Magistratura e politica

MBEH... E VOI?

Ministro della giustizia nel nuovo governo Draghi è Marta Cartabia, che viene dalla esperienza prestigiosa e autorevolissima della Corte Costituzionale, e della quale pare fondata una opinione largamente positiva. Costituisce dunque la speranza di un ministero autorevole e rigoroso, attivo, credibile e responsabile. Il paese ne ha bisogno, davanti a una situazione lenta, burocratica, a volte inaffidabile, quale è attualmente quella della giustizia italiana. A sintetizzarne le problematiche di fondo ci sembra utile ripubblicare una riflessione risalente al 2016, che prendeva spunto dalla recente (in quel momento) nomina di Pier Camillo Davigo alla presidenza dell’Associazioni Magistrati.
 
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Piercamillo Davigo, diventato da una manciata di giorni presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, alla notizia della sua elezione mi ha immediatamente fatto tirare un respiro di sollievo: perché quella di Mani Pulite, alla cui squadra storica egli appartiene, fu una fase di forte presa di coscienza del nostro paese su sestesso e sul suo incamminamento civile e politico da correggere.
 
Perciò, in un lampo, ho pensato (e per la verità penso tuttora) che un nuovo tassello di speranza si possa inserire nella travagliata situazione italiana proprio grazie alla sua azione.
 
Certo, furono anche commessi degli errori, da parte di quella squadra di magistrati, e specialmente da parte dell’irruento Di Pietro (basti ricordare il gaglioffo avviso di garanzia consegnato a Berlusconi proprio nei giorni nei quali il tronfio ma povero arcorino rappresentava, come capo del governo, il nostro paese in una importantissima assise mondiale; oppure qualche probo cittadino chiamato in causa e mandato avventatamente in carcere, e scosso nella reputazione, prima che il fondamento delle sue responsabilità venisse davvero chiarito): ma fondamentalmente vivemmo, in quella stagione storica e grazie a quella squadra di magistrati, una fase per la quale il paese ebbe un soprassalto di coscienza che avrebbe potuto costituire l’inizio di una grande ripresa anche etica, solo che la classe politica, la scuola, il movimento sindacale, altri gangli importanti della vita italiana, e la stessa magistratura nella sua complessività, avessero saputo coglierne l’opportunità per innescare potentemente e costantemente un’azione correttiva e moralizzatrice sui comportamenti pubblici e privati.
 
Non fu così ma, per le coscienze limpide, “Mani Pulite” resta tuttora un esempio di iniziativa reattiva di responsabili della cosa pubblica davanti a momenti di crisi, da non dimenticare e da cercar di reiterare, in ogni settore della vita nazionale, a cura di ciascuno di noi per quel che a ciascuno di noi sia possibile.
 
Piercamillo Davigo, dunque, con la sua elezione a presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati  ha riacceso oggettivamente una speranza che io credo possa ancora essere coltivata. Ma non posso negare, nello stesso tempo, che dopo appena qualche giorno dalla sua elezione, in questo stesso scorcio di fine aprile, egli ha riacceso anche un inquietante quesito. Se ho capito bene il riferimento della notizia televisiva che ho colto quasi per caso in quei giorni, egli ha rilasciato una dichiarazione, o intervista, nella quale ha perentoriamente ed esplicitamente affermato che “la classe politica italiana, dopo Mani Pulite, ruba più di prima e si vergogna di meno”.
 
Una dichiarazione pesantissima, che è assolutamente rispondente al vero anche nella mia coscienza: è infatti la medesima opinione che io stesso mi sono costruito in questi lunghi anni di esperienza di vita, immerso nel mare agitato della nostra società, comprese vicende e uomini e donne politici, amministratori, accademici, operatori economici, insegnanti, professionisti di ogni settore, semplici cittadini di ogni specie e territorio e ruolo.
 
Rubano assolutamente di più, e si vergognano assolutamente di meno. Per scrupolo doveroso di coscienza ho provato a chiedermi, molte volte, di fronte a tale drammatica constatazione, se non possa trattarsi in realtà di altro fenomeno: quello secondo cui, come a volte viene osservato, “non è che si rubi di più: è che ora le cose si sanno di più…”. Ma ogni verifica effettuata mi ha smentito: è vero che si ruba proprio di più, e ci si vergogna proprio di meno.
 
