strutturata per essere contemporaneamente individuo e comunità; e che in tale integralità essa deve svilupparsi e realizzarsi positivamente, qualunque sia la materia più specifica di cui si occupa e l’ambiente più specifico in cui vive.

L’Italia ebbe simili scuole di formazione nel primo ventennio del dopoguerra, in campo politico ma anche in campo sindacale, aziendale, religioso, sociale, e la stessa scuola istituzionale dello Stato aveva in sé un nocciolo centrale di riferimento a tale cultura di integralità: uno dei segnali ne era la presenza nei programmi e in pagella della “buona condotta” collegata anche con la educazione civica, che implicava appunto attenzione specifica della funzione educativa alla persona nella sua totalità, e accentuata sensibilità alle dimensioni umanistiche di tutte le materie.

Successivamente tali scuole e tale metodologia sono state incredibilmente abbandonate a un progressivo declino e parte di esse sono addirittura scomparse, come è stato ad esempio per le grandi scuole dei partiti politici storici. La flebile e inadeguata figura dei ministri della pubblica istruzione succedutisi negli ultimi decenni ha sancito e generalizzato tale decadenza.

Molti di noi sono tornati però costantemente a chiedersi come fare a ritrovare la via (per usare le parole di Luigi Sturzo).  

Il nostro paese, peraltro, non ha in realtà bisogno di ritrovare semplicemente “una grande classe dirigente”, come a volte si dice: ha bisogno di ritrovare una più diffusa e profonda coscienza di sé, dalla quale si generi anche una nuova classe dirigente di grande levatura, in tutti i settori della sua vita.

Siamo nel 21° secolo: velocizzazione, mondializzazione, tecnologicizzazione, digitalizzazione, turbocapitalismo, intelligenza artificiale… fanno infatti diventare in parte un sorpassato luogo comune anche il concetto tradizionale di “classe dirigente”.

In realtà siamo tutti classe dirigente nella misura in cui siamo in grado di influenzare intorno a noi altre coscienze. Occorre dunque tornare a formare potentemente e diffusamente persone di alta levatura, più che “dirigenti” in senso formale.

Abbiamo cioè bisogno di costruire alte coscienze da mettere come sentinelle attive dovunque, direi in ciascun angolo di strada e in ciascuna stanza di ufficio o di casa o di fabbrica. Ciascuna di esse strategica per il semplice fatto che ne interseca altre, in tutti i settori della vita. Sentinelle appunto di qualità totale: altrimenti svanisce il sogno di una comunità che migliora nel suo insieme e nelle singole persone che la compongono. Se tali sentinelle sono di qualità… esse sono automaticamente classe dirigente a prescindere dai ruoli formali.

Anche a livello planetario si nota del resto, oggi, una non tranquillizzante tendenza al declino o alla stagnazione qualitativa del vivere individuale e sociale e del livello di sensibilità istituzionale, che comporterebbe una ben diversa e superiore attenzione ai sistemi formativi e al concetto di classe dirigente: dalla grossolanità di Trump alla inconsistenza di Biden, dall’umiliante resa della civiltà e dei diritti umani in Afghanistan o in Iran alla crisi ucraina con le sue vittime innocenti, all’incartamento burocratico-finanziario della realtà europea, alla povertà dell’Africa,  allo strapotere intrasparente della finanza, alla disattenzione complessiva verso il grande valore fondativo della vita, al malinconico fantasma dell’Onu che a oltre settant’anni dalla sua costituzione non riesce a diventare vero parlamento dei popoli, la “classe dirigente” formale, politica e non politica, dà oggi testimonianza prevalente di mediocrità anche, appunto, a livello planetario.

In materia più particolare di economia, ad esempio, mentre osserviamo che il capitalismo ha sconfitto il comunismo, e la tecnologia sta sconfiggendo il capitalismo, non possiamo non chiederci anche: ma… poi? Il futuro? La persona? La comunità? Dove sono? L’umanesimo capace di dominare la tecnologia e la emergente intelligenza artificiale, dove è? Il capitale umano, su cui è steso il più drammatico silenzio, dove è?… Dove sono l’impresa partecipativa e il lavoro di cointeressenza?

Urge insomma porre fine alla sterilità delle parole, delle ideologie, degli schemi e dei titoli formali che ubriacano il parlare quotidiano, e tornare a pensare e agire con pregnanza secondo il binomio “persona e comunità: tutto l’uomo e tutti gli uomini (per dirla con le parole di Paolo VI).

E’ infatti la persona concreta e integrale che ogni giorno “fa” la politica, la scuola, il sindacato, l’economia, l’impresa, la religione… Mentre partiti, istituzioni, classi, categorie, schemi, sono strumenti e non fini. 

Via, dunque, anche dagli insensati schematismi (come sono, ad esempio, in politica l’ottocentesco “destra- centro-sinistra”, nel sociale il retorico giovani-anziani e l’ingannevole uomini-donne, in economia l’eterno poveri-ricchi, etc.); e via anche dalla idiozia di semplificazioni concettuali come élites, classe media, borghesia, ceto intellettuale, etc. Il capitale umano e l’umanesimo, le persone concrete e la loro solidarietà, sono l’unico futuro accettabile per l’economia, per la politica e per tutta la vita sociale!

Ma, a questo punto, voi chiederete più concretamente: che idea più specifica avete e proponete per questa formazione integrale? Rispondiamo in sintesi quanto rispondevamo già anni orsono:

“E’ una idea molto alta.

La formazione infatti è il cammino della persona totale verso il proprio orizzonte infinito, in armonia con la comunità in cui essa vive e cresce.

Tutte le sue potenzialità di sviluppo e miglioramento si mettono in movimento.

Ci si forma perché migliorarsi è vocazione fondativa e irrinunciabile della persona.

E anche perché, se è buona formazione, essa mette insieme armonicamente crescita personale e crescita comunitaria: cioè l’unica crescita che abbia senso compiuto per l’uomo e per la civiltà.

L’uomo è infatti appunto, nella sua pienezza e contemporaneamente, “persona e comunità”.

La formazione non è indottrinamento.

Non è semplice aumento di nozioni nel nostro cervello.

Non sono professori che fanno conferenze.

Non sono esami e promozioni o dichiarazioni di idoneità.

Tanto meno sono bocciature.

Queste ultime, quando ci sono, caso mai bocciano la capacità della scuola di essere utile alla crescita delle persone.

La formazione non è un “master” conquistato in una prestigiosa università

Da esibire stupidamente in un curriculum

O da contemplare narcisisticamente incorniciato a una parete

O da segnalare allusivamente in un discorso pubblico.

La formazione è il tuo cammino di vita nel miglioramento continuo:

Quel cammino della tua anima e di tutto il tuo essere, che non finisce mai

Che non delude mai

Che non inganna mai

Basta che tu sia leale con testesso.

La formazione sei tu sempre più consapevole dei tuoi limiti ma anche delle tue potenzialità

E della loro concretezza

Del tesoro nascosto che possiedi e che… sei un irresponsabile se lo lasci perdere.

La formazione è la tua occasione di tutta la vita:

Qualunque mestiere tu faccia

Basta che faccia il mestiere di esistere

E di essere una persona che si vuol realizzare compiutamente.

Ti trovi a fare la scommessa decisiva della tua vita se ti prendi cura della tua formazione permanente o te ne infischi.

In una comunità che... forse ne è inconsapevole ma si vuol realizzare anch’essa

ed è chiamata a dire a sua volta sì o no a questa sua e tua realizzazione.

Qualunque mestiere tu faccia:

Lavoratore dipendente o disoccupato o studente o imprenditore o dirigente d’azienda o anziano in quiescenza o politico o amministratore locale o studioso o libero professionista o sportivo…

Ed a qualunque gradino tu sia in quella idiota e immorale falsificazione di vita che chiamano scala sociale.

In qualunque ambiente tu viva

Da qualunque punto tu parta

sei dunque chiamato a decidere se ti prendi cura della tua crescita permanente

o se ti infischi del destino della tua vita.

A volte mi chiedono in particolare cosa io pensi della formazione politica

Dato che la politica è dimensione essenziale per la vita comunitaria.

Anche la formazione politica rientra pienamente nei criteri valoriali e risponde alle esigenze di coerenza suddette.

Formarsi in politica, in particolare,

non significa imparare a far comizi efficaci turlupinando la gente

Né apprendere a creare manifesti elettorali più brillanti di quelli dell’avversario di turno

E neanche trovare la battuta efficace per controbattere l’ultima uscita di successo dell’avversario di turno.  

Formarsi in politica

Se davvero hai valori di ispirazione umanistica e tantopiù se si tratta di umanesimo cristiano

Significa imparare ogni giorno a capire più profondamente te stesso e contemporaneamente gli altri

A vedere di te stesso e degli altri un futuro lungo e non solo quello a dieci centimetri dal tuo naso

A saper affrontare tutti i problemi

anche eventualmente sbagliando, ma riconoscendo gli errori e migliorando sempre

Ad acquisire competenze crescenti, anche tecniche, nelle materie che hai scelto come tua specializzazione

Senza mai trascurare il miglioramento delle tue conoscenze più generali

E contemporaneamente a consolidare valori più alti per testimoniarli più fortemente

Mettendo tutto ciò a disposizione attiva della tua comunità

Oltre che di testesso.

