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Esperienze

STORIA DI CLAUDIO

Lo conosciamo da tanto ed in tanti, don Viscardo, in questa nostra realtà romana. Prete per convinzione e vocazione profonde, ogni tanto ci racconta qualcosa di ciò che gli accade. Volutamente il suo linguaggio è sempre quello poco aulico e molto popolare della comunità nella quale vive e della quale condivide i problemi.
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Gesù disse anche questa parabola: "Un tale aveva un albero di fico piantato nella vigna e venne a cogliervi frutti, ma non ne trovò. 
Allora disse al vignaiolo: Sono tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico e non ne trovo mai. Taglialo. Perché sfruttare così il terreno? 
Ma quello rispose: Padrone, lascialo ancora quest'anno finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l'avvenire; se no, lo taglierai (Vangelo secondo Luca, capitolo 13).
  • Te la senti?
  • Che vuol dire “te la senti”? Non mi conosci?
  • Beh, andare venerdì non solo al processo, ma pure a trovarlo al carcere di Civitavecchia, non è proprio il meglio per te. Fai il parroco, mica sei in pensione.
  • Che discorso mi fai? È oppure non è importante che io vada là? L’avvocato sei tu; dimmelo chiaro: vuoi che vada, sì o no?
  • Scherzi? Per un affare del genere la testimonianza di un prete, per di più parroco e sulla breccia, conta il doppio, te l’assicuro.
  • E allora vado e stop. A che ora? Anzi, no no; aspetta: fammi appuntare le cose importanti che dovrei dire in udienza.
Michele è un giovane avvocato, non proprio alle prime armi ma, insomma… insomma a lui gliene danno parecchie di grane da “avvocato d’ufficio”. Certe volte senza beccare una lira.
 
  • Ecco, sì: prendi una penna che ti detto i passi più importanti.
È per un povero diavolo. Claudio. Claudio fa su e giù da Rebibbia a Viterbo a Regina Coeli e appunto a Civitavecchia. Piccole cose, un balordo. E pure sfigato. Quasi sempre lo beccano.
Quella volta l’avevano preso che guidava un’Ape, ovviamente rubata, mentre usciva da un vivaio dell’Aurelia Antica. Dodici vasi di ciclamini, aveva fregato. Pensa tu che reato... Lì vicino c’era stata in passato una rapina col morto… e allora avevano fatto due per due e ci avevano infilato pure il fascicolo di quello scemo di Claudio.
 
Udienza:
  • Reverendo, come lo conosce, che ci dice di Claudio?
 
Era entrato tutto incatenato a una ragazzina. Pensa tu: una zingarella che al Verano faceva razzia di borse alle donne che cambiavano l’acqua ai fiori. Incatenati come due schiavi del film Quo Vadis. Da morire dal ridere (si fa per dire).
 
  • Beh, presidente, Claudio…. Claudio è un ragazzo… che vuole… un po’ disturbato, incostante, nervoso. Praticamente randagio. Con un’infanzia non facile da raccontare. Qualche volta càpita in parrocchia da noi. Mangia e dorme da noi e poi… poi per un po’ sparisce.
  • Fa il sagrestano?.
 
 
- Ma no, presidente, che sagrestano, non so neanche se crede… A noi… non ci piace chiedere troppo. Se possiamo diamo una mano: un piatto, un letto,stop. Ora per Claudio abbiamo iniziato un progetto di lavoro. Farà l’arrotino, signor presidente. A giorni dovrebbe arrivarci una bicicletta attrezzata. Un ragazzo ingenuo, Claudio, in fondo un bravo ragazzo, stupido sì ma non cattivo. Presidente, rispondo io....
  • Lo affido a lei, reverendo… Guardi che è l’ultima volta. Lei lo sa che Claudio ha una fedina lunga come I Promessi Sposi?
 
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  • Perché non mi dici mai niente di te, Claudio? Sei nato a Roma?… Uhm non parli tanto bene il romanesco spinto… mi sa di no… I tuoi genitori?
  • Ma che me stai a chiede, ma che me voi prenne pel….a Viscà? Ma quali genitori. Io nun so manco dove so’ nato. Certo a Roma no, un po’ de romanesco lo mastico, sennò  sarebbero guai peggio. No, io so’ Claudio e basta. E nun so  gniente, nun conto gniente e nun ci ho niente. E soprattutto nun me ne frega gniente, vabbè?
  • Neanche, che so, una casa-famiglia?
  • Uuhhh, ancora. Peggio me sento. So’ scappato da tutte, Viscà, scappo sempre io, lo voi capì? Le quattro mura me soffocano e le regole…oh Dio le regole, e fai questo e non fare quest’altro e lo psicologo e l’assistente sociale e il mezzo giudice. No guarda, nun è… ste cose nun so’  proprio pe’ me. Te dirò: sto’ mejo in galera. Almeno ci ho un letto, tre pasti caldi, sigarette che nun mancano mai e di tanto in tanto sì, di tanto in tanto pure un po’ de roba. Quella vera però. Quella speciale quella costosa, ma pe’ noi lì dentro aggratis. Perché nun te crede, Viscà, il carcere, te lo dico in perfetto italiano, per chi ci sa vivere, è un mondo. Fai amicizie, gente sincera, di parola. A me m’avevano praticamente adottato. Che se fai il carogna te massacrano ma se fai il bravo vivi bene. Certo comandano i capi, mica le guardie. Che nun te se filano proprio. Mejo così.
    Che voi sapé? Dicono che m’hanno raccorto da un cassonetto ma nun è      vero, so’  tutte stron…io so n’artra storia. Viscà: sarà che mì madre, da poraccia che era, non ce l’avrebbe fatta a tenemme. Ecco. Che colpa je do? Che t’ho da dì, càpita no? Càpita a un sacco de gente, e lì dentro a quer mucchio ce sto pure io, Claudio. È andata così. Volontà di Dio: non dite così, voi preti?
 
La bicicletta arriva.
 
  • Claudio, beh come va, come ti trovi, va bene? Ti danno lavoro? La bici?
  • Ah, sí, la bici… la bici… la bici purtroppo s’è rotta, Viscà. L’ho portata dal meccanico. Me la ridà dopodomani.
 
Capisco subito che se l’è bella e venduta! Claudio era quello che era e, a suo modo, ci era grato, riconoscente. Serviva a tavola. Gliene fossero rimaste due sole di sigarette, una era per Franco, che a quel tempo ancora fumava.
 
Citofono.
  • Chi è?
  • - Sono Marco. Viscardo, vengo su?
 