E questo terribile stato di cose non è l’effetto paradossale di Mani Pulite, come pure è stato insinuato da qualche superficiale: Mani Pulite è stato un banco di prova che ha semplicemente dimostrato alla parte peggiore del paese che, se si lasciano crollare contemporaneamente tutti i sistemi formativi del paese stesso, e se altri gangli vitali del paese non concorrono attivamente nella ripresa morale del costume diffuso, questa è la fine che il paese tende a fare: cioè, le cose non soltanto non migliorano ma possono peggiorare.
 
Ora, i sistemi formativi del paese, appunto, sono stati fatti crollare: tutti e contemporaneamente. Nel giro di trent’anni. Quelli dei partiti, quelli dei sindacati, quelli aziendali (dove c’erano), quelli amministrativi, persino quelli militari (almeno in parte, a me pare) e quelli generali e istituzionali, a cominciare dalla scuola di Stato (ma non esclusa la scuola cattolica: non si illudano i miei fratelli di fede!). Né altri gangli vitali del paese hanno testimoniato una capacità reattiva di fronte alla china negativa: non il sindacato, ad esempio, né la pubblica amministrazione… In questo quadro è comprensibile e logico, dunque, che si rubi di più, e che rubino di più soprattutto i politici, per il semplice fatto che tendenzialmente hanno più occasioni e più potere per farlo.
 
Nonostante ciò, Piercamillo Davigo ha sbagliato il suo intervento (e questo mi è molto dispiaciuto) in  almeno due dimensioni:
 
  • Quella dell’analisi; in effetti non “ruba di più” la classe politica, ma la più complessiva classe dirigente del paese, a cominciare da quella amministrativa (dirigenti e funzionari con poteri di rappresentanza e firma, centrali e periferici, a volte di fatto più potenti dei politici a cui formalmente rispondono: e mi pare addirittura che, in proporzione, le regioni e le realtà locali siano più pasticciate dello Stato) e rubano non meno, secondo le loro possibilità, tanti impiegati, pubblici e privati, giovani e vecchi, acculturati e non; rubano anche tanti operai, quando capita, fra gli attrezzi di lavoro, ruba in generale tanta “gente comune”; lo fa diffusamente: si ruba la carta igienica nelle scuole da parte dei bidelli, si rubano fotocopie negli uffici pubblici da parte degli impiegati, si rubano ore di lavoro facendocisi timbrare il cartellino di lavoro da colleghi corrotti, si rubano dichiarazioni false di malattia facendocisi prescrivere diagnosi false da medici di famiglia impossibilitati a verifiche – se io mi presento al medico accusando forte emicrania è oggettivamente difficile che il medico riesca ad accertare la mia bugia - si rubano, al contrario, da parte di sanitari corrotti, parcelle per prestazioni mediche non necessarie ma prescritte a pagamento per suddividerne i proventi con altri colleghi sanitari ugualmente corrotti, si rubano garze e medicamenti vari da parte di infermieri; e credo di capire che si rubi persino tra i militari, dalle dispense delle mense di caserma o da occasioni similari; hanno colto in flagrante persino il prete sbagliato di Montecassino, abate per gli onori del mondo, che rubava sulle elemosine….
 
E lo si fa effettivamente con sempre minore vergogna e con sempre minore scrupolo nonostante che si possa constatarne facilmente una delle più macroscopiche conseguenze nel fatto che, per limiti di bilancio, vengono poi fatalmente a mancare i giubbotti antiproiettile per i militari esposti in servizi pericolosi, o la carta igienica per i bimbi nelle scuole…).
 