E analogamente si può dire per la formazione sindacale, economica, scientifica, giuridica, e simili.

La formazione usa anche le aule ma se occorre sa farne a meno.

La formazione, se è davvero buona, deve costare pochi soldi e molta costanza di impegno

Deve chiedere l’aiuto di pochi professori e di molti maestri di vita

Deve mettere insieme teoria e pratica

Perché la teoria senza la pratica è priva di vita

Ma anche la pratica senza la teoria è un cammino a rischio di dispersione.

Per tutto questo la formazione non ha età

Né cariche sociali né gerarchie che esentino da essa

Né sapienti che possano farne a meno

Né “arrivati” che non ne abbiano più bisogno.

Beh… vi interessa?

Se sì, siete sulla strada giusta.

Se no, riflettete sui pericoli della vostra situazione.

Qualunque cosa pensiate,

la nostra formazione sarà così

o non sarà per nulla, perché, diversa da così, pensiamo che non valga la pena farne.

Solo così essa ha un senso di bene totale

Per noi stessi, per le speranze del nostro paese e anche oltre il nostro paese.

Un sogno?

Se volete, sì: un sogno. E che c’è di più concreto e utile di un sogno di bene, per migliorare davvero la realtà?

In fondo, alla chetichella, abbiamo già cominciato da molto a seminare il terreno:

ci siamo visti con tanti di voi, in diverse occasioni

giusto per cominciare a immaginarla, questa formazione

giusto per cominciare a dirci che puntiamo in alto

puntiamo appunto alla nostra persona totale da sviluppare

ed alla nostra comunità senza esclusioni

per migliorarle davvero entrambe e senza confini”.

                                                                                                                                              Giuseppe Ecca
Roma, 29 gennaio 2024
 
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I contatti, per chi è interessato, possono essere presi per ora direttamente con il sottoscritto, all’indirizzo giuseppe.ecca@gmail.com, o telefonicamente.

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Sono dunque disponibili fin da ora, concretamente:
 
INCONTRI (durata orientativa da due a cinque ore):
  1. La politica in Italia: un confronto fra ieri e oggi per capire le prospettive possibili.
  2. Motivazione e autorealizzazione nella scuola, nel lavoro, nella vita.
  3. La comunicazione fra persone e nella società: scienza e tecniche di base.
  4. Marketing e gestione aziendale.
  5. L’insegnamento della lingua italiana nella scuola come elemento fondativo per una formazione integrale: centralità  e metodi.
  6. Impresa: organizzazione e futuro.
CORSI (consistenza orientativa da dieci a venticinque incontri):
  1. Storia del lavoro e del sindacalismo in Italia e nel mondo.
  2. Un’esperienza lavorista e sindacale di eccezione: il settore elettrico e l’idea partecipativa in sessant’anni di dopoguerra.
  3. Formazione: il sentiero stretto.
  1. La comunicazione: scienza e tecniche nella vita e nel lavoro
  2. Econoimia: l’economia come bene comune.
 
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Racconti di vita

QUARTO DEI MILLE

A volte la nostra vita si specchia inattesamente in quella degli altri, magari per un episodio casuale del quale avevamo fino allora ignorato i protagonisti: e scopriamo che dietro quell’episodio c’è un insegnamento che fa anche per noi, o magari solo uno spunto di riflessione che è però occasione preziosa per farci semplicemente capire quanto è vasta e variegata la realtà umana che ogni giorno ci passa davanti e interseca i nostri passi; e quanto, in fin dei conti, valga la pena essere nei suoi confronti attenti e aperti.

*****
 
Il bambino che mi sedeva di fronte, sul treno regionale Genova-La Spezia, era mingherlino, aveva occhi castano-dorati, come i capelli, e gambette irrequiete. Quando si sentiva osservato si stringeva alla madre e reclinava la testa sul braccio di lei.

Lei, una giovane donna triste e pensosa, non badava al figlio né alle piccole stazioni dove il treno si fermava per pochi minuti: mentre lui ad ogni sosta si allungava verso il finestrino e leggeva ad alta voce il nome della stazione; la vocetta era squillante anche se tradiva una lieve incertezza nel sillabare il nome sconosciuto della località: uno scolaretto di prima elementare, ne dedussi.

Dopo Sturla, il bambino si inginocchiò sul sedile e appoggiò la fronte al vetro. La madre si preoccupò allora di controllare che i suoi sandali non sfiorassero le mie ginocchia. Ignorò la mia occhiata benevola di comprensione e riprese il suo silenzioso raccoglimento, con le mani intrecciate sulla borsa di rafia.

“Quarto dei Mille!” esultò poco dopo il piccolo viaggiatore, puntando il dito fuori. E voltandosi: “Perché Mille? Mamma, cosa vuol dire?”. La donna non cambiò espressione: muta e indecifrabile come una statua. Era mai possibile che non sapesse rispondere a una domanda così semplice? mi chiesi. Il bimbo ripetè la domanda calcando su quel “mille”, che forse gli sembrava strambo, per un paese. Non ottenne nessun risultato. Il treno ripartì. Colsi una sua occhiata rivolta a me: conosco bene la psicologia dei bambini, dopo trentotto anni di insegnamento, e capii subito che questo era un tipetto sveglio con una gran voglia di scoprire e imparare. Se mi fossi messa a spiegargli l’evento storico legato a quel nome, dopo aver bevuto le mie parole mi avrebbe tempestato di domande. Colta da un senso di rispetto per il silenzio malinconico della madre, preferii tacere. Intanto il bambino seguitava a fissarmi, per cui io finsi di dormicchiare. Durante il percorso udivo però la sua voce che elencava i vari paesi costieri; ma il tono era stracco e poi si spense. Evidentemente non gli piaceva giocare da solo. Tra un battito di ciglia lo intravidi osservare svagato il grigiore del cielo che si rifletteva nel mare, e smuovere smanioso le gambe.

Appena il treno sferragliò sul ponte sopra il fiume Entella la donna si rivolse al figlio con un piglio brioso: “Su, Nuccio! La prossima è la nostra fermata”. Lui balzò in piedi e si fece agganciare lo zainetto alle spalle. “Siamo già a Lavagna?”, si informò. “Proprio a Lavagna”, confermai io, rompendo finalmente il cerchio del mio riserbo. E lui con gli occhi sgranati: “Io sulla lavagna ci scrivo”. “E io ci abito da un sacco di tempo”, replicai scherzosa.

Scendemmo tutti e tre insieme. La madre portava un borsone nero a tracolla e sul marciapiedi sbirciò attorno, indecisa. All’uscita dalla stazione mi chiese dove fosse via Devoto, controllando un biglietto tratto da una tasca dei jeans. ”Che numero?” chiesi a mia volta. “Trentuno”, mi rispose. “Andiamo, è il caseggiato di fronte al mio”, la rassicurai. Parve illuminarsi: “Grazie, signora; è da anni che non vengo da queste parti: abito a Udine, e qui mi aspetta una mia amica”. “La Luisita”, specificò il bambino con gli occhi ridenti. Ci salutammo quando già le prime gocce di pioggia cadevano su via Devoto.

Quando arrivai a casa accesi una sigaretta e misi a posto alcune scartoffie inerenti alla mia visita al provveditorato agli Studi di Genova. Più tardi il frigo poco fornito mi indusse a prendere l’ombrello e uscire. Tornando dal supermercato mi volsi casualmente verso il civico 31: scorsi il bambino del treno che mi guardava attraverso il vetro del portone con aria sconsolata. Tornai allora sui miei passi e mi accostai: la madre era rannicchiata sulla prima rampa delle scale con nello sguardo la medesima delusione del figlio. Spinsi la maniglia: “Siete ancora qui?”, mi meravigliai. La giovane si levò in piedi imbarazzata: “La mia amica forse si è scordata del nostro arrivo, doveva lasciare le chiavi alla vicina, che però non sa nulla e al cellulare non risponde. “La Luisita è proprio scema”, mormorò il bambino scuotendo il capo. “E adesso?”, mi impensierii. “Aspettiamo ancora un po’, se non viene cercherò un alberghetto per la notte”, mi rispose lei a occhi bassi. Controllai l’ora al polso e decisi su due piedi: “Venite su da me, intanto dovete pur cenare”. Madre e figlio parevano stupiti dell’invito: lui fu però pronto a sistemarsi le cinghie dello zainetto, mentre lei esitava a raccogliere il borsone.

“Signora, non vorrei darle disturbo, lei è troppo gentile…”. Le allungai la mano come per stringere un patto di solidarietà. “Mi chiamo Teresa”, mi presentai. “Io sono Ortensia”, replicò lei con un filo di voce. Quindi aprii l’ombrello e alla benemeglio li feci mettere sotto tutti e due.
Nello svegliarmi la mattina dopo ebbi subito la sensazione di non essere sola in casa. Erano quasi le otto e certo Ortensia era già uscita: doveva prendere un treno per Genova. Mi aveva lasciato il bambino e il borsone; e non aveva potuto contattare l’amica al cellulare.