È Marco, il maresciallo di polizia che lavora al Commissariato di via Cavallotti.
  • Vieni, Marco. Mangi con noi?
  • No, scappo: m’aspettano a casa. Per …
 
E ride. “Pure voi eh, pure voi avete messo su un piccolo business? Eh, reverendi?”.
  • Ma che dici? Marco…
  • E che ci ho, qui nel pacco? Ci ho un tesoro, Viscardo. Ma pensa te. Io a Porta Portese non mi ci allungo praticamente mai, la domenica mattina. Stamattina mi dico quasi quasi m’affaccio…. No, non è possibile. Che ti vedo? Di sguincio, oh Signore, mi pare lui, ma sì, è proprio lui, quel ragazzo che ogni tanto ospitate. Come si chiama… Eccola qua. Non è… come la chiamate?…”.
  • Sì è ‘una pianeta’ da messa, quelle ovali, noi le chiamiamo scherzando ‘le pianete a mandolino’. Si usavano prima del Concilio. Caspita, ma è di valore. Ma sì, credo un fine-Settecento. La regalò  Pio XI nel ‘35 quando inaugurò  la parrocchia qui al Gianicolense. Portata di peso dalla sagrestia di San Pietro. Arrivò insieme alla bella pala d’altare della scuola di Raffaello che vedi nell’abside.
  • E insomma, ti dicevo, stava già contrattando… che io comincio a strillare” Ferma, ferma, fermaaaa!”. E il bancarellaro che trema come una foglia, e lui…lui sparito in un lampo. Ma, dico io, li tenete così a portata di mano questi tesori, Viscardo?
Due-tre giorni e tornava. Feci finta di niente. Sarebbe servito solo a umiliarlo e io a passare da pappa e ciccia con gli sbirri.
  • Viscardo, stasera, ecco qua, pe’ cena v’ho portato una bella torta… come si chiama? Mimosa, ecco, sì, una bella mimosa. Oggi non è la festa di Franco? La prima fetta a Franco. Auguri.
La pasticceria Desideri a via Carini ancora la piange, la bella mimosa. Insomma, Claudio ladruncolo, sì, ma di cuore...

Così una bella mattina vado per dire la messa e in punta di piedi allungo il braccio per prendere il mio piccolo calice. Un regalo della mia ordinazione sacerdotale. Quando nel ‘61 feci l’ultima notte per lei al Policlinico, a mamma la fede gliela sfilai dal dito appena spirata: prima che gliela fregassero giù in sala settoria. La feci poi incastonare sotto la coppa del mio calice per tenerla sempre con me.
 
  • Dov’è? Franco, Andrea, sapete dov’è finito il mio calice?…
Mi guardano sconsolati.
  • No. Stavolta però glielo dico, ci tengo troppo alla fede di mamma.
  • Ma che, era d’oro? - mi fa lui con quel sorrisetto malandrino - . Perché non me l’hai detto? L’avrei venduta meglio, no?
 
Mi mette la mano sulla spalla.
  • Giuro, Viscardo, che stavolta avrai tutto e pure di più. Te la riporto, promesso, mano sul cuore e se non è quella, una che le somiglia.
  • Ma no, Claudio, no. Credo che non fosse… sì, la fede d’oro credo l’avesse regalata al duce nel ‘36 al tempo delle sanzioni. L’oro alla patria. Lascia perdere, per favore. Hai capito? Te lo ripeto, lascia perdere, Claudio.
Non mi sbagliavo. Lo fregarono per sempre in una rapina (a mano armata ma con pistoloni giocattolo) a una gioielleria di viale Marconi. Erano in tre. A lui, nel palmo della mano sinistra, gli trovarono una fedina d’oro.
                                                           
                                                                                                                         (Lauro Viscardo)
 
                                                                                      °°°°°
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Esperienze

CAMMINARE... NON STANCA

Ma ci pensiamo? Camminare, mangiare, respirare… Ciascuna di queste semplicissime dimensioni della nostra vita quotidiana costituisce un immenso miracolo permanente, la cui misteriosità dovrebbe continuamente lasciarci pieni di stupore, di gratitudine, di meditazione sul senso più profondo della vita e del suo dono.
 

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Sto in piedi, cammino.
 
A disegnare un uomo ci metto un minuto: un cerchietto, un rettangolino, due zeppetti per gambe, due trattini a fianco per braccia. Fatto. Tutto in verticale.
 
Un uomo, un uomo in piedi: ci pensi, che prodigio, stare in piedi? La pianta del piede, trenta- quaranta centimetri che reggono 80 e più chili.
 
Me ne rendo conto solo quando mi fanno male le ginocchia, quando ho il colpo della strega,  quando mi viene la sciatica. Solo allora mi accorgo che reggermi e muovermi da solo e allungare il passo è una fortuna e una grazia.
 
Un paio d'anni ci mette il cervello a maturare la zona dell'equilibrio: prima la regione del truncus poi il cervelletto poi il sistema vestibolare e, a completare tutto, certe zone della corteccia. Da quel momento so dove mi trovo, so da dove vengo, so dove vado. Intanto mi reggo in piedi e mi oriento, poi metterò un piede dietro l'altro, poi camminerò: ma la cosa più difficile è stare dritto. E sarà sempre la più faticosa. Un bambino, i primi anni corre, si agita sempre, non sta fermo un minuto,  non lo tieni a tavola perché non ce la fa: il suo sistema nervoso è immaturo, stare in equilibrio a lungo (in piedi o seduto) gli è impossibile. Ancora, per me in bicicletta sto in equilibrio solo se pedalo. Non sono un trapezista o un atleta, tanto meno una ballerina che volteggia, beata lei, sulle punte. Fare la fila mi riuscirà sempre più faticoso che un chilometro a piedi.
 
E questo, che ti sembra un ripasso di ortopedia, è invece una contemplazione. Certe volte mi fermo e guardo i tre nipotini: il primo disteso in culla, il secondo già gattona, il terzo barcolla, corricchia,  casca e si rialza da solo. In miniatura, l'evoluzione della nostra specie. E tenersi eretto su due piedi e non curvo su quattro zampe mi dà subito un orizzonte, mi fa allungare lo sguardo, mi fa organizzare lo spazio e il tempo.
 
Insomma, stare sulle gambe: da ringraziare Iddio a mani giunte.
 
Poi mi metto paura e immagino quando non ce la farò più e mi dovranno accompagnare e sostenere
sottobraccio e farmi tutto. Oggi ancora posso da solo, decido io, vado, non vado, mi chiudo in casa,
faccio una corsa al supermercato. Un istante e sto per strada: la metafora della mia libertà; e quando penso strada dico vita, quella che mi scelgo io e so io dove arrivare e nessuno me lo può imporre. Perché… Perché la strada che faccio a piedi tutti i giorni avanti e indietro mi riempie la testa di tanti pensieri. Tu pensa che sarei io oggi se non avessi scelto una strada mia, se non avessi seguito un sentiero mio, se avessi dovuto star dietro passo passo a qualcun altro, plagiato e schiavo della volontà di un altro. Invece a un certo punto ho detto signori io vi saluto, scendo, svolto e me ne vado per conto mio. Ne avevo le forze, dritto in piedi ci stavo, i mezzi per fare avanti e indietro li avevo. E la mia strada che porta a te… era la nostra ballata di tanti anni fa, col vento in poppa degli
anni giovanili.
 