Vi prego, ora, mentre leggete, di non eccepire un eccesso di genericismo in queste mie parole: non sto dicendo che “rubano tutti”; il nostro paese infatti è anche stracolmo di persone oneste, positive, e non raramente eroiche (altrimenti non avrebbe spiegazione la montagna di cose belle che esso continua a esprimere ogni giorno); sto dicendo che il vizio del rubare, diretto e indiretto, è diffuso e trasversale; ruba in tal senso, infatti, ad esempio, anche il direttore generale che usa il suo potere per attribuirsi lo stipendio che gli aggrada senza rapportarlo in alcun modo al quadro generale dei trattamenti economici  della sua azienda; ruba anche l’alto dirigente che approfitta della macchina aziendale per mandare in gita sua moglie a far compere, a volte persino accompagnata dall’autista; ruba il sindacalista che utilizza il suo permesso sindacale metà per assistere i lavoratori e metà per andare a pesca, ruba il vigile urbano (qui a Roma ne hanno arrestati un paio anche i giorni scorsi) che, mellifluo e sornione, entra ogni giorno proprio in quei bar a prendere cornetto e cappuccino e lancia messaggi ammiccanti e infastiditi al gestore che non ha ancora capito che quei cornetti e cappuccini lui non deve pagarli, ruba l’amministrazione comunale che fa truccare i segnali di traffico limitato per indurre in errore gli automobilisti e “fare cassa” …
 
Molto meglio avrebbe fatto Davigo a precisare il carattere davvero trasversale di questo scivolamento civile ed etico diffuso nel paese: chiarendo certo, come è giustissimo, che i politici hanno maggior colpa e maggior responsabilità in quanto hanno più potere; e chiarendo coraggiosamente anche, nello stesso tempo, che… rubano pure i magistrati! Come le cronache recenti ci fanno vedere con crescente chiarezza, e come anche a noi pare di capire dietro troppe cose che non funzionano e che non chiamano affatto in causa scarsità di mezzi o di organici: magistrati che chiedono sistemazioni per parenti in cambio di condiscendenza nelle sentenze, magistrati con tenori di vita poco facilmente compatibili con i pur dignitosi stipendi, magistrati con elenchi di consulenti tecnici un po’ troppo ricorrenti, magistrati le cui telefonate intercettate dichiarano sensibilità tutt’altro che indubitabili…;
 
  • Quella del metodo; nella sua nuova responsabilità di rappresentanza, Davigo ha un potere preziosissimo, che può usare con grande efficacia positiva, educativa e di giusta pressione culturale, professionale e morale, nei confronti della politica e della opinione pubblica, proprio per il passato forte e credibile da cui proviene: ma questo deve dettargli la saggezza di giocare la partita, nella guerra contro la corruzione, attraverso i suoi atti e comportamenti concreti di rappresentanza, che sono appunto, per loro natura, suscettibili di esercitare effetti pesantissimi di condizionamento benefico nella cultura istituzionale e giuridica del paese e nei conseguenti comportamenti; rispondendo caso mai con la consueta chiarezza alle domande che in relazione a tali suoi comportamenti gli vengano fatte dalla stampa: non deve invece servirsi di dichiarazioni o interviste polemiche rivolte alla pubblica opinione, scendendo nel campo della contesa miserabile fra fazioni (nel caso specifico, quella dei magistrati e quella dei politici, che tali diventano quando pongono il dibattito su questo piano), come è accaduto crescentemente negli anni a noi vicini.
 
Perché tale modalità gli fa correre il rischio altissimo e immediato di squalificare sestesso, le sue intenzioni e la sua credibilità, e di far perdere al paese la grande e preziosa occasione che il suo ruolo può rappresentare: quella della ripresa generale, appunto, di una speranza e di una coscienza civile alta e diffusa, capace di tornare a esprimersi anche attraverso rappresentanti ben visibili e credibili per esempio di vita e non per dichiarazioni televisive o interviste alla stampa.
 
 
Detto questo per rammaricata riflessione personale, mi pare però utile, nello stesso tempo, riproporre alla riflessione di tutti noi un altro pensiero fondativo di grande positività espresso dallo stesso Davigo lo scorso anno 2015:
 
“Mi è stato detto che è troppo difficile fare indagini sulla corruzione. Negli Usa, dopo le elezioni, mandano agenti sotto copertura a offrire denaro agli eletti: coloro che lo accettano vengono arrestati. A ogni elezione ripuliscono la classe politica.
E… quando qualcuno mi dice che rubano tutti, gli chiedo se ruba anche lui. Siccome mi dice di no, gli rispondo: “Neanche io. Come vede, non è vero che rubano tutti”. Occorre saper distinguere e prendere le distanze da chi ruba, anche se è della nostra parte politica”.
 
Questo sì, mi pare un pensiero e un approccio davvero giusto.
 
                                                    
                                                                                                                             Giuseppe Ecca
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