La sua storia me l’aveva raccontata la sera prima: quattro parole al tavolo di cucina mentre Nuccio dormiva nella cameretta che era stata di mio figlio Alberto. Una storia cominciata bene, che si era deteriorata recentemente. Il suo compagno – oh, quanto detesto questo termine in uso per le coppie di fatto – aveva perso il lavoro di gruista e l’inerzia lo aveva reso sfuggente e irascibile. Stava tutto il giorno fuori, rientrava tardi e ogni tanto portava un po’ di soldi di dubbia provenienza. Ortensia temeva che si fosse messo in un brutto giro e i suoi sospetti si confermarono allorchè fu arrestato perché in possesso di pochi grammi di cocaina. Raccontando questa vicenda lei fumava, e io pure. La nuvola di fumo creava una sorta di velo confacente a questa sua improvvisa familiarità con un’estranea.

“Il giudice non ha accettato l’alibi che si trattasse della sua dose personale e l’hanno arrestato per spaccio”. E dopo una pausa, con tono supplice: “Mi creda, signora, ha avuto un momento di debolezza in seguito al licenziamento, ma è un brav’uomo e ci vuole bene”. Il posacenere era pieno di mozziconi. Per il processo imminente Ortensia intendeva rivolgersi a un buon avvocato di Genova. “La mia amica si è offerta di tenere Nuccio, così io posso muovermi liberamente”, aveva concluso con un sospiro.

Nuccio comparve sulla soglia della cucina strofinandosi gli occhi e mi domandò della madre, con la quale aveva condiviso il letto a una piazza. Gli risposi che era partita e sarebbe tornata la sera. Lui si strinse nelle spalle: “E’ per papà, lo so; lavora a Genova. E’ tanto che non lo vedo”. Poi scostò una sedia e si sedette al tavolo dove avevo preparato il tazzone di latte con i biscotti. Ortensia lo tirava su bene, il suo bambino, sebbene adesso potesse contare solo sul suo lavoro in un’impresa di pulizie. Verso le dieci uscimmo e andammo a passeggiare sul lungomare sotto lo sfolgorante sole di giugno: Nuccio mi dava la mano fiducioso. Al suo sguardo acuto non sfuggiva nessun dettaglio di quel paesaggio da cartolina; però non faceva domande. Così toccò a me prendere l’iniziativa: “Ti ricordi che in treno volevi sapere perché una stazione si chiama Quarto dei Mille?”.

Lui mi guardò di sotto in su e mi fece, un po’ imbronciato: “Nessuno mi ha risposto”. Niente di meglio di una panchina un po’ in ombra per colmare la lacuna: e il mio racconto gli sciolse la lingua. “Questo Garibaldi era davvero un eroe”, osservò Nuccio, che aveva ascoltato molto attento la narrazione dell’impresa dei Mille. E poi con una timida occhiata: “Tu sei una maestra?”. “Lo sono stata… e tu hai una brava maestra?”. “Io ne ho due, la Lory è simpatica, l‘altra  è una streghetta con le unghie blu”. E si portò le mani alla bocca, pentito dell’impertinenza.
Nel pomeriggio Nuccio si mise a guardare i cartoni alla tivù e io presi un vecchio album dell’infanzia di mio figlio per mostrarglielo, ma cambiai idea e lo infilai di nuovo nel cassetto. Ortensia per tutto il giorno non si fece viva. Mentre cenavamo squillò il campanello della porta. Nuccio si strappò il tovagliolo e corse all’ingresso. Udii delle esclamazioni e lo seguii. Sulla soglia si stagliava una biondina sorridente che lo stava abbracciando: era la famosa Luisita che, una volta entrata, si scusò per le sue negligenze del giorno prima;  “Sto allestendo un piccolo stabilimento balneare, un grande impegno che mi ha mandato in tilt e ho scordato tutto il resto…”.

Nuccio la guardava con una smorfia di rimprovero. “Su, adesso saluta questa gentile signora, prendi la tua roba e vieni da me… La mamma mi ha telefonato, ma il cellulare era mezzo scarico e non ho capito quasi niente”. Nuccio non si mosse dal mio fianco. “Stanotte dormo qui”, disse; “la maestra deve finire di raccontarmi le ultime imprese di Garibaldi”. Non ci fu verso di fargli cambiare idea. La ragazza infine si arrese: sarebbe venuta a prenderlo l’indomani. Appena chiusi la porta Nuccio mi strizzò l’occhio: e rimase sveglio fino alle dieci ad ascoltare la lezione su Garibaldi. Prima di addormentarsi gettò un’occhiata verso la scrivania dove c’era la foto del mio Alberto. “ E’ tuo nipote?”, mi domandò. “E’ mio figlio a quindici anni”. “Dove è adesso?”. “All’estero”. “E non ti viene a trovare? ”Certo che viene, e anche di frequente”. Spensi la luce e uscii dalla stanza. Avevo il magone. Alberto era bello e bravo come appariva in quell’ultima immagine: ma quando suo padre se n’era andato via di casa per amore di una giovane turista inglese che viveva a Londra, era diventato duro e ribelle. Che si fosse messo in un brutto giro come il compagno di Ortensia me ne ero resa conto troppo tardi. Quell’estate particolarmente secca i boschi delle colline bruciavano e l’odore del fumo arrivava fino alla Via Aurelia. Incendi dolosi, scrivevano i giornali. Le guardie forestali scoprirono una piccola banda di minorenni che appiccavano il fuoco per divertimento. Alberto era fra loro. Cercò di scappare ma sull’orlo di un dirupo perse l’equilibrio e precipitò, facendo un volo di dieci metri.
Nuccio se ne andò la mattina dopo con “quella scema della Luisita”, lasciandomi dentro un’apprensiva tenerezza. La casa tornava vuota. Forse mi ero illusa che il bambino del treno restasse ancora un po’ a dare un senso alle mie giornate. Ma sarebbe stato come tradire Alberto che da decenni è l’ombra dolce che accompagna ogni istante della mia vita. Qualche volta scorgo Nuccio che gioca in spiaggia, allegro,  abbronzato, con altri bambini. Oramai di Garibaldi sa tutto e non ha più bisogno di me. Ci lanciamo un saluto da lontano. Ortensia ogni tanto mi telefona. Spero che tutto si risolva presto: così Uccio tornerà a Udine con i suoi genitori.
                                                                                                                             
                                                                                                                    (Anonimo, Premio  Prato Raccontiamoci)
      
                                                                                                                *****

 

Racconti di vita

PICCOLOBLU

A volte, come nel caso del racconto che pubblichiamo oggi, non correggiamo neanche la lingua italiana laddove essa può essere formalmente meno perfetta: perché chi ci regala queste esperienze di vita ci mette spontaneamente a disposizione la sua vicenda di umanità senza altre pretese che quella di testimoniare con onestà, e questo è un merito pieno, che non ha bisogno neppure della perfezione espressiva della lingua italiana (a volte si tratta di persone che, semplicemente, non hanno potuto compiere un completo corso di studi perché la vita le ha portate per ben più stringenti sentieri da affrontare).  

Ci si potrà rimproverare il fatto che, con il racconto odierno, per la seconda volta ci soffermiamo su una piccola vicenda di legame fra una persona e un animaletto, e ciò può sembrare un attaccamento eccessivo a una sorta di causa animalista: ma non è così. Raccontiamo tutta la vita e tutte le vite che ci capita di incontrare, nelle loro piccole e grandi dimensioni, invitando noi stessi e tutti a considerarle così come ci vengono incontro, semplicemente, nei significati piccoli e grandi che possono rivestire, e in ogni insegnamento che se ne possa trarre.

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Spesso i ricordi ci riportano indietro negli anni e i frammenti di emozioni ronzano all’orecchio della mente come api nell’alveare, e la mente continua aleggiando nel mare del passato, a volte senza trovare la fondamentale risposta ai quesiti che pone.

Scrivo questo episodio, vissuto con tristezza nella mia giovane età, quando negli anni del dopoguerra la vita era dura, la gente per sopravvivere era pronta a qualsiasi sacrificio, le famiglie erano numerose ed in ogni casa c’era solo il necessario per vivere.

Nella via in cui la mia famiglia abitava, al lato opposto della mia casa sorgeva un vecchio palazzo antico, che apparteneva ad una grande famiglia benestante, aristocratica, antica: i Medici, che del vecchio palazzo non facevano nessun conto; ma la gente del paese lo usava per gettarvi i rifiuti, e spesso per qualcosa di più doloroso. Quando nelle loro case avevano degli animaletti, soprattutto cani e gatti, e questi davano alla luce cagnetti e gattini, questi per mancanza di cibo venivano buttati vivi, senza rimorso, lì nel palazzo, e il pianto di questi esserini giorno e notte mi tormentava il cuore; spesso andavo, li raccoglievo nel mio grembiulino, li portavo a casa chiedendo a mamma di dare loro il mio cibo per sfamarli, e così mi sentivo felice.

Vedendomi tanto sensibile, mia madre mi accontentava e tutto ciò durava due, tre giorni; ma quando il terzo o quarto giorno tornavo da scuola e subito andavo al cesto e lo trovavo vuoto, allora chiamavo la nonna e la mamma e domandavo: “Dove sono gli animaletti?”. Loro, in sintonia, mi rispondevano che dai paesini di montagna era scesa gente per vendere i suoi prodotti, gente che stava bene, padroni di mandrie e di tante cose da mangiare; e li avevano regalati a loro, con loro sarebbero stati bene, avendo cibo in abbondanza, e sarebbero cresciuti da gran signori. Io nella mia innocenza ero felice. E ancora oggi non so se tutto questo era vero: ma non sentendo il loro pianto cessavo di essere triste. Mamma faceva del suo meglio per me, diceva che ero il suo piccolo uccellino spennato: “Se viene una ventata di vento ti porta via...”. Ero esile e lei mi abbracciava fortemente al cuore e faceva quanto poteva per me.