S'infilano qui le belle pagine che abbiamo letto tante volte: i percorsi dei maestri della vita spirituale
oppure i poemi quasi disperati dei poeti laici. Beh, qualche riga del Canto del pastore errante di
Leopardi me la ricordo ancora ma il finale di Meriggiare pallido e assorto di Montale te lo trascrivo perché è troppo bello:
e andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
come tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare di muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.
 
Strade dure, strade accidentate, strade in salita, strade col fiatone, col magone, fermandomi mille volte, farò bene farò male, perché tu sai cos’è restare in mezzo a una strada e ti senti abbandonato e non sai se andare di qua oppure prendere per laggiù.
 
Eh sì: camminare significa tante cose; e se non hai uno scopo e un traguardo vero tutto quel
camminare diventa una disperazione. Andare tanto per andare, camminare alla cieca, sbandare: ti
viene la tentazione di mandare tutto al diavolo e buttarti per terra e dire “basta, ho sbagliato strada,  ho imboccato un sentiero che non era il mio e, alla fine, che ne ho avuto...”.
 
Invece, anche se al buio e anche se in salita, una fiammella i maestri della vita spirituale, in testa, ce
l'hanno sempre, e un calore lo conservano sempre nell'anima, e quella tua macchinetta, che secondo
te solo allo sfascio dovresti portarla, loro ti dicono ma no, ma che dici, vieni qua, mettiamoci le mani, proviamo a darle un'aggiustatina, vedrai che ci cammini ancora. Insomma, piano piano pure io mi oriento, metto la freccia, ingrano le marce e ci provo ancora, a camminare, proprio come Giovanni della Croce che cerca di prendere di petto il suo immaginario monte Carmelo. Come?
Ecco, t'infili in macchina e ti fai il giro, di notte, nientemeno, che del grande raccordo anulare di
Roma, e a un certo punto ti metti a seguire le ambulanze con la sirena che strilla e ogni tanti ti fermi da una parte e dai un'occhiata a quello che è successo e alla fine dici mamma mia e te ne torni a casa. Ma che stupido a lamentarmi di tante cose invece di ringraziare Dio che ci ho ancora la buona salute e posso ancora camminare.
 
Ma camminare non è sempre così serio e duro. Quando camminare è invece un piacere...
 
E dai, facciamo due passi, tanto per muoverci, passeggiare, divertirci con lo struscio della domenica e un'occhiata alle vetrine, approfitto dei saldi, vuoi un caffè, ci sediamo, pronto, sì, certo, veniamo (dice che ha sotto mano una pizzeria che è un amore), ok, alle otto e mezzo, perfetto, veniamo, ciao. Lo vedi quanti regali la vita… e mi viene una fitta allo stomaco per impormi un grazie che non spunta mai da solo.
 
Non ti dico le foto di capodanno, ma davvero quello sono io: oh Dio, che ballo, volteggio, tango,  polka, qualche rock un po' sbilenco, un po' così, ma che importa, ma che ridere, ma che divertimento, che spasso, che allegria, e chi se le scorda quelle ore... “Tic tac”… fermi con i tappi dello spumante,  ancora non è mezzanotte. Abbracci, baci, e poi brindisi, in alto i calici e vieni,  balliamo il valzer del Gattopardo.
 
Il mappamondo non si ferma mai, gli do una giratina e plaf si ferma in America e resto col dito
puntato lì e ora papà ti fa vedere dove andremo l'estate prossima. Guarda da qui a qui: aereo a
Fiumicino e via sull'azzurro dell'Atlantico fino qui, a New York: guarda i grattacieli, la statua della
Libertà, il Central Park. I viaggi. I viaggi che solo a immaginarli ti faranno galleggiare in un sogno.
Vieni a papà, decidiamo insieme, prenotiamo, clic, ecco il volo, ecco qua l'albergo e se vogliamo
strafare pure i traghetti al largo di Manhattan. Pensa la felicità: per lui è il primo viaggio.
 
Ora però smetto, mi vengono le lacrime agli occhi. Per tanta grazia.
 
                                                                                                    (Viscardo Lauro)
 

Esperienze

ALLA SCUOLA DI ENRICO MATTEI

Giancarlo Lorefice ci ha lasciati da pochi giorni. Ha lasciato il grande mondo della Cisl, della Flaei, quello storico della Democrazia Cristiana, e il mondo della umanità lavoratrice, solidale, generosa e coraggiosa. E’ stato per tutta la vita, soprattutto, un sindacalista dal cuore ardente e dall’iniziativa inarrestabile. Un coraggioso che negli anni del terrorismo in Italia, quello delle “brigaterosse” (non meritano certo la lettera maiuscola) e delle sigle neofasciste, non temeva di andare per le strade ad affiggere, anche da solo, manifesti per la democrazia, per la libertà, per l’associazionismo, per i valori umani di fratellanza e solidarietà, per un sindacalismo di lotta e di corresponsabilità partecipativa. Sapeva di rischiare. Ma non si fermava. Lo animava un senso della giustizia grande e attenta agli umili, di fronte al quale metteva da parte anche amicizie e inimicizie. Ci vedevamo, ogni tanto, per un “caffè chiacchierato”. Nelle modalità esteriori poteva apparire facilmente, e appariva a volte, un poco irruento, disordinato, talvolta eccessivo: in realtà amava la cultura, l’attenzione al prossimo,  le cose fatte bene.

Lo avevo chiamato, l’ultima volta, per gli auguri di Natale e del nuovo anno, e mi aveva risposto con voce fioca:
  • Sono all’ospedale, Giuseppe, con una brutta broncopolmonite….
  • Guarisci bene, Giancarlo: ci aspetta uno dei nostri grandi caffè…”
era stata la mia risposta.

Qualche giorno dopo mi ha raggiunto la notizia della sua morte. Di fronte alla quale so soltanto rivolgermi, oltre che a Dio per una preghiera, ai suoi amori sociali e lavoristi di sempre, la Flaei e la Cisl, e dire loro: “Cara sua famiglia prediletta di impegno sociale, non dimenticare Giancarlo e non dimenticare queste figure umili ma a loro modo straordinariamente grandi per generosità, appassionate e ardenti di ideali. Portale a esempio di come si cresce e ci si forma, raccontane la storia prima di perdere tempo con le teorie accademiche e i dibattiti televisivi”.
 
