Il miracolo della vita

OCCHI SU MIA MADRE

Leggetelo e basta; non commentatelo, neanche con voi stessi; contemplatelo; e cercate, caso mai, di lasciarvi sprofondare nel tentativo di intuire il senso profondo del miracolo della vita. La prima prova, forse della esistenza di Dio. Comunque, l’inesplicabile infinito.
 
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Ho sperato a lungo che poeti, mistici e psicologi si fossero sbagliati. Molti tuoi turbamenti, insistevano, dipendono dalla nostalgia di tua madre. Ho creduto fosse un’esagerazione. Oggi riconosco che avevano ragione. Mia madre. Nove mesi trascorsi al suo interno in una assimilazione che non ha uguali nel creato. Nove mesi: un'epoca divina che nessuno potrebbe raccontare. Fu una breve stagione notturna, quella che gli antichi assegnavano alla luna perché tutto il ciclo femminile è notturno, umido e mutevole come la luna, in bianco e nero, senza colori e molti contrasti. Così lei mi instillò il suo mondo più ombroso, le sue ansie, le sue attese, le sue preoccupazioni, che a loro volta divennero le mie paure e le mie esitazioni. Tutto a quel tempo era debole in lei: qualsiasi farmaco era a rischio, qualsiasi fatica era troppa, qualsiasi trauma sarebbe stato pericoloso; a lei si addiceva il riposo, il letto, la sedia. Era divenuta rotonda come un’antica dea della fertilità.
 
Ma questo era l’esterno, l’evidente, il visibile, perché dentro, fra noi due, regnava un’altra logica e una legge diversa. Ancora oggi sono certo che mia madre mai potrò guardarla cogli occhi tesi in avanti, quelli che mi spuntano dalle orbite. Lei, e soltanto lei, potrò vederla,  apprezzarla e finanche giudicarla solo cogli “occhi di dentro”, quelli che si rivolgono all' indietro verso il centro di me stesso. Per tutti, perfino per la persona amata, potrei avere sguardi, parole e mani rivolte “in avanti”. Per lei, no. Per lei la direzione sarebbe sempre all’inverso, al profondo, all’interno. Perché lei non è un semplice essere umano ma un simbolo creativo, una divinità, un tempio con una liturgia composta di una sola parola: quella che si articola col semplice accostamento delle labbra.
 
Poi uscii verso la luce e fu il parto. In quel momento di travaglio (minuti, ore) lei mi comunicò la sua fame di vita, le sue passioni, la sua allegria, il suo desiderio di festa; la sua voglia di ballare, di cucinare, di abbracciare. Con le contrazioni del bacino lei mi spingeva fuori e mi costringeva a navigare alto, a tracciare il mio viaggio e a separarmi da lei. Forse il mio inconscio lo percepì come una lacerazione e addirittura un rifiuto. E una traccia di quella ferita e di quel necessario tradimento rimane qui, al centro del mio addome, sulla sommità della mia pancia: scosto la camicia e lo vedo, l’ombelico, una cicatrice cucita alla meglio, il goffo tentativo di chiudere un discorso e di reprimere un legame.
 
Ma nello stesso tempo avvertii un bisogno di fuga da quel mondo, regale sì, ma talmente chiuso e protetto che mi avrebbe per sempre accovacciato e sottoposto. Così, mentre cominciavo a fare a meno di lei, mi sorprendevo a disegnarne i tratti e a descriverla in modo maldestro; quasi volessi tenermela davanti e insieme dimenticarla e distruggerla. Non ero tanto io ad essere suo, quanto lei ad essere mia. Una presenza sacra e sovrana; onnipresente e forse onnipotente.
 
Anche se non lo avrei mai ammesso, qualsiasi carezza mi ripeteva la sua pelle; qualsiasi coccola, nell’inconscio, andava alla sua; qualsiasi atto di amore era come tornare ai suoi organi generativi. Una fascinazione e un tormento. Neanche oggi, che sprofonda nell’umido della terra, sento che mi lascerà. La proverò come un profumo e un aroma; l’avvertirò perfino annusando il sudore dei suoi vestiti, lasciati sul letto prima di correre in ospedale. Lei non ha luoghi, foto, tombe: tutto questo appartiene allo sguardo fisico, quello teso in avanti. Cogli occhi all’inverso tesi dentro di me continuerò invece ad avvertirla, puntuale come una luna che cresce e che cala a seconda di quanto mi resterà a mia volta da vivere.
 
                                                                                                          (Viscardo Lauro)
 
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