Ma l’episodio che segnò la mia anima fu quando, a quattordici anni, mi regalarono un cagnolino dagli occhi blu, bianco come la neve, di una bellezza straordinaria, il cui epilogo si immortalò nella mente mia segnandovi una storia particolare che ha messo un punto fermo nella mia vita.

Sono sempre stata innamorata dei fiori, ma le circostanze della vita non davano quello che desideravamo;                                                                                      c’era un limite in tutte le cose. Nella mia famiglia eravamo cinque bambini e, quando il Natale arrivava, per ognuno di noi il regalo più bello era un vestitino; succedeva due volte l’anno, il Natale per l’inverno e Pasqua per l’estate; con i tempi che correvano, questo per noi era una grande cosa,  un privilegio, pensando ai bimbi che avevano poco o niente; ma la bellezza era che chi aveva divideva tutto: specialmente pane, scarpe e vestiti; nei piccoli paesi si era una grande famiglia, amandoci e rispettandoci a vicenda.

Così arrivò il fatidico giorno; mamma e papà ci portarono a Bovalino, un paese vicino al nostro; Bovalino era un paese commerciale con tantissimi negozi di ogni genere, e mentre camminavo i miei occhi si posarono su un fioraio: aveva fiori bellissimi e io ammiravo una pianta di bellezza spettacolare, una pianta colma di bianche gardenie; mi sembrò che tutta la neve del mondo fosse caduta su quei petali ed il profumo inondava l’aria: mi fermai, mamma mi chiamava ma io non mi muovevo, qualcosa dentro me cambiò, volevo la pianta. Lei disse: ”La pianta costa quanto la stoffa del vestitino, non si possono comprare tutte e due”; ma io dolcemente e con perseveranza la convinsi, e così ebbi la mia splendida pianta. La curavo ed ogni giorno diventava più bella, ricca nella corona delle sue gardenie, attraverso i vetri della mia finestra l’ammiravo e mi sentivo felice.  

Accadeva anche che ogni giorno da casa mia passava un dottore veterinario  con la moglie: erano amici di famiglia; a quei tempi i dottori erano gente importante e di grande rispetto, e  successe che la signora moglie s’innamorò della mia pianta e venendo a trovarci diceva che non aveva visto mai una così bella e viva pianta; io sentivo che la voleva a tutti i costi, e lei mi offriva quello che desideravo: ma io dissi sempre di no. “E’ la mia pianta e non la do a nessuno”. Mamma mi suggeriva di darla al dottore e alla signora, perché “sono gente che… abbiamo sempre bisogno di loro”. Ferma, io dicevo sempre di no. Ma un giorno dovetti cedere: e pagai a caro prezzo.

Il dottore si presentò con un grande cesto adorno di fiocchetti e nastri blu e dentro il bianco cagnolino, il mio Blu dagli occhi color del cielo. M’innamorai subito di lui, lo presi in braccio, e lui cominciò a leccarmi con il suo musetto rosa. E’ stato un amore a prima vista; più cresceva, più si attaccava a me ed io la lui, era il bene dell’anima mia ed io gli detti quel nome con amore: Blu.

Se ben ricordo, a quei tempi in ogni paese le macchine si contavano sulle dita delle mani, erano pochi i privilegiati ad averne una, e per mia fortuna un giorno al palazzo dei grandi signori c’era festa, parteciparono persone di paesi lontani, arrivati da ogni dove proprio in macchina, ed io in quel giorno andai in negozio per far delle compere, attraversando la strada da casa mia. Il negozio distava pochi metri e mi avviai credendo che il mio piccolo Blu non mi avesse visto andare, ma lui mi aveva seguito a distanza e mentre attraversava la strada una macchina lo investì, sfortunatamente, travolgendolo e ferendolo gravemente; e così ferito, per amor mio si trascinò fino al negozio dove ero. Arrivò ai miei piedi, mi si buttò sopra lamentandosi, guardai cos’era e il battito del mio cuore si fermò, le lacrime scorrevano come un temporale vedendo il mio Blu colmo di sangue; lo presi fra le braccia e me lo strinsi al cuore, piansi: lui mi guardò con quegli occhioni colmi di lacrime e con un lieve sospiro morì fra le mie braccia.

Tornai a casa con il mio fagottino; il suo sangue bagnò il mio viso, le braccia, il vestito; il mio cuore sanguinava dal dolore, e lì finì quel grande bene. In tutta la mia esistenza non ho avuto più il coraggio di prendere un altro animaletto. E’ rimasto lui solo, nella mia vita e per sempre: il mio piccolo Blu.

Così finì pure la mia bella e bianca gardenia: nella vita niente è nostro, bisogna godere quello che si ha al momento e stringerlo nelle mani e nel cuore; solo i ricordi sono nostri, non ce li fa dimenticare nessuno, sono una proprietà nostra assoluta: ed oggi mi rivedo una bimba che stringeva fra le sue braccia anche la sua pianta di gardenia con occhi sorridenti e la felicità nel cuore.

Questa storia l’ho scritta per ognuno che sia padrone di un animaletto, affinchè lo ami, lo accudisca e gli voglia bene: perché sono degli esserini che hanno bisogno di tanto affetto e di tanto amore, e li ricambiano.
                                                                                                             
                                                                                                               (Anonimo, Premio Prato Raccontiamoci)

 
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MM
 
 

Storie di vita

PIPPO L'ARISTOGATTO

6 gennaio 1943, festa dell’Epifania. Per noi bambini era la festa della Befana, la simpatica vecchina che nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, a cavallo di una scopa e con una gerla sulla schiena portava regali a tutti i bambini. In quel lontano 1943 io vivevo l’attesa della Befana in modo insolito: questa volta svegliandomi non avrei trovato vicino al letto il babbo e non avrei condiviso con lui, come sempre avevo fatto, la gioia e lo stupore per i regali ricevuti. Questa volta egli non poteva essermi vicino: era lontano per la guerra.
 
Quel mattino, quando mi sono svegliata, ho trovato come ogni anno, appesa alla spalliera del letto, una calza piena di dolcetti e sul comodino una sagoma della befana fatta con della pasta dolce. Sul letto, al posto dei giocattoli, un cestino legato con un nastro azzurro e, appeso, un biglietto dove era scritto: Ecco Pippo, un amico per sempre. Incuriosita mi sono affrettata ad aprire il cestino e dentro c’era un piccolo gatto, un bastardino con un mantello peloso bicolore, sopra maculato come un soriano e sotto, pancia e zampette, bianche: sembrava un comune gattino e non sapevamo quanto sarebbe stato speciale.
 
In quel periodo passavo molto tempo da sola, mentre mia madre continuava a lavorare in una grande fabbrica laniera. Il tessile era la caratteristica di Prato, la nostra città. Producendo soprattutto tessuti e coperte per militari, le aziende laniere lavoravano ancora a pieno ritmo: tutto si sarebbe fermato più tardi, con l’arrivo dei bombardamenti. Anch’io conti[G1] nuavo ad andare a scuola: frequentavo la seconda elementare; ma anche la scuola a breve si sarebbe fermata. Il peggio, purtroppo, doveva arrivare.
 
Sentivo molto la mancanza di mio padre, particolarmente la sera, quando mia madre aveva il turno serale e sarebbe rientrata dal lavoro alle 22,30. Il pomeriggio passava presto: noi bambini andavamo sempre all’aperto per i nostri giochi di gruppo, eravamo liberi e indipendenti, forse anche troppo indipendenti. A volte avevamo l’impressione di essere orfani: gli adulti erano distratti e affaccendati in altro di più urgente. All’ora di cena però dovevo andare nella casa di mia zia Umiltà, la sorella maggiore di mio padre, la quale abitava vicino a noi. I miei zii avevano una famiglia numerosa, cinque figli, e l’ultimo era affetto da una pesante poliomielite che lo costringeva in una sgangherata carrozzella donatagli dall’Ospedale Palagi. La loro casa era piccola, la loro miseria era grande. Lo zio Tito faceva di mestiere il muratore e in quel periodo, causa la guerra, era quasi senza lavoro. Per la preoccupazione e l’umiliazione di non riuscire a sfamare i suoi figli, egli, che era un omone buono e dolce, aveva avuto un crollo fisico (era dimagrito di 30 chili) e psicologico. La sera, invece di mettersi al tavolo con noi per la cena, si metteva in disparte seduto su una sedia e con la testa fra le mani piangeva. L’atmosfera in casa degli zii era molto pesante, troppo diversa dalle serate passate con mio padre prima della partenza per la guerra.
 
Il babbo, che prima della guerra lavorava nell’azienda del gas, aveva un turno di lavoro unico, diurno, e all’ora di cena era sempre con me e quando mia madre aveva il turno serale lui mi organizzava delle serate speciali. Forse perché ero figlia unica o forse per una sua grande sensibilità al riguardo (aveva perduto la mamma da piccolo) faceva tutto il possibile per non farmi sentire la mancanza della mamma. Le nostre serate speciali erano di due tipi: quelle “musicali” e quelle “imitative”.
 