Giancarlo Lorefice era, insomma, l’opposto della serpeggiante tentazione di autocompiaciuta medietà che minaccia anche tanta parte del mondo delle grandi intermediazioni sociali. E quando gli ho chiesto, sarà un anno fa, come mai ancora, “vecchietto pensionato come sei”, si agitasse e si desse da fare come trent’anni fa, mi ha risposto: “Ma tu lo sai bene quali maestri e quali esempi io ho conosciuto. Anzi… ti ricordi quando, qualche anno fa, ti avevo proposto di scrivere insieme un libro su Enrico Mattei, il grande fondatore dell’Eni? Ho iniziato praticamente a lavorare con lui, e ti assicuro che erano orizzonti pieni di efficienza e umanità insieme…”.
 
Fra i ricordi che affiorano nella mia mente ora che lui non c’è più, mi piace segnalarne uno, di pochi anni orsono, che testimonia con particolare efficacia l’impegno antifascista (ma anche anticomunista, e antidittatura in genere) che lo animava e che riprendeva vigore anche polemico quando si riandava a ragionare delle vicende storiche del nostro paese. Un giorno mi scrisse dunque:
 
“Caro Giuseppe,
 
eccoti il link riguardante il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, l’aberrazione del regime fascista, di cui ti parlavo l’altra volta..
 
Oltre a quanto potrai leggere nell'intera e odiosa legge, ti segnalo la seguente, testuale parte specifica: 
 
"Nei procedimenti pei delitti preveduti dalla presente legge si applicano le norme del Codice penale per l’esercito sulla procedura penale in tempo di guerra. Tutte le facoltà spettanti, ai termini del detto Codice, al comandante in capo, sono conferite al Ministro per la guerra".
 
Come se non bastasse, quanto previsto da una legge di inaudita inciviltà giuridica, la Legge 25 novembre 1926 - senza precedenti in nessuna nazione nel XX secolo - a cittadini civili, considerati meno che sudditi, viene applicata  in tempo di pace la procedura penale militare prevista per l'esercito in tempo di guerra, l'obbrobrio del giudizio unico, inappellabile e non cassabile. Nemmeno nella Romania di Ceausescu si era arrivati a tanto. E la firma di tale legge era: Vittorio E. III, Mussolini e il giurista Rocco. Tre criminali.
Giancarlo”.
 
Era così, Giancarlo. Lo ricorderò insomma come una persona anche ruvida ma di coraggio, di solidarietà  e di lealtà.
 
                                                                                                                            
                                                                                                                                             Giuseppe Ecca

MM
 
 
 

Esperienze

IL CRITERIO DEL FILO A PIOMBO

Caro Giuseppe, 

tardo un po’ nel mantenere l’impegno di comunicarti un’“idea” avuta nel periodo estivo. Le motivazioni di questo mio attardarmi sono due: una è dovuta alla mia funzione di nonno e l’altra, la più importante, è dovuta alla titubanza di continuare ad impegnarmi in ricerche culturali e sociali, non possedendo la strumentazione culturale adeguata per diffondere e rendere fruibili ad altri dei pensieri che necessariamente vanno messi in comune per ottenere una ”grande idea”, la quale diventa tale proprio perché non resta racchiusa in un cervello ma viene condivisa fino a raggiungere una partecipazione sociale e quindi politica. La propria idea può appagare la propria indole ma, se non diventa  “generativa”,  resta sterile.

Comunque, siccome sei un cocciuto stimolatore di speranza, non fosse altro per il rispetto che provo per la tua persona e per il tuo impegno ti invio questo scritto immaginando  che sia per te di una qualche utilità.
 
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Traguardare col filo a piombo

Una delle materie scolastiche che insegnavano a noi ragazzini che frequentavamo la Scuola Professionale per l’industria e l’artigianato di Voghera, aveva un nome strano: si chiamava “Occhio”, e si traduceva nell’apprendere non a guardare ma a traguardare, e cioè a frapporre tra il tuo occhio e l’oggetto in osservazione un punto di riferimento in modo da allinearlo al tuo campo visivo.
Nella fattispecie ti parlo del filo a piombo, che è uno strumento semplice, usato nel tempo per verificare la verticalità di un oggetto. Nel caso concreto mi è stato utile nei primi anni di lavoro svolto nelle valli biellesi per posare i pali di sostegno dei conduttori elettrici.
In quei primi anni di lavoro (1966-1968) l’attività prevalente che svolgevo era quella di piantare pali e tirare fili, ed in alcuni casi, quando questi rasentavano il percorso stradale, appendere i lampioni. Erano gli anni della nazionalizzazione di Enel e si dovevano cambiare e modernizzare tutte le linee elettriche che erano obsolete ed inadeguate  allo sviluppo che il Paese stava vivendo.
Non esistevano allora mezzi adeguati che alleviassero la fatica fisica nello svolgere tale lavoro e, nelle vallate, il tutto si svolgeva “a mano” e ad “a occhio”.  Potrà apparirti strano che ti parli di questo ma, credimi, piantare un palo che sia perfettamente in verticale  rispetto a tutti gli angoli d’osservazione e prevedere “a fiuto” quale piccola pendenza lasciare affinchè lo stesso ritorni alla perpendicolarità con il peso dei conduttori  e dei lampioni di pubblica illuminazione, senza utilizzare “il filo a piombo” è impossibile.
Oggi, con l’utilizzo di strumenti laser e di mezzi meccanici, è tutt’altro: ma, allora, quello si usava e, benché fosse di uso semplice, si trovava sempre qualcuno che obiettava che, a suo modo di vedere, il palo pendeva da una parte o dall’altra: e lì, se si voleva mettere la parola fine alla discussione, “il filo a piombo”, che non pende per propria natura, ti salvava.
Un tale modo di guardare o, meglio, di traguardare, mi è rimasto appiccicato sulla pelle e quindi anche la mia vita, e quella sociale, la guardo e la traguardo usando lo stesso metodo di riferimento e di verifica. Non più il “filo a piombo” ma alcuni valori che già in giovane età mi si sono incarnati e che,  pur in modo intermittente, tutt’ora mantengo ben saldi.
Veniamo all’oggi: ma non subito. Ancora un ricordo, perchè ho visto che  fai docenza ad un percorso formativo dal titolo ”Memoria e futuro”: ed allora… ancora un po’ di memoria.
 
Nell’aprile del 1997, in segreteria regionale Flaei (il sindacato dei lavoratori elettrici della Cisl, ndr), si pensò di  predisporre una copertina che richiamasse i temi contenuti nella relazione congressuale piemontese. Non sto a dilungarmi nella descrizione delle tematiche di tale relazione perchè le conosci bene quanto me:
 
 Le problematiche europee, l’allargamento degli Stati partecipanti, l’influenza che tale situazione poteva avere sul sindacato e sui lavoratori…
 Le dinamiche dei “capitali oscuri” che spostavano i risparmi familiari in investimenti azionari rendendoli economicamente appetibili ma privatizzandone la speculazione a vantaggio di pochi .
 Il fenomeno dei poveri e delle migrazioni che si affacciavano al mondo, e che in una città come Torino erano già presenti nel sottobosco lavorativo, ed avrebbero sorpassato in quantità esponenziale le problematiche legate alle migrazioni Fiat.
 Nello specifico del nostro settore elettrico, la privatizzazione e lo spezzatino di Enel, che ha prodotto l’esborso azionario delle famiglie italiane per un valore approssimativo di 30.000 miliardi di lire per riacquistare una parte di Ente che era già loro e che trasformerà definitivamente dal prossimo anno 2019 l’utente in cliente. Chi capisce la differenza che passa tra “utenza” e “clientela” non ha bisogno di  parole di commento.
 
Ci fu una discussione che durò per qualche tempo, sull’opportunità o meno di inserire, nella copertina del volumetto che conteneva la relazione congressuale, la scritta in rosso “dagli un’anima(al sindacato, s’intende: è una scritta che ricorderai). I temi trattati allora sono ancora di tutta attualità ed irrisolti, ma il dibattito era su quella scritta,  che poi non venne stampata. Qual’era la motivazione che mi spingeva ad inserirla?
 
Vent’anni fa la percezione che si respirava nel mondo del lavoro e tra lavoratori e imprenditori era mutata rispetto a quella del primo dopoguerra, dove ancora la dignità ed il valore di una persona venivano identificati con la professione che la persona svolgeva, tant’è che non era raro trovare in Torino persone che parlando dell’Avvocato (Agnelli) lo chiamavano “Giuanin-lamera”, colui che, grazie ai suoi predecessori, aveva fatto di Fiat una cultura e un simbolo di prestigio internazionale (e nel 1966 ne divenne presidente).
 
Eravamo già nel post-industria, con le tecnologie, la robotica, i supporti informatici, la cultura sociale, le conquiste sindacali, ecc… Non c’era più, nè si veniva percepiti più,come valore in quanto capaci di esercitare nella vita una professione: decideva ormai il successo di se stessi o dell’impresa. Il mondo si era ristretto. 
 
Le grandi aziende si chiamavano ormai holding, i supermercati avevano soppiantato la media distribuzione, molte erano le aziende che de-localizzavano alla ricerca di un più alto profitto. Tradotto e sintetizzato un po’ volgarmente, “la persona ed il prodotto cessavano di essere tali per la loro qualità o quantità intrinseca”. Mentre in casa sindacale si discuteva di consumismo, alienazione,realizzazione di sé attraverso la professione, altri lavoravano alacremente per la “finanziarizzazione” di ogni cosa,  sia che fosse un oggetto sia che fosse una persona, un prodotto o un popolo, uno stato, un  continente. Tutto correva veloce e la finanza allegra galoppava.
 
Ancora un passettino indietro. Da pochi anni era caduto il Muro di Berlino e l’accorpamento dell’ovest con l’est della Germania avvenne con il concambio di valore della moneta di uno a uno. In pratica l’Ovest fece la lungimirante scelta politica di “parità di valore” rendendo la Nazione omogenea a se stessa e spostando il baricentro geografico-politico del commercio europeo sul proprio territorio, e allargando l’Unione  ai  Paesi dell’Est. La “parte vincitrice della Germania”  seppe “traguardare”, non si limitò ad una raggiunta unità territoriale. Spostò l’orizzonte ad est e così, in Europa, divenne “geograficamente centrale”, con tutto ciò che tale centralità ha comportato. Non la stessa lungimiranza, successivamente, fu applicata da parte nostra con l’introduzione dell’Euro (pensa solo per un attimo se, nel mentre si dibatteva dell’allargamento ad est, in quell’alta assise politica europea si fosse posto il problema dei migranti mediterranei che già allora “lavavano i vetri delle auto” nelle nostre città).
 
Con la caduta del muro, e sostanzialmente del Blocco Sovietico, cadde anche il marxismo: ed il capitalismo festeggiò se stesso. Molti furono gli onori che si auto-attribuì, alcuni anche meritati, “la proprietà privata” apparentemente aveva vinto su un ideologia che la riteneva un’idiozia, e molti di noi hanno esultato tant’è che di lì a poco Papa Wojtyla ritenne utile la promulgazione dell’ enciclica Centesimus Annus che richiamava all’attenzione i cento anni trascorsi dalla  Rerum Novarum ma anche rimodulava il pensiero della dottrina sociale, e questo nonostante nei precedenti anni avesse già promulgato la Laborem exercens sul lavoro umano, e la Sollicitudo rei socialis sui problemi dello sviluppo degli uomini e dei popoli.
 
Lavorando in Cisl avevo avuto l’opportunità di avere contatti diretti con alcuni esponenti di Solidarnosc, e di seguirne per un certo periodo l’affermazione. Ben sapevo il ruolo che Papa Wojtyla e la Chiesa avevano giocato nella caduta del Muro e del Blocco: non tanto nell’affermazione del capitalismo ma bensì nel coagulo dei bisogni di un popolo in un movimento che per la dignità della propria vita, non solo lavorativa, per la prima volta nella storia conosciuta “disarcionava un potere” senza incorrere in una rivoluzione più o meno violenta ma,  con lotte anche rischiose e con estenuanti trattative, sbriciolava il muro ed il centenario conflitto ideologico tra capitale e lavoro. Un “quasi miracolo”, di portata storica.
 
  Non la faccio tanto lunga, questi aspetti li conosci quanto me e meglio di me. Quelle erano le pulsioni che provavo quando insistevo un po’ su quel “dagli un’ anima”.
 
Vedi, vivendo in Torino e seguendo un po’ le dinamiche politiche cittadine, avvertivo ciò che in seguito si sarebbe sviluppato  sul territorio nazionale e cioè il fatto che si formasse una “saldatura di compromesso” tra il potere del capitale (Fiat) ed il Potere del Popolo (politica locale) fissando libertà di movimento e di riconoscimento. In termini concreti Fiat lasciava la gestione della comunità a condizione che la stessa lasciasse libertà di movimento e non interferisse più sulle scelte del capitale aziendale. Si ridussero i conflitti di fabbrica, si ridussero i conflitti sociali nel territorio e gli ex comunisti o socialisti governarono Torino, il Piemonte e parte dell’Italia accreditati in tutte le strutture sia pubbliche sia private, nelle Università come nelle Banche e Assicurazioni, nella Stampa ecc., fino allo scorso anno con l’avvento dei 5 stelle, i quali non mi pare abbiano capacità o volontà di modificare tale “accordo non scritto” ma applicato.
 