Per le serate dedicate alla musica lui toglieva dal suo piedistallo il grammofono, un oggetto bellissimo marcato “La Voce del Padrone”, e me lo piazzava sul grande tavolo centrale; e io fin da piccolissima avevo imparato ad usarlo. In piedi su una sedia sapevo cambiare i dischi, cambiare le puntine e girare la manovella per ricaricarlo.
 
Per le serate “imitative”, in cui volevo giocare alla “mamma”, chiedevo a mio padre di togliere dalla vetrinetta i servizi di porcellana, regali di nozze che mamma aveva ricevuto dai suoi compagni di lavoro e a cui teneva moltissimo: e lui con grande azzardo me li affidava per farmi giocare a fare la padrona di casa. Fortunatamente tutto è andato sempre a buon fine e prima che lei rientrasse dal lavoro rimettevamo le cose a posto. Tutto questo ora non c’era più a causa della guerra. Io ero sempre più triste e malinconica.
 
Un maestro di vita
 
Pippo, il gattino, cresceva in fretta e ben presto cominciammo a capire che aveva qualcosa di particolare. Non miagolava quasi mai: non gli piaceva quel mezzo di comunicazione, preferiva esprimersi con gli occhi, i quali diventavano sempre più attenti ed espressivi.
 
Oggetto particolare della sua attenzione ero io: non mi perdeva mai di vista. Più cresceva e più avevo la sensazione di avere vicino qualcosa di speciale. Facendomi coraggio chiesi a mia madre di non mandarmi più dagli zii per l’ora di cena: preferivo rimanere nella nostra casa in compagnia di Pippo. All’inizio la mamma era un po’ perplessa, poi capì questa mia necessità e trovando un aggiustamento (facendo venire le mie due cugine più grandi a “darmi un’occhiata”) acconsentì a questo mio desiderio.
 
Pippo era sempre con me, era come se mi avesse preso in affidamento e, particolarmente nelle sere in cui ero sola, non usciva mai di casa. In quel tempo lontano la vita era molto diversa da quella che siamo abituati a vivere oggi. Nei paesi come il mio le case erano tutte singole, con la porta d’ingresso a pian terreno e sempre aperta. I bambini e gli animali domestici vivevano molto all’aperto, nella strada o nei campi vicini. La scelta di Pippo, di non uscire di casa la sera, lo rendeva diverso dai suoi simili: lui era sempre diverso. Tutto quello che faceva o che non voleva fare era caratterizzato da una scelta precisa sempre pensata, consapevole. Dopo ogni sua azione mi guardava e con quegli occhi intelligenti sembrava volesse dirmi: “Osserva, rifletti, usa la testa”. Oltre a darmi lezioni di consapevolezza mi faceva apprezzare anche la diversità. La vicinanza del gatto mi tranquillizzava e rendeva meno acuta la mancanza di mio padre, anche se era tanta la voglia di rivederlo!
 
La storia comunque mi stava aiutando, dato che si avvicinava una data importantissima per noi italiani: l’8 settembre del 1943, firma dell’armistizio con gli angloamericani. Circa un mese e mezzo prima, il 25 luglio, era caduto Mussolini con il suo governo e il generale Badoglio aveva preso momentaneamente il controllo del paese. Molti ingenuamente pensavano che con la firma dell’armistizio la guerra sarebbe finita. I militari che erano sui fronti di guerra cercarono di tornare a casa. Anche mio padre, che in quei giorni difficili era ricoverato a San Gallo, nell’ospedale militare di Firenze, per curarsi una ferita ad un ginocchio, riuscì con una fuga rocambolesca a tornare a casa. Anche lui, come molti, pensava che il peggio fosse passato e non poteva immaginare cosa ci aspettava. Mussolini riuscì ben presto a ricostruire il partito fascista creando la Repubblica di Salò, i tedeschi che erano sul suolo italiano occuparono le nostre città e insieme cominciarono a dare la caccia ai soldati che avevano disertato la guerra. Mio padre dovette nascondersi nella casa del nonno, ritenuta più sicura avendo delle vie di fuga.
 
Mia madre, a causa dei bombardamenti e dei sabotaggi fatti dai tedeschi alle fabbriche laniere, perse il suo lavoro. Mio padre improvvisamente si trovò dodici bocche da sfamare: gli zii con i loro cinque figli, il nonno con la seconda moglie, più noi tre. Nessuno poteva far fronte a tutte le necessità: chi era troppo vecchio, chi era troppo giovane, chi era malato. E mio padre di notte, come un animale selvatico, mettendo ogni volta a rischio la sua vita, andava a piedi attraverso i campi, da una casa all’altra dei contadini, a volte fino alla zona pistoiese: comprava qualcosa da mangiare e qualcosa da rivendere per poter assicurare la nostra sussistenza. La mamma ed io ogni sera nel tardo pomeriggio ci incamminavamo verso la casa del nonno per portare la cena al babbo. Pippo, percependo che i tempi erano cambiati e che i rischi erano aumentati, estese la sua protezione anche all’esterno e ogni sera si univa a noi formando con noi uno strano trio: faceva questo da par suo, non ci seguiva ma ci precedeva e con le sue lunghe zampe e con il suo incedere elegante, la testa fieramente eretta, guardava in faccia i rari passanti come volendo dire: “Guai a chi me le tocca!”.
 
Questa storia è andata avanti per un anno intero. Finalmente è arrivato il 6 settembre 1944, giorno della liberazione di Prato dai nazifascisti. Era il momento di riprendersi la vita; le distruzioni erano tante e tutti cercavano di tornare alla normalità, anche se i tempi erano difficili: mancava lavoro, mancavano servizi, i generi alimentari scarseggiavano ed erano molto cari. Il babbo però fortunatamente era tornato a casa e ben presto aveva ripreso a lavorare nell’Azienda del gas.
 
Ma dopo un po’ di tempo, un mattino, mi sono svegliata e non ho più trovato Pippo. Disperata ho iniziato a cercarlo e in questa mia ricerca si è unito tutto il paese, sparpagliandosi anche nei campi vicini; lo abbiamo cercato in ogni anfratto, in ogni dove, ma di Pippo nessuna traccia: sembrava svanito nel nulla.
 
I cattivi ragazzi
 
Dopo qualche tempo dalla scomparsa di Pippo mio padre una sera mi diede una bellissima notizia: casualmente, andando al lavoro, in una pasticceria aveva ritrovato il nostro gatto. Pippo si trovava in una pasticceria del centro di Prato, la Pasticceria Lai, che aveva ripreso da poco la sua attività. Dopo la chiusura a causa della guerra, i proprietari riaprendo avevano trovato la cantina, dove tenevano la farina, completamente infestata dai topi e per questo avevano chiesto al garzone di bottega di procurare un gatto. Immediatamente abbiamo capito: il garzone in questione era un ragazzo che abitava di fronte alla nostra casa.
 
Questo ragazzo era il minore di due fratelli, due ragazzi strani, asociali: non frequentavano mai nessuno, stavano sempre fra loro. Il minore era affetto da un’agitazione motoria notevole, si arrampicava sugli alberi come uno scoiattolo, e nel cortiletto a fianco della loro abitazione, con i pattini ai piedi, faceva delle piroette altissime. Il maggiore, più cupo, con gli occhi bassi, camminava vicino ai muri e sembrava voler nascondersi agli occhi altrui. Da poco qualcuno lo aveva fermato, sparandogli con una mitragliatrice ad una gamba, che poi gli avevano tagliato fino all’inguine. Qualcuno diceva che gli avevano sparato perché aveva assaltato un treno che trasportava merci alimentari. Altri dicevano che era stata una vendetta perché era stato in combutta con i repubblichini. Forse era vera la seconda versione. Pochi giorni prima di questo incidente anche un altro giovane del paese, non ancora ventenne, ea stato ucciso, colpevole di essere entrato negli ultimi mesi di guerra fra i repubblichini. Nell’immediato dopoguerra,  per una strisciante guerra civile non dichiarata, si verificarono numerosi episodi di rancori e vendette.
 
In famiglia eravamo comunque intenti a preparare al meglio la cesta per il recupero del nostro gatto. E la domenica mattina mio padre ed io con le nostre biciclette andammo alla pasticceria Lai. Entrando all’interno vidi Pippo su un alto sgabello; stava dormendo. Mio padre si diresse al banco delle proprietarie, io mi avvicinai al gatto e lui svegliandosi mi  guardò e capì tutto. Velocemente si mise seduto con il busto eretto, esprimendo il massimo della regalità: sembrava un’autentica divinità egizia. Con gli occhi socchiusi, sornioni, cercava di mettermi in soggezione per dirmi qualcosa che di regale non aveva niente. Mi stava dicendo: “Ti prego, lasciami, non portarmi via, in questa toperia mi sto divertendo da matti!”.
 