Il potere economico, su scala mondiale, aveva dichiarato il “cessate il fuoco” ideologico, lasciando la gestione della Polis ai partiti purchè non interferissero più di tanto sulla gestione privatistica del capitale. In gergo comune “si riposizionava” e se, a mio avviso, il mondo del lavoro non alzava l’asticella del “dagli un’anima ”, sarebbe rimasto risucchiato nell’“Economia Politica” del Paese, lasciando mano libera ad un sistema economico che già si stava spostando verso un sistema non più industriale ma finanziario. Il lavoratore, ed il prodotto del lavoro, cessavano la propria funzione storico-evolutiva; e i “bisogni del lavoro” non erano più nemmeno “merce” ma diventavano prodotti finanziari e come tali vendibili e messi sul mercato degli interessi privati.
 
Vedi, quando parlo di anima non mi riferisco a qualcosa di astratto né voglio prendere in considerazione la parte “spirituale” che nel comune pensare attiene alla religione: no, mi riferisco a quell’ “anima umana” che è presente in tutti, che è generatrice del principio di vita che dà origine al pensiero, al sentimento, alla volontà, alla stessa coscienza morale o sociale, e nella quale risiedono “i bisogni”, che si differenzia per cultura, ambiente, tradizione, stato sociale, famiglia ecc., ma che, se non trova cittadinanza nel “quotidiano del lavoro”  attraverso il riconoscimento valoriale della propria “unicità e socialità”,  come tutte le cose non utilizzate si atrofizza, si spegne.
 
Guardando l’esperienza di Solidarnosc avevo ritrovato quell’anima che non aveva scisso in se stessa i  valori e le esigenze di giustizia da quelli della necessità del vivere e del mangiare e il tutto l’aveva fatto unificando i bisogni di un popolo senza sottostare più di tanto a “regole di mercato” né a “rivoluzioni ideologiche”.
 
Ancora una cosa prima di parlare o, meglio, scrivere dell’oggi. Voglio essere chiaro. Credo profondamente “nell’approccio imprenditoriale della vita” e quindi del lavoro in ogni accezione considerato, sia esso dipendente o meno, credo nella “proprietà privata” della vita e del capitale, credo nel “rispetto delle differenze”: ma tutto ciò non può essere ottenuto senza l’applicazione di regole sociali che unifichino “in uno” i valori generatori di umanità, libertà e ricerca di verità che pre-esistono in ogni persona e ad ogni latitudine, ed occorre farlo con delle regole collettive che inducono alla partecipazione ed al diritto di cittadinanza sociale di quei valori attraverso la corresponsabilità di esercizio. Di questo dovrebbe occuparsi la politica, sia essa partitica, sindacale, imprenditoriale, personale, familiare: ma ahimè…
 
Esiste e deve esistere libertà economica, finanziaria, culturale, ecc., ma esiste, o dovrebbe esistere, uno Stato,  nel senso ampio del termine, che attraverso la legislazione regoli tali libertà affinchè una di esse non raggiunga un livello di potenza tale da ridurre le altre in dipendenza e schiavitù.
 
Veniamo all’oggi. Per brevità mi soffermo solo su un aspetto tra quelli che attanagliano la nostra vita lavorativalasciando ad altre occasioni l’approfondimento su altri temi che pur meritano.
 
Ciò che le tecnologie informatiche hanno reso possibile e fruibile in questo ultimo decennio mai si era affacciato sul pianeta Terra (salvo pensare agli alieni,  ma lì io non ci arrivo).
 
  Provo, con il filo a piombo, a traguardare iniziando da un’angolazione.
 
Oggi esistono nel mondo dei supercalcolatori in grado di svolgere 22 milioni di miliardi di operazioni matematiche nel tempo di un secondo, e sono in mano a società private (una di queste l’hanno piazzata in un paese vicino al mio), riesci a capire?  Non è agevole, vero? Provo con un altro esempio. I cellulari di ultima generazione che sono nelle nostre mani  e nelle mani di tantissimi ragazzi, cittadini del mondo, hanno una capacità di memoria tale che potrebbe contenere “un milione di computer”  simili  a quello che la NASA utilizzò per inviare l’uomo sulla Luna. Sì, hai letto proprio bene, “un milione”.
 
Nelle nostre mani ed ancor più nelle mani private di pochi gruppi mondiali vi è un potenziale informativo tale per dimensione e velocità esecutiva, da rendere superfluo il pensare e l’apprendere. Tant’è che per i comuni mortali tutto lo scibile umano che serve sta in un cellulare: l’orologio, la rubrica, gli appuntamenti, le fotografie, i giochi, come del resto la geografia, la storia, i libri, la cultura, ed anche le relazioni personali. Tutto lì, in palmo di mano e immediato. Per i mortali un po’ meno comuni, ma che in comune hanno l’interesse del profitto, a loro non sembra vero di poter disporre di una quantità assoluta di informazioni (che noi stessi forniamo loro nel nostro agire quotidiano), e di utilizzarle a proprio beneficio.
 
“I grandi fondi finanziari e oscurisono i possessori sia di quelle informazioni sia di enormi quantità di denaro cartaceo (in passato la parità con l’oro non lo consentiva) facilmente trasferibile con un “clik” ed immediatamente esigibile, ed il tutto avviene in assoluta assenza di norme giuridiche che impediscano l’accumulo eccessivo, che pertanto diventa “l’unico  dogma”. Non ci sono più le sfide del mercato libero che in qualche misura regolava il bene, frutto del lavoro, ed il profitto,  frutto dell’impresa.
 
Questa abnorme quantità, concentrata in poche mani private, punta attraverso la speculazione finanziaria ad accumulare la valuta nei propri magazzini sottraendola di fatto al mercato, in modo da renderla dipendente. La distribuzione, o meglio la redistribuzione, di beni e servizi viene sottoposta alla loro finanziarizzazione, e come tale regolata.
 
Nella civiltà contadina che ha accompagnato per millenni l’evoluzione umana e sociale fino ad un centinaio di anni fa, un meccanismo simile veniva adottato da coloro che “possedevano le sementi”. Non erano quelli che lavoravano la terra, né talvolta gli stessi proprietari terrieri, no, erano coloro che fornivano qualità e quantità di sementi non superiori alle necessità di sopravvivenza (o di mercato) e stabilivano quali terreni utilizzare o meno, e se un proprietario non garbava loro o non rendeva il dovuto, semplicemente quei terreni restavano incolti e le popolazioni rischiavano la fame.
 
Come vedi, nel metodo non è cambiato molto da allora, se non su un aspetto specifico. Le famiglie e le proprietà contadine, anche se analfabete, avevano consapevolezza di un tale metodo e, nella storia, con lotte e sacrifici l’hanno superato. Oggi, il seme del mondo economico è la “carta moneta” ma fingiamo  di non saperlo.
 
Ora provo con il filo a piombo a traguardare da un'altra angolazione.
 
La Cina è la più grande potenza economica mondiale, ha superato gli Stati Uniti, è orgogliosa di se stessa e della propria millenaria cultura. Aprendosi parzialmente al mercato, è diventata il Paese dove i marchi del lusso si mettono in fila per poter entrare, detta la propria etica e visione valoriale, e chi sgarra si affretta a scusarsi. La Cina non gira più il mondo per elemosinare ma “compra”. Da vastissime aree in territorio africano, ad  aziende in territorio europeo ed americano; compra squadre di calcio, compra case e negozi, ecc.
 
Detiene il maggior numero dei miliardari del mondo. Compra, paga in contanti e impone se stessa al mondo. Non a caso Trump è piuttosto incazzato. Chi l’avrebbe detto, ai tempi della rivoluzione maoista... Rimangono al proprio interno parecchi problemi ma, come sempre ha fatto, se non trova un accomodamento li risolve da sé. E’ di questi giorni, apparsa sulla stampa di casa nostra, la polemica pretestuosa su “Huawei” che con i propri prodotti informatici mina la sicurezza del mondo intero, a detta di Trump, come se le aziende americane, o altre, non fossero mai state violate.
 
Il continente africano, apparentemente negli anni si è liberato dalla schiavitù e dall’ imperialismo occidentale e quindi dovrebbe evolvere verso orizzonti di civiltà e libertà ben superiori a quelli attuali. In realtà tutti i settori decisivi dell’economia di quei paesi sono ancora saldamente nelle mani di imprese straniere che di volta in volta, anche attraverso la guerra tribale, finanziano i “Ras di turno” come a loro conviene, utilizzando altresì forme di fondamentalismo religioso che negano una qualsiasi possibilità di cittadinanza a chi non appartiene a loro.
 
I gruppi estremisti, che cercano di risolvere tali controversie con le armi, trovano appoggi politici, militari ed economici,  e coloro che cercano soluzioni meno cruente vengono emarginati ed il più delle volte uccisi. La produzione di miseria serve come deterrente per tenere a bada coloro che la miseria e la povertà  in casa propria l’hanno in qualche modo superata. Gli Stati Europei, tra i quali l’Italia, l’Olanda, la Francia, il Belgio, gli Stati Uniti, il Regno Unito, i paesi del Golfo arabo, la stessa Cina e la Russia, ancora oggi giocano sulla produzione di profughi e schiavi.
 
Non ci si è dati da fare per promuovere negli anni un “ceto mediocon cultura adeguata e  professionisti e quadri competenti, capaci di far funzionare uno Stato. Hai voglia poi di parlare di migranti, pensando che il problema sia risolvibile senza intervenire sulle cause che lo producono.
 
Analogamente, anche se con modalità differenti, avviene nei paesi dell’America Latina. Anche lì, con un residuato imperialismo, non solo europeo, si sono assemblate culture cristiano-marxiste su un umanesimo che laddove prova ad evidenziare una certa autonoma gestione o visione sociale e politica, viene estromesso dal mercato mondiale, utilizzando le leve del debito inestinguibile, e talvolta della repressione. Recenti sono i casi dei migranti che incolonnati sulle strade del Salvador, dell’Ecuador, del Venezuela, del Messico e probabilmente di altri Stati “cercano speranza” in quelle Nazioni che in realtà sono le stesse che mantengono critica la loro condizione di vita in casa propria, e che mantengono nelle proprie mani le condizioni e le risorse economiche utili al loro sviluppo.
 
Voglio ora “traguardare” ancora da un’ ulteriore angolazione.
 
Stiamo assistendo ad un collante  finanziario-religioso-politico, che qua e là ogni tanto appare. Si assiste, nel mondo attuale, ad una disgregazione politica dell’umanità accampando appartenenze a fedi religiose differenti che in funzione a recrudescenze fondamentaliste, per ragioni di “sicurezza nazionale” mirano a controllare in modo capillare e scientifico tutta la società affinchè diventi impossibile l’infiltrazione di un qualsiasi “pensiero distorto” che abbia come effetto collaterale l’autonomia dei popoli e la reale indipendenza storica e culturale. Mi è agevole a tal proposito osservare come autoritarismi, seppur di diverso colore politico, trovino coagulo e si affermino nella guida delle nazioni, con l’intento  di limitare il più possibile la libertà ed i valori generativi dell’umanità.
 
Tali movimenti diventano di facile lettura se si analizzano le prese di posizioni critiche nei confronti di questo Papato. Critiche più o meno evidenti arrivano dal continente americano e da quello europeo strumentalizzando il dramma della pedofilia, sul quale, in realtà, questo pontefice  è uno dei più acerrimi nemici.  C’è in atto un “collante protestante” che associa Trump (Stati Uniti), con Bolsonaro (Brasile), Mey (Regno Unito), ed alcune nazioni europee, che evidenzia politiche di nazionalismo.
 
La Chiesa russa, con Putin, stranamente fa sponda con la parte più intransigente di Israele nel gioco geo-politico mondiale, additando a questo papato la debole difesa dei valori cristiani, laddove i cristiani vengono da altri  martirizzati brandendo ragioni religiose. Per non parlare dei paesi arabi o di quelli nei quali la dottrina mussulmana è legge di stato ed i cristiani, generalmente intesi, sono “gli infedeli”. Non ultime sono le critiche mosse al Vaticano per il recente presunto accordo con il governo cinese nel riconoscimento dei vescovi nominati dal Papa ma in qualche misura graditi a Pechino. E tutto ciò trova appoggio all’interno della Chiesa Cattolica da parte di alcuni vescovi e laici che non trovano di meglio che accusare il Papa di apostasia.
 
Tutti questi interventi, se letti separatamente, sembrano incomprensibili: ma se si guarda la radice ci si accorge che la pianta  trae origine da una comune visione del mondo e della tangibilità della persona umana, che deve essere piegata agli interessi di chi comanda, anche se declinati in forme e colori politici differenti. La vera difficoltà di questo papato è che  il Vangelo del perdono e degli ultimi, la contrarietà alla guerra, l’aperta sfida più volte lanciata sul traffico di armi e di uomini, la contrarietà alla pena di morte, la pervicace volontà di “costruire ponti e non muri”, il “Laudato si” sull’ambiente, il richiamo continuo alla povertà reale, che deriva già dalla scelta iniziale del nome Francesco, la messa all’indice del “dio denaro”, tutto ciò rappresenta un pericolo per tutti coloro che vogliono gestire l’umanità, controllando perfino le coscienze in modo da poter agire, con maggior tranquillità, per fare i propri “porci comodi”.
 
Questo papato, richiamando la pratica quotidiana dei valori cristiani e non solo la loro divulgazione accademica, è in aperto contrasto con chi non accetta il principio di inviolabilità e di intangibilità della vita e della libertà, sia essa individuale o collettiva.
 