Sconcertata sono rimasta ferma per un attimo, poi mi sono voltata verso il babbo dicendogli: “Andiamo via, Pippo rimane qui”. Mestamente, a mani vuote, siamo tornati a casa. Amareggiata, delusa, non capivo come a causa del rapimento il gatto fosse caduto in un mondo di ratti. Ero troppo bambina per capire che con il ritorno a casa di mio padre e il ricomporsi della nostra famiglia forse la missione dell’animaletto era terminata. In seguito, da grande, pensando a quei giorni difficili, cruciali, ho capito che la vita mi aveva fatto un grande regalo mettendomi vicino quell’essere speciale: un angelo col mantello peloso. Indimenticabile!
                                                                      
                                                                                                      (Autrice anonima, “Premio Prato Raccontiamoci”)
 
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Saper vivere

LA MORTE COME CRITERIO DELLA VITA

Un testo inconsueto, un tema inconsueto. Ma riteniamo, decisamente, che sia tempo che nella nostra società opulenta  e disorientata venga rimesso l’accento sul tema del significato totale della vita umana, da cui scuola, famiglia, sistemi educativi, scienza ufficiale, economia, pubblicità, sono di fatto assenti pressochè del tutto. Gravemente e colpevolmente. No, non sono riflessioni da confinare nella coscienza individuale di ogni cittadino, come generalmente si dice e si pensa. Sono riflessioni che devono essere fatte proprie anche dai contesti sociali e comunitari. La riflessione è di Carlo Molari.
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Dovremmo riflettere insieme sulla preparazione alla morte, su quale significato ha per una vita autentica il riferimento alla morte. Voglio farvi prima alcune premesse.
Prima premessa: la finalità pratica di questa riflessione. Questa riflessione non è tanto finalizzata a rispondere alla domanda “cos’è la morte” o “come dobbiamo vivere per prepararci alla morte”; ma a prendere coscienza della responsabilità che abbiamo del tempo. Nella prospettiva evolutiva la morte non è un evento accidentale, secondario, introdotto successivamente: non c’è stata mai una umanità perfetta e la morte è costituita dal nostro esistere come creature. Credo che oggi almeno tra noi non ci sono difficoltà a capire questo: noi siamo nati per morire.
Seconda premessa: la morte sarà come noi la prepariamo. Credo che sia pacifico anche che noi vivremo la morte come la stiamo preparando: se per esempio pensiamo che la morte sia la fine di tutto, noi la vedremo come tale e certamente essa segnerà l’esaurimento della nostra vita. Se noi la viviamo come un passaggio a una vita successiva, noi renderemo possibile il passaggio alla vita successiva, perché nel frattempo maturiamo le strutture che sono necessarie per la vita successiva. Per cui è importante che ci chiediamo: come sto vivendo la morte nelle sue anticipazioni e quindi come sto preparandomi a morire? Perché noi faremo della morte quello che abbiamo deciso. Nella prospettiva evolutiva questa è una conseguenza molto chiara: noi vivremo la morte che abbiamo preparato, corrispondente al contenuto introdotto nella nostra vita.
Terza premessa: il carattere temporale della nostra esistenza. Noi come creature siamo tempo e ciascuno ha il ritmo del tempo proprio, non c’è un tempo universale. Sulla natura del tempo si sta discutendo più intensamente da un secolo almeno ed esistono molte opinioni. Adesso non possiamo esaminare questo problema, però almeno una cosa deve essere pacifica: non esiste un tempo assoluto e ciascuno di noi ha il suo tempo. Noi pensiamo al tempo come a un ritmo comune a tutte le cose, che precede la stessa realtà; ci pensiamo inseriti nel tempo come in un grande contenitore che procede e si sviluppa a ritmo costante e identico per tutte le creature. Questa visione intuitiva e immediata è infondata: in sé questo tempo assoluto non esiste. In realtà noi siamo tempo come creature perché non possiamo accogliere il dono della vita in un istante, tutta completamente.
Il fisico Carlo Rovelli in un libro intitolato “La realtà non è come ci appare. La struttura elementare delle cose” (Cortina, Milano) ha un capitolo, il settimo, intitolato proprio così: “Il tempo non esiste”. Si riferisce alla visione assoluta del tempo e sostiene appunto che il tempo è il ritmo che è legato alle singole creature, al luogo dove sono, per cui per esempio essere in montagna od essere in pianura comporta il vivere a ritmi diversi, perché il tempo scorre diversamente. Sono differenze di miliardesimi di secondo, ma il concetto è fondamentale per capire la natura del tempo e quindi la nostra condizione di creature, e per vivere pienamente.
Noi di fatto in realtà rischiamo di vivere sempre il passato. Solo nell’ambito spirituale possiamo pervenire a un presente vissuto come presente. Voglio chiarire brevemente questo punto: sono cose note ma sulle quali non riflettiamo. Per esempio, la luce del sole che ci perviene adesso non è come è il sole in questo momento, ma come era otto minuti fa. Se in questo istante il sole scomparisse noi continueremmo ancora a vederlo per diversi minuti. Così le stelle o gli eventi straordinari che capitano nel cosmo, di cui i satelliti lanciati nello spazio stanno trasmettendo foto meravigliose, noi li vediamo non come sono in questo momento ma come erano milioni o miliardi di anni fa, secondo la loro distanza.
Ma anche all’interno della nostra vita interiore noi viviamo sempre leggermente sfasati, rispetto al presente, di qualche frazione di secondo, benchè abbiamo la convinzione che sia il nostro presente. Per esempio, quando sentiamo che si avvicina una zanzara in realtà la zanzara ci ha già punto. Noi non l’avvertiamo nello stesso istante perché lo stimolo ci mette un po’ di tempo ad arrivare al cervello, che deve elaborarlo, deve capire che si tratta di una zanzara, poi mettere in moto il muscolo del nostro braccio per colpire la zanzara, ma quando noi arriviamo la zanzara non c’è più. Siamo sempre un po’ sfasati rispetto al presente perché ci vuole sempre un po’ di tempo per trasmettere il messaggio, per elaborarlo e per agire.
Ho poi sottolineato più volte che la parte del cervello istintiva precede sempre la parte del cervello relativa alla consapevolezza, c’è una differenza di un mezzo secondo e quindi c’è già un piccolo spazio. Per cui dobbiamo renderci conto del fatto che noi siamo quasi sempre nel passato: anche se si presenta come presente in realtà siamo leggermente in ritardo.
Nell’ambito spirituale questo non avviene, nel senso che se Dio è, se la forza creatrice ci alimenta e noi viviamo consapevolmente questa condizione, noi determiniamo l’istante della nostra accoglienza dell’azione di Dio. Cioè se noi viviamo consapevolmente la nostra relazione con Dio, quello è l’istante in cui l’azione ci perviene, in cui l’azione di Dio ci arricchisce. Quello è il presente che noi determiniamo ed è realmente in quell’istante che il dono di Dio ci perviene.
In questo senso l’ambito spirituale può essere – se lo viviamo e se Dio è – l’unico momento presente reale. In questo senso credo che l’esperienza spirituale sia molto significativa per cogliere il presente che ci invade, la forza creatrice che qui, ora, ci è offerta.
Quarta premessa: modelli antropologici. Le riflessioni che sto per proporvi non sono cose definitive ma vogliono essere degli stimoli; non utilizzano il modello corpo-anima. Sapete che questa concezione dell’anima e del corpo che si combinano insieme (nell’antichità c’erano diversi modi di pensare questa combinazione) è fondamentalmente di origine greca e anche di altre culture orientali, è stata molto diffusa prima nel mondo mediterraneo e poi nel nostro mondo occidentale, e ha avuto un’influenza notevole  anche nella formulazione della dottrina cristiana così come si è sviluppata lungo i secoli. Ma di per sé non è un modello assoluto. Fra l’altro non corrisponde neppure al modello biblico più diffuso. Il mondo ebraico, semita in genere, aveva una concezione più unitaria della persona, anche se distingueva nella realtà umana diversi aspetti mediante tre termini fondamentali: basar, nefesh e ruah, tradotti in italiano come ”carne” (basar), “anima” (nefesh), “spirito” (ruah), in greco con “sarx” (basar), “psichè” (nefesh), “pneuma” (ruah) e in latino con “caro” (basar), “anima” ( nefesh) e “spiritus” (ruah). Schematizzando:
  • “Basar” indica l’uomo nella sua debolezza.  Quindi non è una parte dell’uomo, è una caratteristica della sua esistenza.
  • “Nefesh” indica l’uomo in quanto vivente. Il termine indicava di per sé il collo, da cui si capiva che la persona viveva perché il sangue scorreva (noi sentiamo il polso per capire se una persona vive o no). Nella traduzione greca dell’Antico Testamento (detta dei Settanta) nefesh veniva tradotto “psichè”, che corrisponde al latino “anima”. Il Nuovo Testamento ci è pervenuto in greco ma il riferimento per tradurlo esattamente deve rimanere il mondo semita, per cui psichè deve essere tradotto con “vita” anche se a volte traduciamo “anima” (per esempio “che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde l’anima?”: riferivano l’anima precisamente al dopo morte perché nella concezione greca l’anima era immortale – anzi, secondo alcuni (ad esempio Platone e molti suoi seguaci) l’anima già esisteva prima della sua venuta sulla terra - .
  • “Ruah” indicava il respiro fisico, il soffio, che pensavano essere introdotto da Dio nell’uomo. Infatti nella Genesi si dice che Dio insufflò lo spirito di vita nel corpo modellato con fango. Il respiro veniva considerato come il mezzo con cui Dio dona la vita. Noi non dobbiamo pensare come gli antichi: ho richiamato questa terminologia per far capire le formule tradizionali.
 