L’ultima “occhiata”, non ultima per importanza, riguarda casa nostra. Il nostro “Bel Paese” che inserito in questo contesto europeo e mondiale si dibatte in se stesso senza grandi prospettive di riemergere con una visione di futuro meno fosca. I dati dei vari istituti di ricerca segnano le difficoltà oggettive: disoccupazione, povertà, precarietà, assenza di prospettive. Mi pare che la nostra classe imprenditoriale, più che “fare impresa” sia quasi completamente assorbita nel “grande gioco finanziario”, restano attive le medie e piccole imprese che su scala mondiale rappresentano ciò che era l’orto di casa nella civiltà contadina.
 
Peraltro alcuni marchi industriali proseguono nel proprio posizionamento mondiale e pertanto a tali regole devono adattarsi. Restano ancora attive aziende che con la ricerca restano in dialogo permanente e fanno innovazione, ed un tessuto sociale che non vuole rassegnarsi e che si esprime in varie forme di volontariato. E comunque non siamo un corpo separato dal resto del mondo e se nel mondo le regole applicate sono quelle che ho accennato, piaccia o non piaccia regolano anche noi.
 
Negli ultimi decenni non c’è stato uno sviluppo che ci contraddistingua, più che altro c’è stato un adattamento del “sistema Italia” a sistemi da altri controllati e nei quali ci siamo inseriti. E questo lo vedo purtroppo, oltre che nelle aziende, anche nella cultura in generale, senza la quale, hai voglia crescere…
 
Dal punto di vista politico, pur senza nascondere le difficoltà che comporta la gestione pubblica, vedo che gli orizzonti  di sviluppo della collettività si sono ripiegati in una prospettiva di autosufficienza che risponde più ad una logica di autoassoluzione  che non al coraggio” che occorre per vivere e per scegliere come vivere.
 
Abbiamo lider di maggioranza che “scimiottanoed è già tanto se non rovinano ciò che è già precario, e lider di opposizione che cercano di “sfangarla” per se stessi. E’ bastato che “la finanza che conta” facesse “uno starnuto di spred” che tutto il coraggio innovativo si trasformasse in “piscio”. A tal proposito ridicolo e per certi versi pericoloso è l’atteggiamento che si vuole assumere in ambito internazionale spostando l’asse politico collaborativo verso Russia e Cina. Si potranno anche favorire aziende italiane e ricevere investimenti sul nostro territorio, ma entrambi questi blocchi, quando comprano, impongono la propria logica, chi con le armi, chi con la finanza, anche in campo religioso, giusto per non dimenticare.
 
D’altronde tutti sono stati eletti non più per le loro intrinseche capacità o visioni politiche ma attraverso un’abile analisi e gestione dei desideri popolari effettuata con adeguati algoritmi applicati ai dati informatici in loro possesso e che a ragion veduta sembrano portare risultato. Un po’ dovunque nel mondo siamo passati dalla politica dei grandi ideali alla politica dei “selfi” e degli “spot” che per loro natura attraggono come le foglie di un albero ornamentale presso il quale, se ci rivolgiamo per trovare frutta buona che ci alimenta, restiamo a digiuno.
 
  Avviandomi alla conclusione cerco di sintetizzare ciò che a mio modo di vedere è avvenuto e sta avvenendo e che ha incidenza sulla collettività e sulle persone che a tale collettività appartengono. Va da sè che il culto dello sviluppo attuato prevalentemente nelle cosiddette “società avanzate” abbia portato tali società ad una crescita del benessere complessivamente inteso, maggiori beni, maggiori servizi, maggiore tutela sociale, ecc … complessivamente a una vita migliore, e non credo nemmeno che lo sviluppo del capitalismo o, per contro, di culture marxiste, sia tutto da buttare nelle fogne.
 
C’era del buono in entrambe le visioni che, con conflitti molto aspri, hanno comunque raggiunto livelli di miglioramento delle condizioni di vita, e finchè tali conflitti sono riusciti a ridistribuire il risultato della loro affermazione in beni o solidarietà sociale, pur con grandi tragedie e guerre, “si costruiva”. Perché, attraverso le dinamiche del conflitto tutti si era chiamati ad interrogarci ed a vivere in aderenza automatica ai grandi ideali che sostenevano tali azioni. Pur in termini sbagliati, si viveva in simbiosi con i valori, poi via via nel tempo il tutto è stato “cartolarizzato” .
 
Specificatamente, “carta” più o meno straccia si è fatto di tali valori, “carta” più o meno straccia si è fatta del sapere, “carta” più o meno straccia si è fatta dell’umanità, “carta” più o meno straccia si è fatta delle aziende e dell’imprenditoria, “carta” più o meno straccia si è fatto dell’oro.
 
Tutto è stato assoggettato a “carta, più o meno straccia, anche “l’uomo”.  E la “carta” si è fatta “bait” (esca) e bait sé fatto “bit” che è l’unità di misura del contenuto d’informazione adottato con  il sistema di numerazione binaria nei computer e nei cellulari (quella che grossolanamente io chiamo la “matematica cinese”, quella composta da una sequenza di uno e zero, diversamente disposti) ed il “bit” opportunamente accumulato e diagnosticato, ha prodotto il “Bit-coin” che di per sé non ha sostanza, rappresenta il “nulla” eppure in questo “nulla” chi ci ha messo qualche soldo, nel volgere di un paio d’anni si è trovato miliardario.
 
Caro Giuseppe,
 
in questo bailamme descrittivo che uccide la speranza umana nell’aver capacità d’uscita, in realtà una piccola speranza mi deriva dalla Fede, e cioè dal ripercorrere a ritroso quell’antico e permanente soffio che è la vita presente in ognuno di noi. In ogni persona. Dovunque e comunque essa sia, perché se “Lui” non ci ha ingannati, il legame profondo che esiste tra libertà, verità, vita, e che risiede in ogni “anima del pianeta” non puoi nè dominarla, nè ingannarla, nè ucciderla, vive già l’eternità e pulsa vita in continuazione.
 
Ecco, quando guardo razionalmente  le cose cerco di usare “il filo a piombo”, che segue un principio di gravità terrestre al quale tutti siamo assoggettati,  se guardo le persone non posso  fare a meno di “traguardare l’anima” che segue un principio di amore, ed anche a quello siamo assoggettati.  Ovviamente mettendo in campo tutti i limiti ed i peccati di cui dispongo.
 
Fai bene, fai bene il bene, e che Dio ci aiuti.  
 

Un abbraccio, caro amico.
  
                                                                                                                                          (Enrico Forti)
 
 
P.S. - Per darti sollievo ti allego il “Post” che ho pubblicato ieri sera sulla mia pagina “Facebook”. E’ in tema, ma sorrido al pensiero  che tu, un “latinista della lingua italiana”,  sia stato costretto a leggere “post” e “ace book”.…..Lo scritto, usalo a tuo piacere…     Ciao!
 
 
Talvolta
portando la mente
a spasso nei campi
alzi gli occhi al cielo
e…
ti accorgi che Dio esiste.
 
°°°°°