Nella prospettiva evolutiva non utilizziamo questo modello, non parliamo dell’anima e del corpo, ma del divenire della persona, che crescendo sviluppa una dimensione spirituale. Secondo la fede cristiana e molte altre religioni la dimensione spirituale è in funzione della vita successiva e rende capaci di attraversare la morte da vivi. Se c’è una vita successiva occorre sviluppare le strutture necessarie per esercitarla, perché altrimenti non siamo in grado di sopravvivere e la morte rappresenterebbe la fine del tentativo che la vita ha fatto per svilupparsi in noi.
 
Portiamo l’esempio molto semplice del feto nell’utero materno: sviluppa organi e strutture (come polmoni, occhi e orecchi) che in quel momento non servono. Se il feto ragionasse pensando: “A che mi servono adesso i polmoni?”, per cui decidesse di non sviluppare i polmoni, la sua nascita corrisponderebbe all’esaurirsi della possibilità di vivere; non avrebbe creato le strutture necessarie per vivere in un’altra dimensione, per respirare all’aria aperta. Analogamente, se noi non sviluppiamo ora le strutture spirituali ci rendiamo impossibile l’attraversare la morte da vivi, perché non abbiamo le strutture necessarie per una modalità diversa di esistenza.
 
La riflessione che intendiamo fare serve per educarci a sviluppare le dimensioni interiori necessarie per attraversare la morte, cioè per pervenire ad un’altra modalità di esistenza. Sono le stesse dinamiche che ci consentono di vivere in modo pieno la nostra condizione attuale, come il feto nell’utero materno vive in modo pieno la sua condizione di feto quando sviluppa gli organi che gli serviranno nella vita successiva.
 
Il primo punto relativo alla preparazione è il rendersi conto della nostra condizione di precarietà: tutto ciò che noi viviamo è provvisorio, non c’è nulla di assoluto e definitivo nelle nostre condizioni. Noi spesso ci illudiamo che ci siano delle situazioni definitive che resteranno così come sono – certe convinzioni, sensibilità, modi di vivere le relazioni… - ma non è così: tutto ciò che viviamo è provvisorio, precario, ed è funzionale a un compimento, perché stiamo “diventando”. Questa è la convinzione che dovremo maturare pian piano, perché noi crediamo prima di tutto di essere già e quindi non abbiamo la percezione del divenire reale.
 
Secondo: crediamo che quello che siamo lo siamo per sempre, mentre in realtà la nostra condizione cambia continuamente: il nostro modo di pensare, il nostro modo di vivere i rapporti, il nostro modo di affrontare le situazioni cambiano continuamente; ma cambiano per un processo che viviamo realmente, per cui noi diventiamo; il nostro cervello cambia fisicamente, il nostro modo di rapportarci è realmente diverso da quello precedente, anche se non ne abbiamo sempre la consapevolezza. Il gesuita Padre Koyne diceva che siamo gli esseri più riciclati della terra o forse dell’universo perché gli elementi che ci costituiscono cambiano continuamente. Ogni organo si rinnova in poco tempo. E’ l’esperienza anticipatrice della morte.
 
Il cambiamento deve essere vissuto consapevolmente e per viverlo in modo consapevole dobbiamo avere dei criteri solidi. Essi ci sono indicati dalla morte che è il traguardo del nostro processo storico. Sono le condizioni richieste per attraversare la morte da vivi, in modo cioè che essa costituisca il passaggio vero l’altra modalità di esistenza. Sono i criteri per vivere pienamente tutte le situazioni, cioè per essere pieni di vita in ogni istante.
 
E’ questa la ragione per cui riflettiamo sulla morte come passaggio: proprio per essere in ogni istante pieni di vita. E’ una pienezza relativa, ma reale. Un bambino piccolo è pieno di vita quando è amato. E lo si vede quando gode la vita: non può parlare ancora, non può capire quello che avviene, ma per quanto è in grado di vivere è pieno. In questo senso quindi, almeno nella prospettiva della fede, anche un bambino piccolo che muore è in grado di continuare la vita nell’altra modalità perchè quello che è richiesto è essere pieni di vita. Questa è la condizione fondamentale. Ci sono carenze e ci sono possibilità di recuperi, però importante è vivere pienamente, intensamente. Questo ci consente di attraversare la morte. Vediamoli allora brevemente, i cinque criteri che la morte ci indica proprio per vivere intensamente, cioè per essere pieni di vita.
 
Il primo è il criterio della identità. La morte ci chiederà: “Chi sei? Chi sei diventato?”. Noi diventiamo giorno per giorno. La domanda fondamentale della fine della vita non è “che cosa hai fatto?” perché quello che noi facciamo sulla terra è sempre precario, è sempre funzionale: poi scompare tutto, non resta nulla di ciò che abbiamo fatto. Tra cinque miliardi di anni o anche meno il sole nel suo momento di espansione finale, nel rantolo della sua vita, assorbirà la terra e tutto quello che è sulla terra che gli uomini hanno costruito – anche la Grande Muraglia, anche i grattacieli – tutto diventerà polvere, tutto si ridurrà nella grande fornace agli elementi primordiali, per cui tutto riprenderà. Non sappiamo come, ma in ogni caso non resterà nulla di ciò che abbiamo fatto. La domanda è quindi “chi sei diventato?”, perché se c’è una possibilità della vita futura è per quello che noi diventiamo, cioè se sviluppiamo una dimensione spirituale; se esiste un’altra dimensione è quella che dobbiamo raggiungere.
 
Allora la domanda fondamentale è “chi sei diventato?”; attraverso quello che hai fatto, che hai pensato, che hai desiderato, chi sei diventato? Occorre pensare che possiamo anche fare le cose migliori ma non diventare. Per esempio se noi operiamo per apparire agli altri, per acquistare fama, per guadagnare o raggiungere potere, anche facendo il bene non diventiamo buoni. Abbiamo raggiunto un traguardo, abbiamo acquistato fama, denaro, potere, abbiamo forse illusoriamente anche pensato di aver raggiunto dei livelli elevati, ma poi scopriamo che tutto è insensato, che tutto è vano, tutto scompare. Se non siamo diventati viventi attraverso ciò che abbiamo compiuto tutto è vano, perché solo la dimensione del divenire ci consente di attendere una modalità nuova di esistenza.
 
Dovremmo costantemente tenere presente il criterio del divenire. Non interrogarci su “che risonanza ha avuto quello che ho fatto? Che successo ho ottenuto?”, ma su “chi sono diventato? Quali dinamiche di vita ho esercitato?”. Noi potremmo vivere anche tutti i fallimenti della nostra vita in modo sereno e pieno, cioè dire “ho fallito in questo ma sono diventato”. Se per esempio esprimiamo amore verso coloro che ci fanno del male, esprimiamo misericordia, doniamo vita, noi siamo diventati anche se non c’è stato successo. Questo è un modo per relativizzare i successi ma anche per vivere in modo positivo gli insuccessi.
 
Capire però che quello che è fondamentale è precisamente la modalità con cui viviamo tutto, il lavoro quotidiano, gli incontri, la sofferenza, la malattia, l’emarginazione, i successi: tutto possiamo vivere in modo da diventare e quindi da sviluppare la dimensione interiore, perché questa è la ragione fondamentale per cui possiamo rispondere alla domanda “chi sei?”. Gesù parlava del “nome scritto nei cieli” (Lc 10,20): “Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli”. Il nome è la realtà che noi costruiamo giorno dopo giorno. Ricordate sempre che non c’è un’identità già precostituita: noi diventiamo.
 
Nella tradizione cristiana esiste la pratica della riconciliazione che è il recupero del passato non vissuto o rifiutato. Possiamo diventare anche attraverso la memoria, sviluppare ora doni trascurati, o anche accogliere ora doni di vita rifiutati nel passato. Anche attraverso la memoria possiamo realmente diventare, perché l’azione creatrice di Dio contiene ancora i dati offerti e trascurati in altri tempi. Noi possiamo oggi fare memoria in modo da accogliere quella forza di vita che nel passato non abbiamo accolto. Anche gli aspetti negativi del passato quindi possono diventare oggetto di memoria positiva e farci crescere come persone. Dovremmo dunque ogni giorno interrogarci su “chi sono diventato oggi?”, cioè “quale sviluppo ulteriore ho avuto?”. Se ci interroghiamo semplicemente su “cosa ho fatto?” e non investighiamo sulle dinamiche vissute non siamo in grado di rispondere in modo adeguato sulla nostra condizione e sul valore della nostra attività. Possiamo fare un elenco delle esperienze compiute, dei successi o degli insuccessi, e così via, ma non tocchiamo il punto fondamentale, che è il nostro divenire reale.
 
Il secondo criterio che la morte ci indica è il distacco. La morte ci chiederà di non portare nulla con noi, nulla. Come sappiamo, nella storia ci sono stati tanti momenti illusori, per esempio i faraoni che riempivano le tombe di gioielli e di cibo, che sono diventati tesori per i musei e gli archeologi. In ogni caso il distacco necessario per morire è assoluto, non possiamo portare neppure il corpo che ci è servito.
 
La morte indica un criterio fondamentale per la vita, proprio perché se noi ci attacchiamo a qualcosa come assoluto, cioè diciamo “questo è essenziale per me, non può essere altrimenti”, di fatto cadiamo nell’idolatria e non viviamo secondo la realtà, dato che tutto è provvisorio e quindi dobbiamo viverlo come tale. Non dobbiamo rifiutarlo ma accoglierlo come provvisorio. Dobbiamo distinguere chiaramente tra la provvisorietà e la necessità: anche le cose necessarie sono provvisorie. Certo, noi dobbiamo respirare o mangiare, non possiamo farne a meno, ma tutti gli elementi che utilizziamo mangiando o respirando sono in sestessi precari, provvisori, insufficienti e dobbiamo viverli distaccandoci nello stesso momento in cui li accogliamo. Anche i rapporti: occorre sempre vivere i rapporti in modo dai introdurre la consapevolezza della provvisorietà. Sono necessari i rapporti, noi possiamo costituire dei doni necessari per gli altri, ma occorre viverli con distacco perché la vita fluisca e non venga bloccata. Allora vivere già distaccati è la condizione per vivere intensamente ogni situazione. E’ importante la componente del distacco, per non aggrapparsi a nulla come assoluto. Nella vita spirituale questo è tradotto con “solo Dio basta”, ma è un traguardo che solo nella morte saremo in grado di vivere.
 
Tutto questo noi lo viviamo sempre in un modo limitato, ma la morte ci chiederà di viverlo in modo così assoluto e radicale da non esserci compromessi. Cioè non possiamo dire “però almeno questo me lo porto con me”, “almeno il mio corpo mi serve, degli occhi ho bisogno…”. No, niente.
Quindi in questo senso noi impariamo a morire quando riusciamo a vivere tutte le situazioni pienamente ma distaccati. Questo è il punto: pienamente ma distaccati.
 
Il terzo criterio è il criterio della interiorizzazione delle persone o anche delle cose nei rapporti. Interiorizzare, cioè vivere le relazioni sapendo che ci costruiscono e quindi che sono per noi fondamentali perché ci arricchiscono, cioè diventano una dimensione interiore. Invece noi spesso viviamo le relazioni con le cose o con le persone con dinamiche possessive, cioè per costringerle a stare accanto a noi, per poterle utilizzare, non per farci diventare. La componente del divenire può sembrare espressione di egoismo ma in realtà è la legge della vita: noi diventiamo per le offerte che riceviamo continuamente. Però dobbiamo essere in grado di riconoscere che non è la persona o la cosa da possedere, ma è il dono che ci viene vivendo le relazioni. Non è la realtà in sè che ci è necessaria, è la ricchezza di vita che ci perviene attraverso il rapporto che viviamo. La fonte è Dio: questo è l’orizzonte teologale per vivere le relazioni. E’ una componente fondamentale della vita spirituale, e quella che sto sviluppando è appunto una riflessione di tipo spirituale.
 
Quindi il criterio della interiorizzazione mette in luce questo doppio dinamismo con cui dobbiamo avere rapporto con le cose e con le persone, cioè l’accoglienza interiorizzante, che lascia la libertà e che consente la partenza o il distacco. Dobbiamo però accogliere il dono, assumerlo, interiorizzarlo. Se invece noi viviamo i rapporti come se fossero indifferenti per noi (“sì, questo momento è importante, ma poi non mi interessa”), non interiorizziamo nessuna realtà e nessuna persona. Pensate il bambino piccolo: finchè non ha interiorizzato il padre, la madre, la nonna, il giocattolo, finchè non ce l’ha dentro non riesce a richiamarne l’immagine, per cui quando si trova solo piange, grida, ha bisogno di vicinanza. Non può fare altrimenti, ma man mano che sviluppa la presenza e porta dentro le persone è in grado di richiamare l’immagine, di richiamare la figura che ha interiorizzato; è in grado quindi di vivere poi le situazioni perché dice “fra poco vedrò mia madre, mio padre…”. Ma finchè non è in grado di richiamare le immagini interiori non è in grado di vivere situazioni provvisorie di assenza, perché non ha ancora la possibilità del richiamo.
 
Noi dobbiamo pervenire alla morte pieni di presenze, pieni anche di cose, perché abbiamo vissuto rapporti, perché abbiamo ricevuto doni; ma senza la possibilità di portare nessuno con noi. Possiamo anche vivere le situazioni di morte accanto agli altri proprio per completare il dono e per riempirci di presenze. Per questo la morte in casa, in famiglia, con le persone care vicine, ha un particolare significato proprio per la ricchezza dello scambio di doni, ma non per la pretesa di portarci qualcuno con noi. E’ la tentazione di coinvolgere gli altri e di morire insieme. Pensate poi le forme patologiche, anche di vita religiosa. Qualche decennio fa ci sono stati fenomeni di morti collettive, per esempio l’episodio della Guyana francese. In realtà dobbiamo essere in grado di morire pieni di presenze ma senza portarci nessuno con noi: la morte è un evento di compimento  personale.
 
Il quarto criterio fondamentale è il criterio della oblatività, perché la morte ci chiederà non solo di distaccarci ma anche di donare, di consegnare tutto agli altri: tutto torna nel ciclo cosmico e storico, anche la nostra esperienza interiore, anche la nostra cultura, nella misura in cui siamo in grado di donarli. Questo è un criterio fondamentale per la vita, perché la vita nostra si sviluppa proprio secondo la capacità di dono che siamo in grado di realizzare. Realmente si può dire che noi diventiamo il dono che facciamo: non siamo noi la fonte del dono, ma il passaggio del dono ci fa diventare viventi. Non dobbiamo neppure considerarci il principio del dono che consegniamo. Se lo offriamo con attese di ricompense, o con ricatti impliciti, inquiniamo il dono.
 
Questo Gesù l’ha espresso in ordine al dono nella preghiera che ci ha insegnato, ma questo vale per tutti gli aspetti della vita: “Perdona a noi come noi perdoniamo”, “rendici viventi come noi diventiamo donatori di vita”. C’è sempre questa circolarità: noi accogliamo quel tanto che siamo disposti a donare. Noi doniamo quel tanto che siamo in grado di accogliere. C’è una piena corrispondenza. In ogni relazione, anche nella vita matrimoniale, il dono può crescere man mano che procediamo, proprio perché diventiamo accoglienti donando e siamo in grado di offrire in una misura più profonda accogliendo. Siamo snodi nella rete profonda della vita.
 
La morte ci chiederà di essere capaci di donare tutto. Non è sufficiente il distacco, perché può essere un distacco di indifferenza (“io vivo distaccandomi da tutto, non mi interessa niente”), mentre deve essere un distacco di donazione piena: siamo chiamati ad offrire tutto quello che ci costituisce. Ci sono stati alcuni artigiani del passato che hanno conservato dei segreti del loro mestiere e questi sono stati perduti per sempre e per tutti. Noi riusciamo a vivere pienamente solo quando siamo trasparenti al dono, quando la vita non trova ostacoli nell’offrirsi in noi. Educarci alla morte significa imparare la trasparenza piena e definitiva.
 
L’ultimo criterio, che riassume e rende efficaci tutti gli altri, è il criterio della fiducia: per vivere la morte pienamente dobbiamo abbandonarci senza riserve alla vita, cioè esercitare una fiducia tale da saperla perdere. Nella sua forma radicale la fiducia nella vita la si può esercitare solo nella morte che è il momento in cui la perdiamo: perché èl’atteggiamento che ci consente di accogliere il dono nella sua pienezza. La morte deve essere l’esercizio di una fiducia senza limiti, solo in quel momento possiamo dire in piena verità “io non so, ma mi affido”. E’ in certo senso lo stesso atteggiamento del feto quando nasce: non sa nulla di quello che diventerà ma si affida, è stato educato dall’amore che l’ha condotto a quel punto e si lascia condurre dall’istinto sapendo che può fidarsi senza riserve. E’ un atteggiamento indotto dall’amore che l’ha fatto crescere giorno dopo giorno, per cui è capace di abbandonarsi all’avventura e al trauma della nascita proprio perché ha già sperimentato il significato dell’amore. Ma nella morte ci è chiesto di vivere consapevolmente – o finchè abbiamo consapevolezza – l’abbandono fiducioso: “Io non so, Tu sai, mi affido”.
 
E’ la stessa fiducia che ci consente di vivere tutte le situazioni quotidiane, perché quelli esaminati sono criteri non solo per morire in modo umano ma sono anche criteri per vivere pienamente. Il dato della fiducia è fondamentale, proprio perché ogni resistenza che noi poniamo alla vita diventa un impedimento ad accoglierla, ogni sfiducia, ogni timore, ogni paura blocca l’accoglienza della vita.
In questo senso quindi occorre imparare a fidarsi senza riserve. Certo che a questo punto la fiducia non è la fiducia nelle singole creature come tali – perché attraverso il cammino abbiamo scoperto la provvisorietà di tutto – ma è la fiducia in Dio, cioè nella Pienezza della perfezione e della vita, che conosciamo solo per lontane approssimazioni. Per cui fidarsi della vita vuol dire fidarsi dell’amore che ci ha investito, che ci ha alimentato, fidarsi così dell’azione di Dio in noi, da essere in grado di perdere tutto per giungere ad una modalità nuova di vita.
 
Io credo che comprendiamo ora perché imparare a morire è il compito di tutta la nostra vita. Di fatto quando abbiamo imparato a morire, quel giorno abbiamo imparato a vivere in pienezza.
 

                                                                                                                                             (Carlo Molari)
 

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